UNA LUCE NEL BUIO

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| Una luce nel buio

IL FARO DI LIVORNO

Livorno – Italia

di Annamartia “Lilla” Mariotti

Lat.: 43° 32,6` N – Long.: 10° 17,7` E

Si dice abitualmente che il Medioevo è stato un periodo oscuro nella storia ma questo non è completamente vero. In questi secoli cominciarono a fiorire quelle arti che porteranno all’era del Rinascimento: la pittura, la poesia, l’architettura, le bellissime cattedrali gotiche ne sono un esempio. Anche molti fari furono eretti lungo le coste italiane in quell’epoca. Le torri erette dai Romani nelle terre conquistate lungo le coste italiane, francesi e nel sud dell’Inghilterra in quel tempo erano già tutte scomparse, con solo poche eccezioni.

L’Italia non era ancora una nazione unita, era divisa in molti piccoli stati e in ogni città che in cui ci fosse un porto c’era anche il suo faro.

Il faro di Livorno è uno di questi e ha una lunga storia.  Lungo le coste esistevano quattro Repubbliche Marinare  e Pisa era una di queste. Spesso queste potenze combattevano tra di loro, ma esse avevano anche delle potenti flotte commerciali con le quali si spostavano non solo nel bacino del Mediterraneo ma anche verso i lontani mari orientali da dove riportavano merci preziose.

Pisa non si trova sul mare, essa è costruita sul fiume Arno e per difendere la sua flotta nel XII  Secolo aveva costruito un faro a Porto Pisano, un porto chiuso da catene,  ma ben presto l’erosione marina e l’insabbiamento resero inutilizzabile sia il porto sia il faro.  A questa distruzione aveva contribuito anche la terribile battaglia che Pisa aveva combattuto nel 1284  contro i genovesi tra le secche della Meloria.  I Pisani nel frattempo, intorno al 1200, avevano eretto una nuova torre su una di queste pericolose secche, circa quattro miglia al largo della costa, come una sentinella notturna per prevenire i naufragi fra quelle pericolose rocce.

Nel XIV secolo, tra il 1303 e il 1305, la repubblica di Pisa decise di erigere una nuova e più grande torre vicino a quello che allora era solo un piccolo borgo medioevale prevalentemente di pescatori, chiamata prima “Labro”, poi “Liburnus” e alla fine “Livorno”, allora ancora possedimento pisano, su ordine dei Provveditori della Fabbrica Lando Eroli e Jacopo da Peccioli. La torre, chiamata in un primo tempo Fanale dei Pisani, fu costruita su una roccia sovrastante il mare sul lato ovest dell’ingresso di quello che allora era un porto naturale e all’epoca era completamente circondato dal mare.  Era un momento di pace tra Pisa, Genova e Firenze e quindi un momento propizio per l’erezione di un monumento che richiedeva tempo e denaro. Un geniale scultore e architetto, Giovanni di Nicola Pisano, venne chiamato per disegnare i piani della torre, che fu in un  primo tempo chiamato Fanale Maggiore,  e ne seguì la costruzione passo a passo

Rimane un mistero il costo di tale costruzione ma dopo tanti secoli e tante guerre, sia all’epoca che in tempi più recenti, gli antichi documenti non sono più rintracciabili.

Per prima cosa fu costruita una base poligonale con tredici lati e sulla quale  fu issata una prima torre che finiva con una terrazza merlata, sopra questa una seconda torre, leggermente più stretta, anch’essa con una terrazza merlata sulla quale poggiava la lanterna.  Al piano inferiore della torre più piccola erano sistemati gli alloggi per il guardiano e dei magazzini.

Visto dal basso il faro sembrava composto di due sezioni coniche ma in realtà era costituito da sette cilindri equamente sovrapposti uno sull’altro, con un diametro leggermente decrescente fino alla cima.  Questo faceva assumere a tutto  l’insieme l’impressione di un andamento curvilineo di grande effetto.  Le pietre Verruca utilizzate per tutta la costruzione erano state estratte dalla vicina cava di San Giuliano. Alla base della torre c’era solo una piccola porta d’ingresso sopra la quale era stata scolpita la croce, simbolo di Pisa, che fu in seguito cancellata a rimpiazzata dal giglio fiorentino quando Pisa, nel 1406, fu annessa al dominio dei Granduchi di Toscana, i De’ Medici.  All’interno del faro si trovava una scala di legno, per accedere ai vari piani, che in caso di pericolo poteva essere tolta, trasformando così il faro in una fortezza.  Solo in tempi più tardi una scala a chiocciola è stata ricavata dallo spessore delle mura. Alla base del faro furono accumulati grossi blocchi di pietra per proteggerlo dal mare in tempesta.

All’inizio la lanterna era illuminata con lampade a olio poi, con il passare del tempo, il combustibile cambiò e venne impiegato petrolio pressurizzato. Nel 1841 furono installate le prime lenti di Fresnel con gas di acetilene a incandescenza finché fu elettrificata alla fine del 1800. Una volta terminata la torre fu considerata una tale grande espressione del genio umano che venne persino ammirata dal grande poeta Dante Alighieri (1265-1321) che non poté fare a meno di descriverla nel V canto del Purgatorio della Divina Commedia con queste parole: “ Sta come torre ferma che non crolla – giammai la cima per soffiar di venti” . Infatti questa lanterna ha affrontato intatta sei tempestosi secoli finché gli uomini non l’hanno sconfitta, ma di questo parleremo più avanti.

Un altro poeta, Francesco Petrarca (130-1374) ha elogiato la grande lanterna nel suo poema “Itinerario Siriaco” come: “validissima, dal cui vertice ogni notte la fiamma indica ai naviganti il più sicuro lido”. Un altro scrittore, Gregorio Dati (1362-1435) nelle sue “Cronache Fiorentine” si riferisce alla torre come :”uno dei migliori lavori mai eseguiti dall’intera Umanità” .  Il grande astronomo Galileo Galilei (1564- 1642) usava salire in cima alla torre per portare avanti I suoi esperimenti.  Il faro di Livorno è stato anche impresso in alcune monete d’oro ancora conservate al Museo Civico di Pisa.

Il Granduca Cosimo I° de’ Medici, un grande governante, realizzò che Livorno era nella posizione strategica per diventare un importante porto per il commercio nel Mediterraneo per Firenze, una città che stava espandendo i suoi commerci in tutto il mondo conosciuto. Il granduca ordinò allora molti lavori per rendere il porto di Livorno ancora più efficiente mentre il faro diventava un riferimento ancora più importante.

Nel 1583 il Granduca  di Toscana, Ferdinando I° de’ Medici – che, come abbiamo già visto, aveva fatto costruire un nuovo faro sulla secca della Meloria –  ordinò ulteriori cambiamenti nel porto di Livorno con la costruzione alla base del faro di un cantiere, il primo dell’epoca, e un  lazzaretto per i marinai che giungevano dalle coste sia del Mediterraneo, sia dai mari Orientali per evitare il diffondersi di eventuali epidemie.  Si dice che l’intero lavoro fu finito in soli cinque giorni,  perché vennero messi al lavoro cinquemila uomini tutti insieme.  Tutto questo cambiò drasticamente l’aspetto del faro la cui base era ora circondata dalle nuove costruzioni che ancora esistevano ai primi del 1900.

Lo sviluppo del porto andò di pari passo con una nuova pianificazione della città di Livorno il cui piano originale era stato disegnato dall’architetto Bernado Buontalenti (1536–1608) il quale circondò la città con mura di forma pentagonale.

Nel 1587 Ferdinando I° de’ Medici apportò ulteriori modifiche e tramutò il porto di Livorno in porto franco.  Con questa innovazione molto vascelli commerciali approdavano allo scalo labronico incrementando enormemente il traffico marittimo. Durante questi secoli Livorno era anche una base militare e dal faro si poteva assistere alla partenza delle galee Medicee che si inoltravano nel Mediterraneo per combattere i pericolosi pirati saraceni che in quei secoli attaccavano e depredavano le coste italiane.

Quando la famiglia  de’Medici si estinse nel 1736 in mancanza di un erede legittimo,   Livorno aveva già ottenuto  la qualifica di città,  aveva più di 30.000 abitanti, un grande porto e un grande faro, il più antico d’Italia, più vetusto anche del faro di Genova, costruito nel 1128, ma ricostruito nel 1543.

Nel 1737 il governo della Toscana passò nelle mani dei Duchi di Lorena, il primo dei quali fu il granduca  Francesco III  il quale creò una reggenza presieduta da Mac de Beauvau, Principe di Craon ,  compiendo una sola visita nella regione (1739) .  Nel 1765 il governo passò nelle mani di Pietro Leopoldo di Lorena (1765-1790)  un principe illuminato che apportò molti cambiamenti. Egli aumentò la portata dello scalo livornese, che attraeva navigli da ogni parte del globo conosciuto e divenne un sempre più potente  scalo commerciale sia per i beni in transito che per quelli in arrivo, dovuto alla sua sicurezza a cui contribuiva anche la presenza del faro.   La dinastia dei Lorena governò per più di un secolo durante il quale Livorno fu occupata dalle truppe francesi e dagli spagnole ma tuttavia città e faro sopravvissero.

Fu solo nel 1860, dopo le guerre di indipendenza, che la storia di Livorno entra a far parte della storia d’Italia, una nuova nazione, appena costituita, e anche il faro entra nell’elenco dei fari Italiani con il numero 1896.

Purtroppo non esistono elenchi degli antichi guardiani del faro, è andato tutto distrutto. Solo nel 1800 abbiamo delle registrazioni delle forniture che venivano effettuate da una ditta appaltatrice per il combustibile, gli stoppini e quant’altro poteva essere necessario per la gestione del faro.  Si tratta di fogli formato protocollo scritti a mano, come si usava allora, con una grafia antica, quasi illeggibile, ma che erano importanti per conoscere i costi di gestione che dovevano essere precisi perché andavano presentati alle Autorità che allora gestivano il Servizio Fari, il Genio Civile e il Ministero dei Lavori Pubblici.  Fu solo nel 1911 che il Servizio fari passò definitivamente alla Marina Militare.

Ora dobbiamo sorvolare molti secoli e arrivare a un triste momento della nostra storia d’Italia.  Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, le truppe Tedesche occupavano il nord d’Italia e le armate Americane stavano arrivando dal sud.  Roma era già stata liberata e Firenze lo sarebbe stata presto.  Il porto e la città di Livorno erano in mano ai Tedeschi e avevano subito diversi bombardamenti da parte degli Alleati, ma il faro non era stato danneggiato, tuttavia era già stato spento da diverso tempo in quanto poteva essere un importante punto di riferimento per chi volesse sbarcare in quella zona.

Arrivò il momento in cui i Tedeschi decisero di ritirarsi per sfuggire all’attacco della quinta e sesta armata americana che stavano risalendo la penisola ma prima di questo essi arrecarono all’antico faro il più terribile insulto che si potesse arrecare a un monumento così antico: il 19 luglio 1944 con una carica di dinamite distrussero il faro fino alle fondamenta. Il faro di Livorno aveva fronteggiato per secoli mareggiate, venti di tempesta,  ogni genere di offesa che poteva essere arrecata dalla natura ma in un attimo un gruppo di uomini aveva cancellato tutto questo.

C’è un episodio che riguarda questo fatto che vale la pena di ricordare, è stato raccontato da Saido Giordani, figlio di Giovanni Giordani, che  durante la guerra era guardiano del faro di Livorno. Quest’uomo era in sostanza prigioniero dentro il suo faro che era occupato dai tedeschi e doveva occuparsi delle sue usuali mansioni,  anche se non dell’accensione. Giordani sapeva che il faro era stato minato, lui ci dormiva dentro, ma non si sentiva molto tranquillo, non sapeva quando avrebbero dato fuoco alle micce e se lui avrebbe potuto salvarsi.  Uno dei militari tedeschi, un sergente di nome Walter, era entrato in amicizia con Gianni, e gli aveva detto che lo avrebbe avvisato quando avrebbero fatto saltare il faro. Un giorno Walter gli consegnò un sacchetto di caramelle per i suoi figli e delle sigarette per suo padre e gli disse che gli concedeva quarantotto ore di licenza per andare a trovare la sua famiglia che si trovava all’Isola d’Elba.  A Giovanni non sembrò vero e partì con il primo traghetto che riuscì a trovare e quando tornò due giorni dopo, il faro non c’era più, era un ammasso  di macerie e i tedeschi erano fuggiti. Saido racconta che suo padre non ricordava il cognome del sergente, lo aveva sempre chiamato Walter, comunque dopo la guerra fece di tutto per rintracciarlo, sentiva di dovergli la vita ma ogni ricerca fu vana.

La guerra finì, la città iniziò la ricostruzione, ma le rovine del faro non furono mai toccate, vennero lasciate lì dove si trovavano.  I Livornesi sapevano che se le avessero portate via non sarebbe più stato possibile ricostruirlo e loro volevano il loro faro, non uno qualsiasi.  Fu così che negli anni ’50,  nacque quasi un movimento popolare che chiedeva  a gran voce la ricostruzione del faro.

Il Presidente della locale Camera di Commercio e dell’Industria, Graziani, nel 1952 aprì una pubblica sottoscrizione che in breve tempo raggiunse i 2 milioni di lire, una gran somma per quei tempi, e in seguito venne raccolto altro denaro.  I lavori cominciarono nel giugno del 1954, dieci anni dopo la distruzione e il lavoro fu eseguito dall’Impresa Ghezzani che, mettendo una gran fede e buona volontà in quello che stavano facendo, seguirono i piani originali di Giovani Pisano del 1303, utilizzando il 90% del materiale originale ricavato dalle macerie e dove mancava usarono pietre verruca scavate dalla stessa cava di San Giuliano da cui erano state ricavate le pietre originali.

In due anni il faro di Livorno era terminato e aveva lo stesso aspetto del faro originale e per la sua apertura ci fu una grande manifestazine pubblica alla quale partecipò anche l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Una targa posta all’interno del faro ricorda questo evento.

Questo è quello che l’amore per un faro e la fede di un gruppo di cittadini può fare.

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