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UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |19 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria

L’EVOLUZIONE DEI FARI DALLE ORIGINI AL REGNO D’ITALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Estratto da una pubblicazione  commisionato dall’Agenzia del Demanio a Lilla Mariottiae pubblicata dal Poligrafico e Zecca dello Stato

per la distribuzione agli intervenuti a un convegno sui fari organizato dal Demanio nel 2007

PRIMA PARTE

Quella dei fari è una storia affascinante, che si risale alla notte dei tempi e che va di pari passo con l’evolversi della navigazione.

Superato un primo momento di terrore verso l’elemento sconosciuto, appena costruita la prima zattera, forse fatta di pelli o anche una canoa, ottenuta scavando un tronco d’albero, l’uomo ha scoperto molto presto che poteva muoversi agevolmente sull’acqua, dove ha imparato a spostarsi facilmente per raggiungere altre coste trasportando merci e persone. Intorno al 1200 a.C. fecero la loro comparsa nel Mediterraneo i Fenici, gli abitanti di una zona costiera oggi divisa tra Libano, Siria e Israele, che cominciarono ad espandersi verso il mare, dimostrandosi i più grandi navigatori dell’antichità, arrivando ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, quel limite fino ad allora considerato invalicabile, l’uomo temeva che al di là vortici marini e creature mostruose avrebbero inghiottito navi e uomini, e arrivarono a toccare le coste meridionali britanniche. In realtà non è noto il vero nome di questo misterioso popolo di navigatori, furono i Greci a chiamarli “φοινίκός” (phoinikòs), cioè “rossi di porpora” dal colore di quelle rosse stoffe, tinte con una strana conchiglia, che commerciavano, insieme ad olio d’oliva, vino e legno di cedro.

La navigazione all’inizio era comunque prevalentemente costiera e diurna, poi nacque la necessità di navigare anche di notte e l’uomo imparò ad orientarsi con le stelle, ma questo non bastava ad evitare scogli affioranti, banchi di sabbia, correnti, così nacquero i primi “fari”, che non erano altro che falò di legna accatastata, situati nei luoghi più pericolosi per segnalare la rotta ai naviganti. Questi primi fuochi necessitavano di continua cura, dovevano restare accesi tutta la notte, il buio significava pericolo e morte, ci voleva la presenza costante dell’uomo per procurare il combustibile e per tenerli accesi. Probabilmente i primi “guardiani del faro” sono schiavi o prigionieri, a cui tocca questo compito così gravoso.

Omero (VIII Secolo a.C.), nel XIX libro dell’Iliade paragona lo scudo sfavillante di Achille ad uno di questi fuochi : “[Achille] s’imbracciò lo scudo / Che immenso e saldo di lontan splendea / Come luna, o qual fuoco ai naviganti / Sovr’alta apparso solitaria cima / Quando, lontani da’ lor cari, il vento / Li travaglia nel mar……. “ (vv. 373-378)

Altri poeti classici dell’antichità, da Ovidio a Virgilio, hanno rappresentato il faro come un mito ispirandosi alla leggendaria Ero, sacerdotessa di Afrodite, che aspettava ogni notte Leandro, il suo amante, sulla riva dell’Ellesponto, che egli attraversava a nuoto per raggiungerla, guidandolo con una fiaccola accesa, il faro appunto. Una notte il vento spense la luce e Leandro si perse tra i flutti, così Ero, disperata, seguì la sua sorte.

Con l’evolversi della navigazione sulle rotte più importanti del Mediterraneo furono costruiti i primi grandi porti e i falò vennero sostituiti da impianti di segnalazione più potenti. E’ proprio in questo momento che hanno fatto la loro apparizione i due fari più conosciuti di tutta l’antichità, due monumenti che non saranno mai più eguagliati.

Uno di questi, inserito intorno al 200 a.C. nell’opera “De septem orbis spectaculis”, attribuita a Filone di Bisanzio, tra le sette meraviglie del mondo, è il Colosso di Rodi, un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano. L’iconografia classica la descriveva alta 70 cubiti, circa 32 metri, costruita a cavallo dei due bracci del porto, con le navi che passavano tra le sue gambe, ma in realtà non si conosce la sua esatta collocazione. Questa enorme statua era stata eretta da Cario di Lindos intorno al 290 a.C, costruita in pietra e ricoperta da piastre di bronzo, ebbe però vita breve, crollò in mare a causa di un terremoto 80 anni dopo la sua costruzione

Il Colosso non è stata l’unico rappresentazione antropomorfa di un faro nella storia. La Statua della Libertà, collocata  all’ingresso del porto di New York nel 1886, con i suoi 93 metri di altezza da terra alla fiaccola, fino al 1902 fu definita “Aid to navigation” (aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa, era gestita dal Servizio Fari americano ed è stato elettrificata poco tempo dopo la sua collocazione, il primo faro in assoluto ad essere elettrificato negli Stati Uniti.

Il faro dei fari, il faro per eccellenza, quello che veniva considerato un’altra delle sette meraviglie del mondo, fu quello di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da Alessandro Magno nel 332 a.C. Questo monumento ebbe una vita lunga, ma assai travagliata. Fu costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di “Ψάρος” (Pharos), oggi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed in seguito, il nome di quella località, in tutte le lingue di origine greca e latina, è diventato sinonimo di quel genere di struttura.

La sua costruzione fu iniziata sotto il regno di Tolomeo I° (305-283 a.C.), già generale di Alessandro Magno, e venne terminata durante il regno di suo figlio Tolomeo II° (285-246 a.C.), i Faraoni di un Egitto ellenistico, l’ultima dinastia di Faraoni che sarebbe terminata con la morte di Cleopatra nel 30 a.C. e con la dominazione romana. Era la struttura di segnalazione più famosa al mondo, era alta 120 mt., rivestita di pietra bianca e il fuoco acceso sulla sua sommità, grazie ad un gioco di specchi, poteva essere visto a più di 30 miglia. Aveva una base quadrata alta 71 mt., sormontata da una parte centrale ottagonale di 34 metri che terminava con una lanterna cilindrica, sulla cui sommità svettava una statua di Zeus, perché i greci Tolomei avevano portato dalla terra d’origine anche i loro dei cheavevano affiancato a quelli Egiziani. All’interno un larga rampa consentiva di portare alla lanterna, per mezzo di muli la legna resinosa per il fuoco e inoltre alloggiava anche una guarnigione di soldati di guardia al porto. Nel 641 d.C. il faro fu danneggiato dall’assedio posto dagli Arabi che conquistarono Alessandria e cessò di operare, pur rimanendo al suo posto, ma venne in seguito distrutto da una serie di terremoti. Nel 700 d.C. crollò la lanterna, nel 1100 la struttura ottagonale e l’ultimo terremoto, nel 1302, fece crollare in mare anche la base quadrata che, nel frattempo, era diventata una moschea. Nel 1995 una spedizione di archeologi subacquei francesi, guidati da Jean Yves Empereur, mentre esplorava i fondali del porto di Alessandria alla ricerca di vestigia dell’antica città, si è imbattuta in enormi blocchi di granito che sembrerebbero provenire dalla base del faro.

Dopo questa meraviglia i fari sembrarono sparire, si ritornò ai falò, fino a quando un’altra grande civiltà si affacciò su Mediterraneo : quella dei Romani.  Furono loro a costruire le prime vere torri sulla cui sommità si teneva acceso un fuoco di fascine e di legna, fu per opera dei Romani che queste torri uscirono dal bacino del Mediterraneo per accendersi sulle coste spagnole e francesi,arrivando fino al Canale della Manica, dovunque giungesse la conquista romana. In Italia, a Ostia, venne costruito dall’imperatore Claudio nel 50 d.c. un porto, poi ampliato da Traiano come sbocco sul mare della capitale, e al suo ingresso fu eretto un faro che emulava quello di Alessandria, almeno nell’aspetto se non nelle dimensioni, e ancora oggi lo si può vedere rappresentato nel pavimento a mosaico del piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica. Altri fari sorsero dovunque vi fosse un porto Romano, dal Tirreno all’Adriatico, e i fari vennero anche rappresentati su monete e bassorilievi. Altri fari sono stati ricordati da Plinio e da Svetonio : quelli di Ravenna, Pozzuoli, Capri e Messina. Prima della caduta dell’Impero Romano 30 torri di segnalazione illuminavano il mare lungo le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico

 

Un faro costruito dai romani è ancora in funzione dopo 2000 anni, si tratta di quello di La Coruña, in Spagna, chiamato Torre de Hèrcules per via delle molte leggende che lo circondano legate al mitico eroe. Fu costruito da Caio Sevio Lupo, proveniente dalla Lusitania, l’odierno Portogallo, intorno al 100 d.C. durante il regno dell’Imperatore Traiano, fu dedicato a Marte e l’architetto pose allora alla sua base una targa con questa iscrizione che è tutt’ora leggibile :

MARTI AUG. SACR./ C. SEVIVS LUPUS

/ARCHITECTUS AEMINIENSIS / LUSITANUS EX.VO

(” Consacrato a Marte / Caio Sevio Lupo / architetto di Aemium / in Lusitania, a compimento di una promessa”)

Un altro faro romano, costruito intorno al 41 d.C. vicino a Boulogne, sulla costa francese della Manica per volere di Caligola, una torre alta 37 metri, dopo essere stato abbandonata dai Romani aveva iniziato ad andare inesorabilmente in rovina. Sembra che lo stesso Carlomagno avesse ordinato di restaurarlo nell’800 d.C. e che sia stato acceso di tanto in tanto, ma a causa dell’erosione marina e delle intemperie è definitivamente crollato nel 1644.

Dopo la caduta dell’Impero Romano nel primo Medio Evo, i secoli bui che seguirono oscurarono anche il mare. Le torri erette dai romani erano ormai andate in rovina, così si ritornò ai falò sulle colline nei punti pericolosi per la navigazione o a bracieri a bracci mobili posti soprattutto all’ingresso dei porti. In Inghilterra e Francia, governate già dalle grandi dinastie, furono soprattutto le torri dei monasteri in riva al mare a svolgere la funzione di fari, sempre alimentati con fascine di legna e gestiti da ordini monastici e dai grandi ordini religiosi cavallereschi, come i Templari, gli Ospitalieri ed i Cavalieri di Malta. In Germania la Lega Anseatica riunì molte città costiere tedesche e scandinave e favorì la costruzione di fari a protezione delle coste e dei porti. Ma c’erano anche dei monaci eremiti che svolgevano questo compito, se ne trovavano in tutta Europa : in Italia possiamo ricordare il monaco San Raineri che teneva un falò acceso a protezione dello Stretto di Messina, dove, su un vecchio bastione, nel 1857 è stato eretto un faro, ma il più famoso di tutti è certo San Venerio (560 ca. – 630), che viveva da eremita sull’Isola del Tino, nel Golfo di La Spezia e che ogni sera, all’imbrunire, accendeva un fuoco sul punto più alto dell’Isola, per aiutare i naviganti ad attraversare sani e salvi quel tratto di mare. San Venerio dal 1961 è diventato il protettore dei Faristi d’Italia ed in ogni faro si trova una piccola pergamena bordata di rosso con una preghiera a lui dedicata.

 

E’ solo a partire dai secoli XI e XII, con la ripresa dei commerci, soprattutto con l’Oriente, che lungo le coste d’Italia, su cui si affacciavano le quattro Repubbliche Marinare, ma pur sempre divisa tra Signorie e Comuni, vennero erette alcune torri sulla cui sommità continuarono a bruciare brugo e ginestra secca, il combustibile più comune nell’area Mediterranea. Venne eretta una lanterna alla foce del fiume Ausa, vicino a Rimini, sull’Adriatico, poi insabbiatosi, e sul Tirreno le torri di Genova, quella di Porto Pisano, della quale ormai non rimane più niente, la torre sulle secche della Meloria, il primo faro costruito in mare aperto nel Mediterraneo, e venne ristrutturato il vecchio faro romano di Capo Peloro, a Messina.    Fra tutti solo il faro di Genova, ricostruito in epoca rinascimentale, è ancora attivo ai giorni nostri.    Il mantenimento dei fari nei porti era molto oneroso, ma veniva assicurato dalle tasse che le navi in entrata dovevano pagare alle autorità preposte per permettere la cura e l’alimentazione del fuoco sulla sommità del faro stesso. Intanto si era evoluta anche la navigazione, era entrata in uso la bussola che la rendeva più sicura, e vennero anche redatti i primi portolani che riportavano le posizioni dei segnali luminosi. Sul finire del Medio Evo l’architettura ebbe un nuovo sviluppo e anche i fari non vennero più visti come una nuda torre che indichi la via o l’ingresso di un porto, ma come monumenti architettonici e come tali dovevano essere costruiti. Nel 1304, per volere di Cosimo I° De Medici, è stato costruito presso l’imboccatura Sud del porto di Livorno, diventato lo sbocco a mare per i traffici marittimi della Toscana, un faro alto 47 metri costituito da due torri cilindriche merlate, più larga quella alla base, più stretta quella superiore, la cui sommità era raggiungibile per mezzo di una scala ricavata all’interno delle mura. Nel porto di Genova, alla base della collina di San Benigno, su uno scoglio proteso sul mare, esisteva già, fin dal 1129, una semplice torre di segnalazione, tanto importante che un intero quartiere aveva il compito di fare la guardia alla costruzione e di rifornirla di combustibile. Nel 1371 anche questo faro aveva già subito delle trasformazioni, un disegno tratto a penna sulla copertina di un manuale dei “Salvatori del Porto” ce lo mostra come una costruzione a tre livelli, con merlatura ghibellina, la fazione predominante a Genova, alleggerito da finestre a ogiva e sormontata da una lanterna, da cui poi il faro ha preso il suo nome. In questo manuale della corporazione, che gestiva sia il porto che il faro in quell’epoca, venivano registrate le spese occorrenti per la manutenzione della torre e le nomine dei guardiani. Si racconta che nel 1449 divenne uno dei guardiani del faro di Genova, che venivano chiamati “turrexani” , Antonio Colombo che risulta essere lo zio del più famoso Cristoforo. Intanto aveva fatto la sua apparizione il vetro, che, benché conosciuto fin dall’antichità più remota, ora veniva prodotto in lastre soprattutto da vetrai di Altare, vicino a Savona, noti fino dal XIII secolo, e poteva essere utilizzato per innalzare sulla sommità dei fari delle lanterne chiuse da vetri, che ne miglioravano la conduzione, in quanto vento e pioggia non minacciavano più il fuoco. Anche i combustibili erano variati nel tempo, nell’area mediterranea si era passati dal brugo all’olio d’oliva. Però questi vetri non erano  ancora raffinati, erano spessi e porosi e la fuliggine li anneriva facilmente, per cui dai registri delle Corporazioni Genovesi, risultava che i “turrexani” venivano riforniti di spugne di mare, bacinelle, stracci e bianco d’uovo per la pulizia dei vetri. Bisogna spettare il 1700 perché il vetro si evolva e diventi simile a quello in uso oggi.

In epoca rinascimentale e barocca il faro viene sempre più considerato come una struttura architettonica, un monumento degno di ammirazione. In Francia Louis de Foix, verso la fine del 1500, costruì il faro di Le Cordouan, all’estuario della Gironda, un fiabesco castello in mezzo al mare, un trionfo di colonne, statue, guglie e pinnacoli, sormontato da un’elegante lanterna a 27 metri d’altezza. All’interno si trovavano due stanze reali, che nessun Re ha mai frequentato e una cappella dove forse nessuno ha mai pregato. Questo faro venne definito “Le Roi des phares, le phare des Rois. In Inghilterra un estroso personaggio, Henry Winstanley, verso la fine del 1600, era riuscito a erigere su Eddystone, un pericolosissimo scoglio situato all’ingresso occidentale della Manica, un fantasioso faro in legno, dotato di una grande veranda aperta, un terrazzo e un’elaborata lanterna, sempre di legno. Ma una notte, all’inizio del 1700, una terribile ondata portò via il faro con tutti quelli che si trovavano all’interno, compreso il suo costruttore. Si trattava di monumenti architettonici belli e ricercati, ma spesso inadatti a svolgere il loro compito di faro, ed assolutamente incapaci di resistere alla furia del mare.

In Italia il più bell’esempio di architettura rinascimentale lo abbiamo nel faro di Genova “la Lanterna”. La torre del vecchio faro costruito nel 1129 era stata tranciata da una cannonata sparata dalla stessa flotta genovese, guidata da Andrea Doria, che nel 1512 stava cercando di cacciare i francesi che si erano asserragliati nel Forte Briglia, alla base della torre.  Dopo circa 30 anni il Doge Andrea Centurione, con un finanziamento del Banco di San Giorgio, decise di ricostruire la torre ed affidò l’incarico ad un architetto sul cui nome le fonti non sono concordi, alcuni indicano Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati, comunque nel 1543 il nuovo faro rinacque dal troncone del precedente. In realtà la sua linea più che ispirata al rinascimento sembra richiamare le linee medioevali, è costruito in due settori, quello inferiore, che finisce con una terrazza, è più largo ed è sovrastato da un altro troncone più stretto, su cui svetta un’imponente lanterna. La primitiva merlatura ghibellina è stata sostituita da un muro in pietra e all’interno è stata costruita una scala in muratura per sostituire quella in legno del faro precedente. Il faro ha subito danni provocati dai fulmini, la lanterna è stata modificata nel tempo e sono stati eseguiti diversi interventi di manutenzione, ma dall’alto dei suoi 77 metri, che diventano 117 sul livello del mare, questa altera signora domina ancora Genova ed il suo fascio di luce è visibile per 26 miglia.

In un’Italia non ancora unita ogni Signoria, Repubblica o Principato che avesse uno sbocco al mare, e quindi un porto, costruiva il suo proprio faro.   Ne abbiamo un esempio a Portoferraio, dove nel 1778 l’Arciduca Leopoldo di Lorena, che allora governava la Toscana, fece costruire sul bastione settentrionale di Forte Stella, eretto dai Medici, una torre alta 25 metri, in stile vagamente medioevale, con una merlatura sotto la lanterna. Solo nel 1860, quando anche l’Isola d’Elba entrò a far parte del Regno d’Italia la torre è diventata un faro a tutti gli effetti, con una portata di 16 miglia. Questo è uno dei tanti fari italiani costruiti al di sopra di fortificazioni preesistenti, se ne possono citare altri : quello dell’isola del Tino, al largo di La Spezia, di Porto Azzurro, sempre sull’Isola d’Elba, il Faro di Forte la Rocca a Porto Ercole e la Torre di San Raineri a Messina. A Rimini, allora facente parte dello Stato Pontificio, nel 1733 l’architetto Luigi Vanvitelli progettò un nuovo faro, che fungeva anche da torre fortino per l’avvistamento dei pirati. Il faro fu terminato nel 1754 da G.F. Buonamici, ha una forma quadrangolare, è alto 25 metri, è tutto dipinto di bianco, ed ha una portata luminosa di 15 miglia.

Intanto anche l’illuminazione dei fari era in continua evoluzione, era necessario renderla sempre più visibile in modo che la loro luce si distinguesse da quelle della costa dove stavano crescendo nuove città e nuovi porti.   Molti scienziati si dedicarono a studi innovativi e nel 1782 il fisico svizzero Aimé Argand (1755-1803) inventò un bruciatore circolare con dieci stoppini alimentati ad olio che duravano 10 giorni, ai quali vennero in seguito aggiunti degli specchi parabolici rotanti che ne aumentavano la luminosità, sistema messo a punto da Jonas Norberg (1711-1783). Questa tipo di lampada venne in seguito ancora perfezionato dall’ orologiaio francese Bertrand Carcel (1750-1812) ed entrò anche in funzione un meccanismo rotante ad ingranaggi, azionato da contrappesi che scendevano lungo la torre, e manovrato a mano. Questo antico sistema, ancora presente in molti fari, può venire usato in casi di emergenza.

E’ stato però a partire dal 1800, il secolo della “farologia”, che, grazie ad un innovativo sistema di illuminazione, la luce dei fari raggiunse il suo massimo splendore. Un fisico francese, Augustin Jean Fresnel (1788-1827), che si era specializzato nello studio della rifrazione della luce, progettò nel 1822 una lente rivoluzionaria, basata in realtà su un principio molto semplice : la sua forma era vagamente ovale ed una serie di anelli prismatici posti in alto ed in basso dirigevano i raggi luminosi verso il centro, dove la lente principale, li raccoglieva e li proietta verso l’esterno.

……………….. segue

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |13 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria

I  FARI DI PUNTA MADONNA E DELLA GUARDIA

ISOLA DI PONZA – ITALIA

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.  40° 54’ Nord  – Long.   12° 58’ Est

 

Al largo della costa Sud Occidentale della Penisola Italiana, in mezzo al Mar Tirreno, quasi a metà strada tra Roma e Napoli, si trova la splendida Isola di Ponza, la maggiore dell’arcipelago Pontino.  L’isola ha una superficie di 7,5 km² e 41 km. di costa, molto frastagliata, con insenature, grotte e faraglioni.   Quest’isola ha una strana forma allungata, a mezzaluna, disposta da ovest verso est e sul suo versante Est si trova Punta Madonna, o Rotonda della Madonna,  dove è situato il faro dallo stesso nome.

Oggi, con le sue case bianche a picco sul mare, il suo mare azzurro, le spiagge, le sue montagne verdi che si stagliano contro il cielo, la sua fauna e la sua flora,  è una meta turistica molto ambita, fonte di benessere per gli abitanti. Ma nel passato, fin dalla preistoria, si hanno notizie della presenza umana, sembra che tutti siano stati su questo piccolo lembo di terra, dai Fenici ai Romani, dai Pirati saraceni, ai Borboni, del cui Regno faceva parte.  Nel 1795 è diventata luogo di detenzione all’aperto e nel 1861 è entrata a far parte del Regno d’Italia e, ancora, nel 1928, è stata utilizzata come luogo di confino per gli antifascisti. Dal 1935 al 1975 venne anche sfrutta una miniera di bentonite che portò lavoro sull’isola, ma anche fatica e sofferenza.

Il vecchio faro di Punta Madonna è stato eretto nel 1858,  era costituto da una torre pentagonale e una lanterna poligonale illuminata elettricamente con una portata di  15 miglia. In caso di mancanza della corrente elettrica entrava in funzione una lampada a 6 becchi ad acetilene che veniva alimentata a mano dai faristi i quali dovevano anche far ruotare l’apparecchiatura con un sistema a orologeria che funzionava tramite un peso attaccato a un cavo metallico che scendeva lungo la torre e che doveva essere ricaricato a mano per mezzo di una manovella ogni volta che raggiungeva il fondo.  Questo è un antico sistema che può essere usato in caso di emergenza e che ancora oggi e si trova in ogni faro.

Sulle isole è sempre esistito il problema dell’acqua potabile così al momento della sua costruzione sotto il faro fu scavata una cisterna per raccogliere l’acqua piovana  ad uso dei faristi in carica e delle loro famiglie.

Nel 1954, a forse a causa d’infiltrazioni d’acqua, la cisterna che era stata così utile nel secolo passato, crollò, rendendo pericolante tutta la struttura.  Per sicurezza, i faristii che vi abitavano furono allontanati ma il faro rumase  comunque in funzione finchè nel 1957 sono stata eseguiti dei lavori  di consolidamento, che si sono dimostrati insufficienti per recuperare la struttura.

Ormai era chiaro che era necessario un nuovo faro e nel 1958 sono stati iniziati i lavori per innalzarne uno nuovo a circa 30 metri dal precedente, che alla fine è stato demolito. Questo  nuovo faro è entrato in servizio il 20 Luglio 1959 ed il 20 Febbraio 1960 i guardiani, o fanalisti, o reggenti, come si chiamano oggi in Italia, sono entrati nei nuovi alloggi adiacenti alla torre, dove abitano tuttora .

Il nuovo faro ha una torre cilindrica bianca alta 8 metri, ma essendo costruito su un’alta falesia, si trova in realtà a 61 metri sul livello del mare.   La sua ottica a luce fissa lancia tre lampi bianchi, seguiti da un’eclisse di 1 secondo, ed un  quarto lampo bianco, seguito da un’eclisse di 8 secondi, con una portata di 25 miglia.

 

Sull’Isola di Ponza si trovano un altro faro importante, il Faro di Monte della Guardia costruito nel 1886 che si trova  su uno sprone roccioso, all’altro capo del’Isola rispetto al faro della Madonna, recentemente ceduto all’asta a una Società che ha in programma di realizzare un hotel. Ma anche questo faro ha una storia, in realtà un primo faro fu costruito nel 1858 sotto il Regno dei Borboni sulla spianata di Monte Guardia ma con  il tempo e l’incuria era diventato un rudere fu quindi solo in seguito che il nuovo faro fu costruito sotto il Regno Sabaudo in una zona vicina.

 

 

 

 

6^ Assemblea Annuale dei Soci

by ilmondodeifari |8 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria

il 28 marzo 2021, sperando in un colore favorevole delle Regioni, terremo la consueta riunione annuale dell’Associazione per approvare il bilancio, decidere le prossime iniziative e alcune cariche associative e presentare i progetti in corso d’opera. per chi non potrà venire in presenza avremo la possibilità di una diretta zoom con possibilità di sondaggi e votazioni a distanza. Per i collegamenti da remoto sarà necessario che le coppie si colleghino ognuno dal proprio pc o tablet o cell perché ad ogni singolo collegamento spetterà un singolo voto. Saremo più precisi nei prossimi giorni. Chi invece pensa di venire la riunione sarà in seconda convocazione alle 15.00 presso la fortezza vecchia di Livorno sala Ferretti. la mattina se sarà possibile visiteremo il faro.

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |7 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria

 

IL FARO DI LIVORNO

Livorno – Italia

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

 

Si dice abitualmente che il Medioevo è stato un periodo oscuro nella storia ma questo non è completamente vero. In questi secoli cominciarono a fiorire quelle arti che porteranno all’era del Rinascimento: la pittura, la poesia, l’architettura, le bellissime cattedrali gotiche ne sono un esempio. Anche molti fari furono eretti lungo le coste italiane in quell’epoca. Le torri erette dai Romani nelle terre conquistate lungo le coste italiane, francesi e nel sud dell’Inghilterra in quel tempo erano già tutte scomparse, con solo poche eccezioni.

L’Italia non era ancora una nazione unita, era divisa in molti piccoli stati e in ogni città che in cui ci fosse un porto c’era anche il suo faro.

Il faro di Livorno è uno di questi e ha una lunga storia.  Lungo le coste esistevano quattro Repubbliche Marinare  e Pisa era una di queste. Spesso queste potenze combattevano tra di loro, ma esse avevano anche delle potenti flotte commerciali con le quali si spostavano non solo nel bacino del Mediterraneo ma anche verso i lontani mari orientali da dove riportavano merci preziose.

Pisa non si trova sul mare, essa è costruita sul fiume Arno e per difendere la sua flotta nel XII  Secolo aveva costruito un faro a Porto Pisano, un porto chiuso da catene,  ma ben presto l’erosione marina e l’insabbiamento resero inutilizzabile sia il porto sia il faro.  A questa distruzione aveva contribuito anche la terribile battaglia che Pisa aveva combattuto nel 1284  contro i genovesi tra le secche della Meloria.  I Pisani nel frattempo, intorno al 1200, avevano eretto una nuova torre su una di queste pericolose secche, circa quattro miglia al largo della costa, come una sentinella notturna per prevenire i naufragi fra quelle pericolose rocce.

Nel XIV secolo, tra il 1303 e il 1305, la repubblica di Pisa decise di erigere una nuova e più grande torre vicino a quello che allora era solo un piccolo borgo medioevale prevalentemente di pescatori, chiamata prima “Labro”, poi “Liburnus” e alla fine “Livorno”, allora ancora possedimento pisano, su ordine dei Provveditori della Fabbrica Lando Eroli e Jacopo da Peccioli. La torre, chiamata in un primo tempo Fanale dei Pisani, fu costruita su una roccia sovrastante il mare sul lato ovest dell’ingresso di quello che allora era un porto naturale e all’epoca era completamente circondato dal mare.  Era un momento di pace tra Pisa, Genova e Firenze e quindi un momento propizio per l’erezione di un monumento che richiedeva tempo e denaro. Un geniale scultore e architetto, Giovanni di Nicola Pisano, venne chiamato per disegnare i piani della torre, che fu in un  primo tempo chiamato Fanale Maggiore,  e ne seguì la costruzione passo a passo

Rimane un mistero il costo di tale costruzione ma dopo tanti secoli e tante guerre, sia all’epoca che in tempi più recenti, gli antichi documenti non sono più rintracciabili.

Per prima cosa fu costruita una base poligonale con tredici lati e sulla quale  fu issata una prima torre che finiva con una terrazza merlata, sopra questa una seconda torre, leggermente più stretta, anch’essa con una terrazza merlata sulla quale poggiava la lanterna.  Al piano inferiore della torre più piccola erano sistemati gli alloggi per il guardiano e dei magazzini.

Visto dal basso il faro sembrava composto di due sezioni coniche ma in realtà era costituito da sette cilindri equamente sovrapposti uno sull’altro, con un diametro leggermente decrescente fino alla cima.  Questo faceva assumere a tutto  l’insieme l’impressione di un andamento curvilineo di grande effetto.  Le pietre Verruca utilizzate per tutta la costruzione erano state estratte dalla vicina cava di San Giuliano. Alla base della torre c’era solo una piccola porta d’ingresso sopra la quale era stata scolpita la croce, simbolo di Pisa, che fu in seguito cancellata e rimpiazzata dal giglio fiorentino quando Pisa, nel 1406, fu annessa al dominio dei Granduchi di Toscana, i De’ Medici.  All’interno del faro si trovava una scala di legno, per accedere ai vari piani, che in caso di pericolo poteva essere tolta, trasformando così il faro in una fortezza.  Solo in tempi più tardi una scala a chiocciola è stata ricavata dallo spessore delle mura. Alla base del faro furono accumulati grossi blocchi di pietra per proteggerlo dal mare in tempesta.

All’inizio la lanterna era illuminata con lampade a olio poi, con il passare del tempo, il combustibile cambiò e venne impiegato petrolio pressurizzato. Nel 1841 furono installate le prime lenti di Fresnel con gas di acetilene a incandescenza finché fu elettrificata alla fine del 1800. Una volta terminata la torre fu considerata una tale grande espressione del genio umano che venne persino ammirata dal grande poeta Dante Alighieri (1265-1321) che non poté fare a meno di descriverla nel V canto del Purgatorio della Divina Commedia con queste parole: “ Sta come torre ferma che non crolla – giammai la cima per soffiar di venti” . Infatti questa lanterna ha affrontato intatta sei tempestosi secoli finché gli uomini non l’hanno sconfitta, ma di questo parleremo più avanti.

Un altro poeta, Francesco Petrarca (130-1374) ha elogiato la grande lanterna nel suo poema “Itinerario Siriaco” come: “validissima, dal cui vertice ogni notte la fiamma indica ai naviganti il più sicuro lido”. Un altro scrittore, Gregorio Dati (1362-1435) nelle sue “Cronache Fiorentine” si riferisce alla torre come :”uno dei migliori lavori mai eseguiti dall’intera Umanità” .  Il grande astronomo Galileo Galilei (1564- 1642) usava salire in cima alla torre per portare avanti I suoi esperimenti.  Il faro di Livorno è stato anche impresso in alcune monete d’oro ancora conservate al Museo Civico di Pisa.

Il Granduca Cosimo I° de’ Medici, un grande governante, realizzò che Livorno era nella posizione strategica per diventare un importante porto per il commercio nel Mediterraneo per Firenze, una città che stava espandendo i suoi commerci in tutto il mondo conosciuto. Il granduca ordinò allora molti lavori per rendere il porto di Livorno ancora più efficiente mentre il faro diventava un riferimento sempre più importante.

Nel 1583 il Granduca  di Toscana, Ferdinando I° de’ Medici – che, come abbiamo già visto, aveva fatto costruire un nuovo faro sulla secca della Meloria –  ordinò ulteriori cambiamenti nel porto di Livorno con la costruzione alla base del faro di un cantiere, il primo dell’epoca, e un  lazzaretto per i marinai che giungevano dalle coste sia del Mediterraneo, sia dai mari Orientali per evitare il diffondersi di eventuali epidemie.  Si dice che l’intero lavoro fu finito in soli cinque giorni,  perché vennero messi al lavoro cinquemila uomini tutti insieme.  Tutto questo cambiò drasticamente l’aspetto del faro la cui base era ora circondata dalle nuove costruzioni che ancora esistevano ai primi del 1900.

Lo sviluppo del porto andò di pari passo con una nuova pianificazione della città di Livorno il cui piano originale era stato disegnato dall’architetto Bernado Buontalenti (1536–1608) il quale circondò la città con mura di forma pentagonale.

Nel 1587 Ferdinando I° de’ Medici apportò ulteriori modifiche e tramutò il porto di Livorno in porto franco.  Con questa innovazione molto vascelli commerciali approdavano allo scalo labronico incrementando enormemente il traffico marittimo. Durante questi secoli Livorno era anche una base militare e dal faro si poteva assistere alla partenza delle galee Medicee che si inoltravano nel Mediterraneo per combattere i pericolosi pirati saraceni che in quei secoli attaccavano e depredavano le coste italiane.

Quando la famiglia  de’Medici si estinse nel 1736 in mancanza di un erede legittimo,   Livorno aveva già ottenuto  la qualifica di città,  aveva più di 30.000 abitanti, un grande porto e un grande faro, il più antico d’Italia, più vetusto anche del faro di Genova, costruito nel 1128, ma ricostruito nel 1543.

Nel 1737 il governo della Toscana passò nelle mani dei Duchi di Lorena, il primo dei quali fu il granduca  Francesco III  il quale creò una reggenza presieduta da Mac de Beauvau, Principe di Craon ,  compiendo una sola visita nella regione (1739) .  Nel 1765 il governo passò nelle mani di Pietro Leopoldo di Lorena (1765-1790)  un principe illuminato che apportò molti cambiamenti. Egli aumentò la portata dello scalo livornese, che attraeva navigli da ogni parte del globo conosciuto e divenne un sempre più potente  scalo commerciale sia per i beni in transito che per quelli in arrivo, dovuto alla sua sicurezza a cui contribuiva anche la presenza del faro.   La dinastia dei Lorena governò per più di un secolo durante il quale Livorno fu occupata dalle truppe francesi e dagli spagnole ma tuttavia città e faro sopravvissero.

Fu solo nel 1860, dopo le guerre di indipendenza, che la storia di Livorno entra a far parte della storia d’Italia, una nuova nazione, appena costituita, e anche il faro entra nell’elenco dei fari Italiani con il numero 1896.

Purtroppo non esistono elenchi degli antichi guardiani del faro, è andato tutto distrutto. Solo nel 1800 abbiamo delle registrazioni delle forniture che venivano effettuate da una ditta appaltatrice per il combustibile, gli stoppini e quant’altro poteva essere necessario per la gestione del faro.  Si tratta di fogli formato protocollo scritti a mano, come si usava allora, con una grafia antica, quasi illeggibile, ma che erano importanti per conoscere i costi di gestione che dovevano essere precisi perché andavano presentati alle Autorità che allora gestivano il Servizio Fari, il Genio Civile e il Ministero dei Lavori Pubblici.  Fu solo nel 1911 che il Servizio fari passò definitivamente alla Marina Militare.

Ora dobbiamo sorvolare molti secoli e arrivare a un triste momento della nostra storia d’Italia.  Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, le truppe Tedesche occupavano il nord d’Italia e le armate Americane stavano arrivando dal sud.  Roma era già stata liberata e Firenze lo sarebbe stata presto.  Il porto e la città di Livorno erano in mano ai Tedeschi e avevano subito diversi bombardamenti da parte degli Alleati, ma il faro non era stato danneggiato, tuttavia era già stato spento da diverso tempo in quanto poteva essere un importante punto di riferimento per chi volesse sbarcare in quella zona.

Arrivò il momento in cui i Tedeschi decisero di ritirarsi per sfuggire all’attacco della quinta e sesta armata americana che stava risalendo la penisola ma prima di questo essi arrecarono all’antico faro il più terribile insulto che si potesse arrecare a un monumento così antico: il 19 luglio 1944 con una carica di dinamite distrussero il faro fino alle fondamenta. Il faro di Livorno aveva fronteggiato per secoli mareggiate, venti di tempesta,  ogni genere di offesa che poteva essere arrecata dalla natura ma in un attimo un gruppo di uomini aveva cancellato tutto questo.

C’è un episodio che riguarda questo fatto che vale la pena di ricordare, è stato raccontato da Saido Giordani, figlio di Giovanni Giordani, che  durante la guerra era guardiano del faro di Livorno. Quest’uomo era in sostanza prigioniero dentro il suo faro che era occupato dai tedeschi e doveva occuparsi delle sue usuali mansioni,  anche se non dell’accensione. Giordani sapeva che il faro era stato minato, lui ci dormiva dentro, ma non si sentiva molto tranquillo, non sapeva quando avrebbero dato fuoco alle micce e se lui avrebbe potuto salvarsi.  Uno dei militari tedeschi, un sergente di nome Walter, era entrato in amicizia con Gianni, e gli aveva detto che lo avrebbe avvisato quando avrebbero fatto saltare il faro. Un giorno Walter gli consegnò un sacchetto di caramelle per i suoi figli e delle sigarette per suo padre e gli disse che gli concedeva quarantotto ore di licenza per andare a trovare la sua famiglia che si trovava all’Isola d’Elba.  A Giovanni non sembrò vero e partì con il primo traghetto che riuscì a trovare e quando tornò due giorni dopo, il faro non c’era più, era un ammasso  di macerie e i tedeschi erano fuggiti. Saido racconta che suo padre non ricordava il cognome del sergente, lo aveva sempre chiamato Walter, comunque dopo la guerra fece di tutto per rintracciarlo, sentiva di dovergli la vita ma ogni ricerca fu vana.

La guerra finì, la città iniziò la ricostruzione, ma le rovine del faro non furono mai toccate, vennero lasciate lì dove si trovavano.  I Livornesi sapevano che se le avessero portate via non sarebbe più stato possibile ricostruirlo e loro volevano il loro faro, non uno qualsiasi.  Fu così che negli anni ’50,  nacque quasi un movimento popolare che chiedeva  a gran voce la ricostruzione del faro.

 

 

Il Presidente della locale Camera di Commercio e dell’Industria, Graziani, nel 1952 aprì una pubblica sottoscrizione che in breve tempo raggiunse i 2 milioni di lire, una gran somma per quei tempi, e in seguito venne raccolto altro denaro.  I lavori cominciarono nel giugno del 1954, dieci anni dopo la distruzione e il lavoro fu eseguito dall’Impresa Ghezzani che, mettendo una gran fede e buona volontà in quello che stavano facendo, seguirono i piani originali di Giovanni Pisano del 1303, utilizzando il 90% del materiale originale ricavato dalle macerie e dove mancava usarono pietre verruca scavate dalla stessa cava di San Giuliano da cui erano state ricavate le pietre originali.

In due anni il faro di Livorno era terminato e aveva lo stesso aspetto del faro originale e per la sua apertura ci fu una grande manifestazione pubblica alla quale partecipò anche l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Una targa posta all’interno del faro ricorda questo evento.

Questo è quello che l’amore per un faro e la fede di un gruppo di cittadini può fare.

La prima volta che sono andata a visitare il faro di Livorno sono rimasta affascinata dalla sua forma esteriore, simile in tutto all’originale che avevo visto in vecchie stampe e fotografie, ma la sorpresa l’ho avuta all’interno, dove colonne di cemento armato sostenevano la costruzione. Questo mi sembrò quasi un’offesa all’architetto che lo aveva costruito nel Medio Evo, non c’era certo il cemento armato a quei tempi e mi chiesi come quell’antico costruttore avesse potuto sostenere il faro all’interno, ma non c’era una risposta, però l’insieme mi ha lasciato senza parole.  L’originale progetto di ricavare una scala dalle mura laterali del faro era stato sostituito dalla costruzione di una scala a chiocciola centrale che arriva fino alla lanterna, la modernità aveva raggiunto  anche questo faro medioevale, testimone del passare del tempo.

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |30 Gennaio 2021 |0 Comments | Senza categoria

 

GENOVA E I SUOI FARI

dI Annamaria “Lilla” Mariotti

 

Molti conosceranno il faro di Genova, la Lanterna, il secondo faro più alto d’Europa con i suoi 77 metri – 117 s.l.m. – e anche uno dei più antichi.

La sua storia comincia nel 1128 con una torre su uno scoglio chiamato Capo di Faro, ai piedi del Colle di San Benigno, sulla cui torre era acceso un fuoco di sterpi la cui cura era affidata a una Corporazione del Comune.  Il faro sorgeva sul lato ovest del molo e ha resistito per molti anni, finché nel 1512 una cannonata sparata da una nave della flotta di Andrea Doria, che combatteva contro i Francesi asserragliati nel forte Briglia, costruito alla base del faro, la troncò a metà.

Così rimase la vecchia torre finché nel 1543 fu ricostruita per volere del Doge Andrea Centurione e dei Padri del Comune, con un finanziamento del Banco di San Giorgio, valendosi dell’opera dell’architetto Gian Maria Olgiati, ingegnere militare al servizio di Carlo V e utilizzando maestranze genovesi.

La Lanterna ricostruita raggiunse la forma e l’aspetto con cui la conosciamo oggi, anche se nel tempo sono stati fatti lavori di consolidamento delle mura interne, è stata aggiunta una cupola di vetro dove  nel 1841 sono state inserite le lenti di Fresnel ed è stato più volte ridipinto lo stemma di Genova su una delle sue facciate. Nel 1936 l’elettricità ha raggiunto la Lanterna e da allora i faristi si sono alternati al suo interno ed è tutt’ora presidiata..

La Lanterna è anche un aerofaro, nella sua cupola, sulla lanterna, una serie di lenti rivolte verso l’alto, mentre ruotano lanciano una sciabolata di luce verso il cielo  segnalando agli aerei in arrivo la rotta verso il vicino aeroporto.  Cielo e mare in questo caso sono in simbiosi.

 

LA TORRE DEI GRECI

Quello che forse molti non sanno è che la Lanterna non è stato l’unico faro a Genova. Il suo porto aveva una forma a semicerchio ed era molto trafficato soprattutto da navi provenienti dall’Oriente con cui i commerci a quell’epoca erano molto fiorenti, e sul molo di Levante sorgeva un altro faro, chiamato la Torre dei Greci perché alla sua base usavano ormeggiarsi le navi provenenti dalla Grecia, che avevano in quella zona anche i loro magazzini e le abitazioni.

Questo faro è stato eretto nel 1324 sul lato di levante del porto per volontà della Corporazione dei Salvatori del Porto ed è stata  posizionata nella zona dove sorgono attualmente i Magazzini del Cotone, davanti al Baluardo e alla Malapaga e la sua sagoma si può vedere benissimo solo in antiche stampe. Entrambe erano parte attiva nel sistema difensivo cittadino, come punti di avvistamento delle navi in arrivo.

All’epoca l’ingresso al porto dell’antica Genova doveva essere maestoso, le navi varcavano una specie di portale che aveva  da un lato la Lanterna e dall’altra la Torre dei Greci. Un’entrata elegante e maestosa, tra due fari imponenti che per le navi in entrata e in uscita erano una guida preziosa verso un sicuro approccio al loro ormeggio o una via verso il  largo.

Per circa 300 anni la Torre dei Greci ha coadiuvato la Lanterna nel difficile compito di proteggere il porto e difendere la città, ma purtroppo di questo faro si è perduta la memoria, il suo nome viene solo ricordato soltanto nell’insegna di un ristorante nelle vicinanze.

 

 

 

Nel 1600, la data certa non è conosciuta, la Torre dei Greci fu abbattuta per consentire l’ampliamento della Mura di Genova e del porto stesso, che in quel momento cambiò completamente il suo aspetto, ma per fortuna a noi resta il ricordo di questo faro che tanto tempo fa ornava il porto di una Genua urbs maritima.

 

IL LANTERNINO

Passano i secoli e Genova ancora una volta ha il suo secondo faro.

Nel 1820,  quando venne attuato il prolungamento del molo, proprio  sulla punta del  Molo Vecchio, viene costruito dal Genio Civile, che a quel tempo si occupava della costruzione dei fari, quello che, da subito, viene soprannominato il Lanternino, per via delle sue piccole dimensioni, in realtà era il Faro del Mandraccio.   Questo faro è rimasto in funzione fino al 1929 quando viene demolito. Purtroppo non sono rimaste notizie sulla sua altezza e sulla sua lanterna.

 

Siamo arrivati all’epoca dei grandi transatlantici, come il Rex, e il porto necessita di uno spazio più ampio che permetta di accedere alla Stazione Marittima per l’imbarco dei passeggeri e così la parte terminale del molo viene eliminata e con essa il Lanternino.

 

L’esistenza del Lanternino è testimoniata in diverse cartoline dei primi del ‘900, soprattutto in una particolare databile intorno al 1910 che si trova nella Bain Collection (Library of Congress) dove è sorvolato da un piccolo aeroplano. Si trattava dell’aereo del famoso aviatore Tenente Andre Beaumont Conneau, ufficiale della French Navy e vincitore di importanti gare internazionali di aviazione, che si stava dirigendo verso Roma, come si trova scritto anche sulla foto.

Il piccolo edificio che si vede in baso a sinistra nella foto non è un faro, ma la torre dei Piloti del porto.

 

 

PUNTA VAGNO

Anche se nel porto di Genova è rimasta solo la Lanterna che da secoli alta e maestosa illumina il mare, la città non è rimasta senza un altro faro.

Lungo Corso Italia, la passeggiata sul mare che si estende per circa 3 chilometri da est a ovest,  c’è una località chiamata Punta Vagno dove è collocato un piccolo faro dallo stesso nome che rimane circa un miglio a est del porto di Genova quasi nascosto dalla vegetazione e dalle case, eppure operativo e la sua luce si collega con quella della Lanterna e del piccolo faro di Camogli, lungo la costa est..

Questo faro è stato costruito dal Genio Civile verso la fine del 1800  ma è stato attivato alla Regia Marina solo il 10 Ottobre del 1931.

Non si conosce la sua forma originale perché il faro è stato distrutto durante la seconda guerra mondiale e ricostruito nell’Aprile del 1948, ma ora è una semplice torre bianca tronco conica con la cima circondata da un balcone su cui poggia una lanterna grigio metallizzato, è alto 8 metri – 26 s.l.m. –  ed emette tre lunghi lampi bianchi con un periodo di  15 secondi, visibile fino ad una distanza di 16 miglia nautiche. Il faro è completamente automatizzato e gestito dalla Marina Militare con il numero di codice di identificazione 1575 EF .

 

Anche questo è un faro aeromarittimo e anche per lui la funzione è quella di dirigere gli aerei in arrivo verso l’aeroporto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |23 Gennaio 2021 |0 Comments | Senza categoria

https://lostinfood.it/dormire-in-un-faro-inghilterra/IL FARO DI BELLE TOUT

 BEACHY HEAD, SUSSEX, INGHILTERRA

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Belle tout lighthouse Cliff near Beach head.

Beachy Head è un promontorio che si protende in mare tra Eastbourne e Birling Gap, nella contea del Sussex orientale, lungo la costa meridionale d’Inghilterra.  Si trova al di sopra di quelle che vengono abitualmente chiamate le bianche scogliere di Dover,  che in realtà si estendono per molti chilometri e scendono a picco sul mare, e che in quella particolare zona si elevano a 162 metri sul Canale della Manica.  Beachy Head è una zona di una bellezza incredibile, con quel muraglione bianco al di sotto di verdi prati, tanto che viene considerato uno delle più belle località dell’intero Regno Unito. Purtroppo questa zona ha anche un triste primato: quello dei suicidi.

Il bianchissimo gesso di quelle scogliere si è formato durante un periodo d 30 milioni di anni, tra 95 e 65 milioni di anni fa, quando la zona era bagnata da un caldo mare subtropicale. Le conchiglie di migliaia di molluschi marini hanno formato degli strati, rendendo la roccia molto dura e bianca. Queste rocce si sono poi sollevate a causa del movimento continentale e la conseguente erosione e hanno raggiunto l’aspetto che hanno oggi. Beach Head è una zona di una bellezza mozzafiato ed è considerata una delle più bella di tutto il Regno Unito.

A causa della pericolosità di quelle acque e ai molti naufragi fino dal 1691 vennero inoltrate richieste per la costruzione di un faro in cima alla roccia ma fu solo nel 1828 che un faro di legno venne eretto sopra la scogliera, in una zona chiamata Belle Tout, da cui il faro prese il nome.  Immediatamente ci si rese conto quanto fosse importante quel faro, tanto che in breve tempo un faro in muratura sostituì quello in legno.  Il nuovo faro fu costruito nel 1832 e la zona fu scelta con molta cura in modo che la sua luce fosse visibile per 20 miglia.

Tuttavia questo bel faro dovette soccombere alle forze della natura. La nebbia lo rendeva spesso invisibile e in più l’erosione della falesia lo metteva in pericolo di crollo. Nel 1902 Belle Tout fu dismesso quando un faro a righe bianche e rosse, cui venne dato lo stesso nome, iniziò a operare alla base della scogliera.

A questo punto iniziarono le traversie per il vecchio faro. Nel 1903 la Trinity House lo cedette a dei privati e da allora cambiò diversi proprietari, finché nel 1923 fu acquistato da un chirurgo, Sir James Purves-

Stewart che lo trasformò in abitazione privata.  Questo durò fino alla seconda guerra mondiale, quando il proprietario, a causa della posizione del faro, fu obbligato ad abbandonarlo e a trasferirsi altrove.   Il faro rimase chiuso e durante la guerra le truppe Canadesi di stanza in quella zona decisero di usarlo per fare il tiro al bersaglio, causando vari danni.

Nel 1948 Sir James decise di offrire la costruzione alla Municipalità di Eastbourne che l’accettò solo per la sua importanza storica ma in seguito, nel 1956, venne data in affitto a un certo Dr. Edward Cullinan Revill il quale effettuò dei lavori di ristrutturazione sull’edificio installando una  fossa settica, collegando l’impianto elettrico e l’acqua.  Di nuovo nel 1962 il faro fu venduto e cambiò diversi proprietari, finché nel 1986 fu acquistato dalla BBC che lo utilizzò come location per la realizzazione di un film.  In realtà la posizione di questo faro era talmente suggestiva che anche in passato era stato usato per altri film.

Nel 1996 Belle Tout fu acquistato da Mark e Louise Roberts che lo trasformarono in residenza privata, finché nel 1999, a causa della continua erosione della scogliera che metteva in pericolo la costruzione, il faro dovette essere spostato di 17 metri all’interno. Questo fu reso possibile  grazie all’impressionante lavoro di ingegneria di Abbey Pynford.  I Roberts rimasero ancora nel faro ma nel 2007 lo misero in vendita per un prezzo di base di 850,000 sterline.  In quello stesso anno Rob Wassel fondò la “Belle Tout Lighthouse Preservation Trust”  per poter raccogliere fondi necessari per l‘acquisto del faro e trasformarlo in un’attrazione turistica e un Bed and Breakfast. Tuttavia, nonostante un certo successo iniziale, alla fine l’associazione nel 2008 dovette soccombere e il faro fu acquistato dalla Belle Tout Lighthouse Society di Beachy Head che nel 2009 restaurò il faro, riportandolo all’antico splendore. Finalmente nel marzo 2010 Belle Tout, trasformato in Bed and Breakfast, aprì le porte ai primi ospiti.

Ora è un paradiso per chiunque volesse trascorrere  una vacanza in un vecchiofaro, con una lunga storia, in una delle più suggestive località del sud dell’Inghilterra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |16 Gennaio 2021 |0 Comments | Senza categoria

Il faro di Cape Lookout

North Carolina – USA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Chi visita il mio sito sa che a ma piace viaggiare e durante questi viaggi ho incontrato molti fari, dei quali ho raccolto storie e leggende.    Uno dei miei fari preferiti si trova sulla parte meridionale di  una lunga striscia di sabbia che costeggia il North Carolina, sulla costa Sud Orientale degli Stati Uniti, e che viene chiamata Outer Banks, o Banchi Esterni.   Questo è il Faro di Cape Lookout, è raggiungibile solo in barca ed io vado a trovarlo molto spesso.

L’ultima volta è stato nell’Ottobre del 2014 mentre mi trovavo in  quella zona ospite dei miei parenti e nonostante le condizioni meteo non proprio favorevoli mio cugino ed io siamo saliti in barca alla Marina di Marshallberg e ci siamo avventurati sotto una pioggerellina quasi estiva.    Quando siamo arrivati il Faro ci ha accolto con i suoi lampi di luce perché la sua particolare caratteristica è questa : rimane acceso giorno e notte.  Come sempre è stato come ritrovare un vecchio amico e ho ripensato a tutte le volte che ho passeggiato sulla spiaggia che si estende ai suoi piedi, raccogliendo conchiglie o rotolandomi nelle onde dell’Oceano.  Il Faro fa parte del Cape Lookout National Seashore istituito nel 1976 e che si estende per 56 miglia lungo le isole sabbiose.

La  storia di questo Faro è lunga e si perde nel tempo.   La sua costruzione risale al 1859 e, come in molti altri casi,  è la seconda torre costruita in questo luogo.   Lungo gli Outer Banks si trovano cinque Fari : Currituck, Bodie Island, Cape Hatteras, Ocracoke, sull’omonima isola, e Cape Lookout.   Ocracoke è considerato un fanale portuale e ha una luce meno potente, mentre gli altri sono tutti Fari a tutti gli effetti e sono collocati a circa 40 miglia di distanza uno dall’altro in modo che le navi appena perdevano di vista un faro ne avvistavano subito un altro, Questa distanza era stata scelta perché lungo la costa si trovano dei pericolosissimi banchi di sabbia e queste luci aiutavano i naviganti ad evitarli.

La costruzione della prima torre fu completata nel 1812.  Era una torre cilindrica alta 29 metri, tutta in mattoni, rivestita da una struttura esagonale in legno dipinta a strisce orizzontali bianche e rosse.    Questo faro diede dei problemi fin dall’inizio, la luce era troppo debole e poteva essere vista solo fino a 9 miglia, e anche l’installazione di nuove lampade nel 1815 non migliorò la situazione.   Si rendeva necessaria la costruzione di un nuovo faro.

Nel 1857 il Congresso degli Stati Uniti stanziò 45,000 dollari per un nuovo faro che fu completato nel 1859.    Si erano resi conto che la costruzione di un faro a basso costo non era la scelta migliore.    Il nuovo Faro di Cape Lookout fu costruito per durare nel tempo.

La torre cilindrica è costruita in mattoni, è alta circa 50 metri ed è stata equipaggiata con lenti Fresnel di 1° ordine.    La luce poteva essere vista alla distanza di 19 miglia.  La base ha un diametro di 8 metri e mezzo e lo spessore del muro alla base è di quasi tre metri. All’interno  fu installata una scala di legno che fu però sostituita con una scala di ferro nel 1867.   Questo faro, per le sue caratteristiche, è diventato in seguito il modello per la costruzione degli altri Fari sugli Outer Banks.   Tuttavia, anch’esso aveva un difetto :  durante la costruzione non era  stato considerato l’ancoraggio della scala al muro interno, con il risultato che la scala è sempre stato il punto debole del faro ed è il motivo per cui per diverso tempo non è stato aperto al pubblico.

In seguito sorse un altro problema, i quattro fari degli Outer Banks erano così simili che i marinai non potevano distinguerli uno dall’altro così, nel 1873 fu disegnato uno schema per differenziarli :  il Faro di Currituck non fu dipinto, fu lasciato in mattoni rossi, il Faro di Bodie Island  ebbe delle bande orizzontali bianche e nere, il Faro di Capo Hatteras fu dipinto a strisce bianche e nere a spirale e il Faro di Cape Lookout ottenne il glorioso aspetto che ha oggi:  il disegno a diamante bianco a nero.   Questo segno distintivo non è solo il modo per distinguerlo dagli altri fari, i diamanti neri sono orientati nella direzione Nord-Sud, mentre quelli bianchi sono orientati verso Est-Ovest, questo da ai naviganti un’ulteriore segnale per trovare un sicuro ancoraggio in caso di condizioni del mare sfavorevoli: il lato della torre con i diamanti bianchi mostra dove l’ancoraggio è più sicuro.

Naturalmente le lampade usate nel Faro di Cape Lookout subirono cambiamenti con l’avanzare della tecnologia.   Le lampade Argan e riflettore parabolico furono sostituite da una lampada  a vapore di olio incandescente finché nel 1933 arrivò l’elettricità e nel 1950 il Faro fu automatizzato.   Ora è equipaggiato con  due lampade da 1000 watt, ognuna delle quali produce 800,000 candele di potenza la cui luce può  essere vista fino a 20 miglia.   La luce appare con un breve lampo ogni 15 secondi.

Anche questo bellissimo Faro ci ha raccontato la sua storia,  che, come quella di molti altri, comincia tanto tempo fa e prosegue nel tempo fino ai giorni nostri.

Ma se potesse parlare, il Faro di Cape Lookout cosa ci racconterebbe ancora ?    Storie di naufragi, di navi in pericolo, di tempeste  terribili che squassano l’Oceano ai suoi piedi, di guardiani coraggiosi, di salvataggi eroici.   Io, a parte quella giornata di pioggerellina, ho sempre visto il Capo in splendide giornate di sole, ma non è difficile immaginare cosa può succedere da quelle parti  quando gli elementi si scatenano.  Non per niente quella zona di mare viene chiamata “Il Cimitero dell’Oceano”.   Così guardo il Faro silenzioso, lo saluto e gli do appuntamento per la prossima volta, sperando che abbia ancora in serbo qualche sorpresa per me e che, magari, si decida a parlare.

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |9 Gennaio 2021 |0 Comments | Senza categoria

 

IL FARO DI LE CORDOUAN

GARONNA, FRANCIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.  43°35” Nord  Long.  1°  10” Ovest

Sulla costa Ovest della Francia, all’estuario della Gironda, non lontano dalla città e dal porto di Bordeaux, si trova un faro leggendario, e sicuramente il più antico e, ancora oggi, il più rinomato di Francia,  quello di Le Cordouan.

La leggenda racconta che una prima  torre primitiva era stata fatta costruire nel nono secolo da Luigi il Pio, figlio di Carlomagno, 8 Km. al di fuori dell’estuario della Gironda, mentre si sa per certo che una torre esisteva intorno al 1360, eretta per ordine del Principe Edoardo del Galles, detto il Principe Nero, figlio di Edoardo III d’Inghilterra, che allora occupava quella parte della Francia.  Questo era stato fatto su richiesta dei mercanti spagnoli di Cordova, allora in mano ai mori, che portavano in quella zona della Francia il loro cuoio e ripartivano carichi del vino di Bordeaux.   Lo stretto passaggio era molto pericoloso anche a causa delle alte maree e una luce per guidare le navi era necessaria. Questa torre era poligonale, alta 16 metri e un eremita si occupava di tenere acceso il fuoco di legna sulla sua sommità, chiedendo un  contributo alle navi che passavano.   Questa usanza di chiedere contributi alle navi di passaggio, anche se nuova per questa zona, non  era insolita in altre parti d’Europa, come a Genova, dove le autorità marittime del XII secolo già chiedevano pedaggi alle navi che entravano nei loro porti.   Questo diventerà comunque la maggiore fonte di finanziamento per i fari anche in epoca moderna.

Anche l’origine del nome di questo faro è avvolto dalla leggenda e molto si è discusso su questo, ma pare che il suo nome “Le Cordouan” fosse in origine  “Le Cordovan” e derivasse proprio dal fatto che era stato costruito per incrementare il commercio con la città spagnola di Cordova.  Sempre tra realtà e leggenda, si dice che alla morte del mitico eremita, nessuno si è più occupato del faro e che quella luce si è spenta, in realtà nel 1495 le segnalazioni dalla torre di Le Corduan servivano per avvertire le navi in arrivo se c’erano nemici in vista, accendendo un fuoco di giorno.  In questo caso le navi potevano trovare rifugio nel porto di La Rochelle o in altri porti vicini e sicuri.

La torre assalita dal mare e dai forti venti dell’Atlantico a poco a poco è andata in rovina, mentre i naufragi si susseguivano.  I Governatori della Guienna, antica provincia della Francia meridionale facente parte del Ducato d’Aquitania, sollecitarono più volte la ricostruzione della torre, chiedendo l’intervento del Re Enrico II e di Caterina de Medici senza ottenere risposta.     E’ solo sotto il regno di Enrico III, nel 1584, che l’antico faro, la torre spoglia sulla quale l’eremita accendeva il suo fuoco, sta per avere una metamorfosi incredibile, sta per diventare una delle sette meraviglie del mondo moderno.

In quell’anno viene affidato all’architetto Louis de Foix, che già aveva partecipato alla costruzione dell’Escurial in Spagna,  l’incarico di progettare un nuovo faro.  Louis de Foix  si rende conto che la vecchia torre non è più utilizzabile, così questa viene demolita  e lui prepara i progetti per un nuovo faro, che dovrà essere alto e imponente, annunciando che i lavori si sarebbero conclusi entro due anni.   Non è molto chiaro se si sia parlato di costi, costruire un faro non è un’impresa da poco, richiede tempo e denaro e costruirlo in riva al mare è ancora più impegnativo, e il primo ostacolo si presentò subito : l’isolotto su cui erano state posate le fondamenta cominciò ad essere sommerso dal mare, per cui venne subito costruito un alto muro di contenimento che risultò essere una soluzione geniale.  Normalmente il 1584 viene considerato come l’anno d’inizio dei lavori del faro e probabilmente ne erano già state poste le basi, ma per  qualche motivo  Louis de Foix dici anni più tardi, nel  1594, si impegna con  l’allora sindaco di Bordeaux, Michel de Montaigne  per costruire un faro monumentale, che non ha più niente a che fare con i suoi disegni originali.  Anche in questo caso non deve essere stato considerato il lato finanziario, infatti l’architetto che ha progettato e costruito Le Corduan non solo è finito in bancarotta, ma si anche rovinato la salute, tanto è vero che è morto prima di portare a compimento la sua opera.  Lo hanno sostituito prima il figlio  e poi suo il capomastro, completando il faro secondo i disegni del suo progettista solo nel 1611, ventisette anni dopo l’inizio.

Il risultato di questa impresa è un monumento imponente, un po’ fortezza, un po’ chiesa e un po’ reggia, una piccola Versailles in mezzo al mare. Il faro era alto 37 metri, con una base rotonda e liscia di stile rinascimentale, un’ingresso imponente, su cui troneggiava una statua di Nettuno, che conduceva in un vestibolo da cui si accedeva alle stanze dei guardiani.  Al piano superiore, nel più puro stile barocco,  l’appartamento reale, che non ha mai visto un re, e quello del suo luogotenente e, ancora sopra, la cappella con un  soffitto a volta, oggi sconsacrata dove, si dice, fino al 1750 un prete si recava ogni tanto a dire messa.  Sulla cima una piccola torre conteneva la lanterna decorata, sormontata da un alto pinnacolo e all’esterno della costruzione colonne con capitelli dorici e corinzi, sculture e pinnacoli  che hanno fatto meritare a questo faro insolito il nome di “Le Roi des phares, le phare des Rois”.   L’unico problema era che la sua luce non aveva una gran portata, poteva essere vista solo per poche miglia, non sufficienti per il sempre crescente traffico marittimo in quella zona di mare.  Certo, è un po’ difficile poter capire oggi quali fossero allora i progetti di quell’architetto un po’ folle e un po’ geniale nel costruire un monumento cos’ grandioso e maestoso e così poco adatto allo scopo per cui era stato costruito.   Si era in un’epoca in cui il bello veniva al primo posto in tutte le manifestazioni artistiche, il rinascimento stava lasciando il passo al decorato barocco e forse Louis de Foix  aveva proprio voluto erigere questo, un monumento al bello per lasciarne una testimonianza ai posteri.  Non è stato accontentato.

ll’ingresso della cappella si trovano due targhe in marmo, una datata 1665 e l’altra 1727 in cui i Re Luigi XIV e Luigi XV commemorano alcune modifiche apportate al faro durante i loro regni.  Nella prima si parla solo di riparazioni alle fondamenta, nella  seconda  della sostituzione della lanterna in pietra ornata di colonne con una in ferro.  Con questa innovazione il faro comincia a perdere il suo aspetto originale.

Infatti questa costruzione non era destinato a durare, troppo bello, ma poco funzionale. Nel 1789 un ingegnere della Marina di Bordeaux, Joseph Teulère,  mette mano alla ristrutturazione del faro, facendo demolire la cupola della cappella e la lanterna ed elevando la struttura fino a 57 metri    Alla fine del 1700 la lanterna era alimentata con oli vari, di balena, di colza e di oliva e nel 1790 vi era stato installato un rivoluzionario sistema si illuminazione , sempre ad olio, dotato di 30 lampade e riflettori mossi da un peso, che per la prima volta permettevano la rotazione della luce.  Questi sistemi di illuminazione erano stati inventati e sperimentati nel corso del tempo da diversi personaggi proprio per aumentare le luminosità dei fari, la cui luce rischiava di confondersi con quelle della costa. In questo caso il sistema di illuminazione usato era quello inventato dallo svedese Jonas Norberg (1711-1783), aumentando però il numero degli stoppini per renderlo più luminoso.  Un’altra innovazione lo aspetta, nel 1823 le lenti di Fresnel, da poco inventate dal fisico francese Augustine Fresnel (1788-1827) sono state installate per la prima volta nella lanterna, dando così al faro di Le Cordouan la connotazione di un faro innovativo.   Per non sfatare questo aspetto, subito dopo la seconda Guerra Mondiale vi era stato anche installato il primo gruppo elettrogeno per elettrificare la lanterna.

Per proteggere le lenti originali di Fresnel, durante la seconda Guerra Mondiale vennero  tolte dal faro e nascoste nelle grotte di Mechers sulle rive della Gironda e oggi sono conservate in un Museo.

Tutte le sovrastrutture artistiche sono sparite, il faro ha perso il suo fascino di castello da fiaba,  è diventato un obelisco in mezzo al mare, che, sfortunatamente non  ha portato fino a noi il sogno del suo architetto visionario, ma lo ha trasformato nel faro che oggi conosciamo.  Tuttavia nel 1862 è stato dichiarato monumento storico, l’ anno in cui lo stesso privilegio è toccato alla cattedrale di Notre Dame a Parigi,  e oggi è un faro moderno, ma la parte inferiore, il primo piano e l’interno con le stanze reali e la cappella con le sue vetrate originali, sono rimasti gli stessi che Louis de Foix costruì a partire dal 1584.

Il faro è visitabile via terra durante la bassa marea e fino a pochi anni fa era lo stesso farista a fare da guida ai visitatori.

 

 

Copyright©Annamaria “Lilla” Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |14 Settembre 2020 |0 Comments | Senza categoria

EDDYSTONE, Devon, Inghilterra 

IL FARO CHE E’ STATO RICOSTRUITO

QUATTRO VOLTE

di Annamaria “Lilla” Mariotti 

Lat.  : 50°10’80” Nord,  Long.: 04°15’90” Ovest,

L’Inghilterra, si sa, ha una lunga tradizione marinara ed è forse per questo che è stata una delle prime nazioni a sentire l’esigenza di creare una serie di segnalazioni luminose lungo le coste per mettere in guardia le navi dai pericoli rappresenti da  secche e scogli.  Uno scoglio affiorante è uno dei pericoli più seri per una nave in navigazione durante la notte, grandi o piccole che siano le navi o gli scogli, e lungo le coste inglesi,  particolarmente quelle nebbiose e tempestose  del Canale della  Manica,  se ne trovano moltissimi e l’unico modo per evitare questo pericolo è quello di costruirci sopra un faro.

Uno dei fari inglesi più famosi e anche uno fra i più antichi esistenti al mondo è il Faro di Eddystone, un faro con una storia tormentosa, perché fu ricostruito ben quattro volte, che si trova sulla costa meridionale dell’Inghilterra, a circa 13 miglia a Sud di Plymouth, Latitudine 50°10’80” Nord, Longitudine 04°15’90” Ovest, costruito sullo scoglio omonimo, reso tristemente famoso dalla quantità di naufragi  che vi si erano verificati.

 

La Trinity House, il dipartimento dei fari inglese, costituito nel 1514, iniziò a cercare la persona adatta alla costruzione del faro sullo scoglio di Eddystone già  nel 1664, ma  la sua costruzione fu iniziata solo trent’anni dopo, nel 1696,

quando si presentò Henry Winstanley, un personaggio eclettico, un armatore e un inventore. Egli aveva inventato un sofisticato sistema idraulico che consisteva in  un vaso igienico che rilasciava un flusso d’acqua, invenzione che aveva presentato a Londra con un certo successo.   Non era insolito a quei tempi che una simile costruzione venisse affidata ad una persona che poteva sembrare priva dei necessari requisiti, bastava dimostrare un certo ingegno per poter ottenere un tale incarico.  Henry Winstanley aveva quindi accettato di costruire il faro, ottenendo dalla Trinità House la concessione dei profitti derivanti dal passaggio delle navi per cinque anni.   Ma Winstanley aveva anche un motivo personale per voler portare a termine quell’impresa : proprio su quello scoglio aveva perso due delle sue navi.

 

La costruzione procedette tra mille difficoltà perché su quello scoglio si poteva lavorare solo con il mare calmo e si doveva andare di continuo avanti e indietro dalla terraferma.  Winstanley, inoltre,  durante i lavori fu rapito da un corsaro francese e portato prigioniero in Francia, all’epoca in guerra con l’Inghilterra.  La leggenda racconta che quando arrivarono, Re Luigi XIV mandò il pirata alla Bastiglia e rimandò libero Winstanley con questo messaggio : “Noi siamo in guerra con l’Inghilterra, non con l’umanità”, ma in realtà pare che sia stato scambiato con dei prigionieri francesi in Inghilterra. L’inventore  riprese il suo lavoro e verso la fine del 1698 il faro era terminato.  La torre era alta 24 metri, con la base in pietra e il resto di legno e fu illuminata per la prima volta il 14 Novembre 1698.

 

L’inverno nell’oceano Atlantico può essere molto duro, e la costruzione non doveva essere molto solida, infatti il faro nella primavera seguente aveva già urgente bisogno di riparazioni.    L’estroso Winstanley non si perse d’animo  e non solo fece le riparazioni necessarie, rinforzò la base aggiungendo degli  anelli metallici ed elevò la lanterna a 36 metri, ma apportò anche delle modifiche al faro aggiungendo una stanza da letto decorata,  una veranda e un salotto con un loggiato aperto e la nuova versione di Eddystone fu accesa nel mese di Ottobre 1699.   Questo tocco di eleganza dimostra l’eccentricità del personaggio, così sicuro della sua opera da dichiarare che avrebbe voluto trovarsi nel faro durante il più violento uragano mai visto.   Fu tristemente accontentato qualche anno dopo, il 27 Novembre del 1703, quando si recò al faro per un controllo di routine e ci passò la notte.   La mattina dopo il faro era sparito, ingoiato dal mare insieme al suo costruttore e tutti quelli che vi si trovavano, durante una delle più spaventose tempeste che abbiano mai spazzato le coste inglesi.

 

Fu deciso di ricostruire il faro e i lavori cominciarono qualche anno dopo.  Questa volta  ebbe l’incarico un certo John Rudyerd, già commerciante in seta, che si ispirò alla carpenteria navale, e ottenne la concessione dei diritti sul passaggio delle navi per 99 anni.  La costruzione di legno, che aveva una forma conica, la prima del suo genere, era alta 21 metri e fu illuminata nel 1709. Questo faro resse per 47 anni, sopravvivendo al suo costruttore e facendo pensare che finalmente era stato risolto il problema di quello scoglio tanto pericoloso.  Ma questa volta un altro tragico avvenimento era in agguato, un incendio che si sviluppò il 2 Dicembre 1755 sulla sommità della lanterna, alimentata da diverse dozzine di candele.  Il capo guardiano del faro, Henry Hall di 94 anni, con due aiutanti, tentò inutilmente di spegnerlo lanciando secchiate d’acqua verso l’alto e nel fare questo successe che il pover’uomo, forse perché teneva la bocca aperta per lo sforzo ingoiò del piombo fuso che colava dalla cupola e gli finì in gola e nello stomaco, portandolo alla morte 12 giorni dopo essere stato prelevato dal faro, che continuò a bruciare ancora per cinque giorni e cinque notti.  Nessuno gli aveva creduto quando si era lamentato per il suo incidente, ma l’autopsia del guardiano accertò che il poveretto aveva veramente ingoiato circa 200 grammi di piombo. E c’è una prova, perché quel pezzo di piombo è stato conservato e si trova ora in un museo.

 

In quegli anni in Faro di Eddystone si era dimostrato indispensabile per la navigazione e quindi era necessario ricostruirlo.  L’impresa fu affidata a John Smeaton, un ingegnere civile, esperto di mulini e strumenti di precisione e anche inventore di un materiale molto simile al cemento a presa rapida, usato ancora oggi, che si chiama “Portland cement” che utilizzò per la costruzione del faro.  La nuova torre, costruita in pietra interamente sulla terraferma e poi assemblata sul posto pietra per pietra, fu inaugurata nell’Ottobre del 1759 e restò in uso per 120 anni, fino a che furono notate delle crepe nella roccia su cui poggiava.    Per paura che il faro crollasse, fu smantellato nel 1870  e ricostruita sulla terraferma, a Plymouth Hoe, per volontà ed a spese degli abitanti di quella città e lì si trova tutt’ora, a ricordo del suo costruttore, John Smeaton.  Questo faro è rimasto il prototipo di tutti i fari a venire, al cui disegno si ispirarono in seguito anche i francesi, un faro simbolo di modernità, senza sovrastrutture architettoniche inutili,  imponente nella sua semplicità strutturale che lo rendeva utile e visibile per lo scopo per cui era stato costruito.

Ma Eddystone non rimase senza faro. Dato che lo scoglio non era più praticabile e la tecnologia era in qualche modo avanzata, fu costruito un cassone sommerso e su questo una nuova torre interamente in granito che fu inaugurata nel 1882, costruita da Sir James Douglass, ingegnere della Trinity House ed è la stessa che si vede ancora oggi, la quarta e ultima ricostruzione del faro di Eddystone.   Vicino al nuovo faro si vede ancora il troncone di quello che fu smantellato e trasferito a Plymouth tanto tempo fa.

La famiglia di James Douglass  (1826-1898) aveva avuto un lungo legame con la  Trinità House : suo padre Nicholas  aveva lavorato per il dipartimento dei fari inglesi come progettista dal 1839, suo fratello William era diventato ingegnere Capo nel dipartimento dei fari in Irlanda e  William, figlio di James, l’ultimo della famiglia ad essere stato assunto dalla Trinity House, aveva costruito 28 fari durante la sua carriera.

Il faro è alto 49 metri, è dotato di lenti Fresnel che consentono una visibilità fino a 22 miglia, con due lampi bianchi ogni 10 secondi.    

 

La modernità è arrivata anche in mezzo al mare e il faro di Eddystone è riconoscibile per una particolarità, comune anche ad altri fari inglesi : la cupola di vetro è incappucciata da una impalcatura che sostiene una piattaforma per l’atterraggio degli elicotteri.     Ormai non c’è più pericolo che qualche vecchio guardiano ingoi del piombo tentando di spegnere un  incendio, il faro è elettrificato già da tempo, è tutt’ora funzionante ed è automatizzato dal 1982.

Benché il faro non ospiti più un guardiano e non sia aperto al pubblico, spesso delle squadre di tecnici arrivano sulla torre per effettuare lavori di manutenzione che possono durare anche qualche settimana, per questo all’interno si trova un confortevole dormitorio dove gli uomini vivono nello stesso isolamento dei guardiano di un tempo.

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |12 Settembre 2020 |0 Comments | Senza categoria

EDDYSTONE, Devon, Inghilterra 

IL FARO CHE E’ STATO RICOSTRUITO

QUATTRO VOLTE

di Annamaria “Lilla” Mariotti 

Lat.  : 50°10’80” Nord,  Long.: 04°15’90” Ovest,

L’Inghilterra, si sa, ha una lunga tradizione marinara ed è forse per questo che è stata una delle prime nazioni a sentire l’esigenza di creare una serie di segnalazioni luminose lungo le coste per mettere in guardia le navi dai pericoli rappresenti da  secche e scogli.  Uno scoglio affiorante è uno dei pericoli più seri per una nave in navigazione durante la notte, grandi o piccole che siano le navi o gli scogli, e lungo le coste inglesi,  particolarmente quelle nebbiose e tempestose  del Canale della  Manica,  se ne trovano moltissimi e l’unico modo per evitare questo pericolo è quello di costruirci sopra un faro.

Uno dei fari inglesi più famosi e anche uno fra i più antichi esistenti al mondo è il Faro di Eddystone, un faro con una storia tormentosa, perché fu ricostruito ben quattro volte, che si trova sulla costa meridionale dell’Inghilterra, a circa 13 miglia a Sud di Plymouth, Latitudine 50°10’80” Nord, Longitudine 04°15’90” Ovest, costruito sullo scoglio omonimo, reso tristemente famoso dalla quantità di naufragi  che vi si erano verificati.

 

La Trinity House, il dipartimento dei fari inglese, costituito nel 1514, iniziò a cercare la persona adatta alla costruzione del faro sullo scoglio di Eddystone già  nel 1664, ma  la sua costruzione fu iniziata solo trent’anni dopo, nel 1696,

quando si presentò Henry Winstanley, un personaggio eclettico, un armatore e un inventore. Egli aveva inventato un sofisticato sistema idraulico che consisteva in  un vaso igienico che rilasciava un flusso d’acqua, invenzione che aveva presentato a Londra con un certo successo.   Non era insolito a quei tempi che una simile costruzione venisse affidata ad una persona che poteva sembrare priva dei necessari requisiti, bastava dimostrare un certo ingegno per poter ottenere un tale incarico.  Henry Winstanley aveva quindi accettato di costruire il faro, ottenendo dalla Trinità House la concessione dei profitti derivanti dal passaggio delle navi per cinque anni.   Ma Winstanley aveva anche un motivo personale per voler portare a termine quell’impresa : proprio su quello scoglio aveva perso due delle sue navi.

 

La costruzione procedette tra mille difficoltà perché su quello scoglio si poteva lavorare solo con il mare calmo e si doveva andare di continuo avanti e indietro dalla terraferma.  Winstanley, inoltre,  durante i lavori fu rapito da un corsaro francese e portato prigioniero in Francia, all’epoca in guerra con l’Inghilterra.  La leggenda racconta che quando arrivarono, Re Luigi XIV mandò il pirata alla Bastiglia e rimandò libero Winstanley con questo messaggio : “Noi siamo in guerra con l’Inghilterra, non con l’umanità”, ma in realtà pare che sia stato scambiato con dei prigionieri francesi in Inghilterra. L’inventore  riprese il suo lavoro e verso la fine del 1698 il faro era terminato.  La torre era alta 24 metri, con la base in pietra e il resto di legno e fu illuminata per la prima volta il 14 Novembre 1698.

 

L’inverno nell’oceano Atlantico può essere molto duro, e la costruzione non doveva essere molto solida, infatti il faro nella primavera seguente aveva già urgente bisogno di riparazioni.    L’estroso Winstanley non si perse d’animo  e non solo fece le riparazioni necessarie, rinforzò la base aggiungendo degli  anelli metallici ed elevò la lanterna a 36 metri, ma apportò anche delle modifiche al faro aggiungendo una stanza da letto decorata,  una veranda e un salotto con un loggiato aperto e la nuova versione di Eddystone fu accesa nel mese di Ottobre 1699.   Questo tocco di eleganza dimostra l’eccentricità del personaggio, così sicuro della sua opera da dichiarare che avrebbe voluto trovarsi nel faro durante il più violento uragano mai visto.   Fu tristemente accontentato qualche anno dopo, il 27 Novembre del 1703, quando si recò al faro per un controllo di routine e ci passò la notte.   La mattina dopo il faro era sparito, ingoiato dal mare insieme al suo costruttore e tutti quelli che vi si trovavano, durante una delle più spaventose tempeste che abbiano mai spazzato le coste inglesi.

 

Fu deciso di ricostruire il faro e i lavori cominciarono qualche anno dopo.  Questa volta  ebbe l’incarico un certo John Rudyerd, già commerciante in seta, che si ispirò alla carpenteria navale, e ottenne la concessione dei diritti sul passaggio delle navi per 99 anni.  La costruzione di legno, che aveva una forma conica, la prima del suo genere, era alta 21 metri e fu illuminata nel 1709. Questo faro resse per 47 anni, sopravvivendo al suo costruttore e facendo pensare che finalmente era stato risolto il problema di quello scoglio tanto pericoloso.  Ma questa volta un altro tragico avvenimento era in agguato, un incendio che si sviluppò il 2 Dicembre 1755 sulla sommità della lanterna, alimentata da diverse dozzine di candele.  Il capo guardiano del faro, Henry Hall di 94 anni, con due aiutanti, tentò inutilmente di spegnerlo lanciando secchiate d’acqua verso l’alto e nel fare questo successe che il pover’uomo, forse perché teneva la bocca aperta per lo sforzo ingoiò del piombo fuso che colava dalla cupola e gli finì in gola e nello stomaco, portandolo alla morte 12 giorni dopo essere stato prelevato dal faro, che continuò a bruciare ancora per cinque giorni e cinque notti.  Nessuno gli aveva creduto quando si era lamentato per il suo incidente, ma l’autopsia del guardiano accertò che il poveretto aveva veramente ingoiato circa 200 grammi di piombo. E c’è una prova, perché quel pezzo di piombo è stato conservato e si trova ora in un museo.

 

In quegli anni in Faro di Eddystone si era dimostrato indispensabile per la navigazione e quindi era necessario ricostruirlo.  L’impresa fu affidata a John Smeaton, un ingegnere civile, esperto di mulini e strumenti di precisione e anche inventore di un materiale molto simile al cemento a presa rapida, usato ancora oggi, che si chiama “Portland cement” che utilizzò per la costruzione del faro.  La nuova torre, costruita in pietra interamente sulla terraferma e poi assemblata sul posto pietra per pietra, fu inaugurata nell’Ottobre del 1759 e restò in uso per 120 anni, fino a che furono notate delle crepe nella roccia su cui poggiava.    Per paura che il faro crollasse, fu smantellato nel 1870  e ricostruita sulla terraferma, a Plymouth Hoe, per volontà ed a spese degli abitanti di quella città e lì si trova tutt’ora, a ricordo del suo costruttore, John Smeaton.  Questo faro è rimasto il prototipo di tutti i fari a venire, al cui disegno si ispirarono in seguito anche i francesi, un faro simbolo di modernità, senza sovrastrutture architettoniche inutili,  imponente nella sua semplicità strutturale che lo rendeva utile e visibile per lo scopo per cui era stato costruito.

Ma Eddystone non rimase senza faro. Dato che lo scoglio non era più praticabile e la tecnologia era in qualche modo avanzata, fu costruito un cassone sommerso e su questo una nuova torre interamente in granito che fu inaugurata nel 1882, costruita da Sir James Douglass, ingegnere della Trinity House ed è la stessa che si vede ancora oggi, la quarta e ultima ricostruzione del faro di Eddystone.   Vicino al nuovo faro si vede ancora il troncone di quello che fu smantellato e trasferito a Plymouth tanto tempo fa.

La famiglia di James Douglass  (1826-1898) aveva avuto un lungo legame con la  Trinità House : suo padre Nicholas  aveva lavorato per il dipartimento dei fari inglesi come progettista dal 1839, suo fratello William era diventato ingegnere Capo nel dipartimento dei fari in Irlanda e  William, figlio di James, l’ultimo della famiglia ad essere stato assunto dalla Trinity House, aveva costruito 28 fari durante la sua carriera.

Il faro è alto 49 metri, è dotato di lenti Fresnel che consentono una visibilità fino a 22 miglia, con due lampi bianchi ogni 10 secondi.    

 

La modernità è arrivata anche in mezzo al mare e il faro di Eddystone è riconoscibile per una particolarità, comune anche ad altri fari inglesi : la cupola di vetro è incappucciata da una impalcatura che sostiene una piattaforma per l’atterraggio degli elicotteri.     Ormai non c’è più pericolo che qualche vecchio guardiano ingoi del piombo tentando di spegnere un  incendio, il faro è elettrificato già da tempo, è tutt’ora funzionante ed è automatizzato dal 1982.

Benché il faro non ospiti più un guardiano e non sia aperto al pubblico, spesso delle squadre di tecnici arrivano sulla torre per effettuare lavori di manutenzione che possono durare anche qualche settimana, per questo all’interno si trova un confortevole dormitorio dove gli uomini vivono nello stesso isolamento dei guardiano di un tempo.