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Visita al Faro del Tino San Venerio 2021

by ilmondodeifari |27 Agosto 2021 |1 Comments | Appuntamenti Per tutti, Fari, Natura e Fari, Senza categoria | , , , , , ,
Sabato 11 e domenica 12 settembre è la festa di San Venerio protettore dei faristi come associazione siamo chiamati a dare il nostro aiuto per la gestione delle visite al faro del Tino e contestualmente presenteremo un lavoro di ricerca storica condotto da Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi sulla prima alimentazione del Faro da rete elettrica.
L evento è aperto a tutti ma chi verrà come visitatore dovrà avvalersi dei traghetti (costo 15 euro) per raggiungere L isola. Gli orari sono sia per il giorno 11 che per il 12 : mattina 0900 rientro 1330 e pomeriggio partenza 1230 e rientro 1730. Prenotazione obbligatoria, da mercoledì 8 alle 13 sul sito www.visitatino.cailaspezia.it, ci sono 150 posti
Invece per i soci  che vorranno fare servizio di volontariato sull’isola sarà possibile partire alle 830 e rientrare alle 1730. Il nostro contributo sarà quello di accompagnare i visitatori alla scoperta del faro. Ci divideremo in gruppi di due soci e accompagneremo gruppi di massimo 15 persone facendo rispettare i tempi della visita che per loro sarà di soli 15 minuti.
Green pass e mascherina obbligatoria per tutti
Per i volontari avremo un passaggio da Marifari Sp gratuito per l’isola o per chi prende il traghetto il rimborso del biglietto.
Nel faro troverete anche il frutto di una interessante ricerca storica condotta da nostri soci presso molti archivi di Stato e locali, dal titolo :“IL FARO RACCONTA”

Questa ricerca oltre a individuare i nomi e le storie dei faristi che nel tempo hanno prestato servizio al faro del Tino con le loro famiglie, ha ricostruito la storia della prima elettrificazione del Faro che fu sperimentata per la prima volta in Italia tra il 1885 e il 1912.

Non molti sanno che il progettista del Genio Civile fu il Commendator Parodi che pensò di utilizzare macchine termiche ad aria calda alimentate a carbone (purtroppo non si poterono utilizzare macchine a vapore per la difficoltà di approvvigionare acqua dolce che non è presente sull’isola) che servivano a mettere in moto due dinamo a corrente alternata che potevano funzionare separatamente o insieme, in modo da ottenere correnti variabili da 55 a 200 ampere. In quest’ultimo regime si aveva un potere luminoso di circa 1600000 carcels (unità di misura dell’intensità della luce pari a =   1,5584×107 Candele).

La luce del faro di San Venerio era visibile da oltre 75 miglia di distanza. Tuttavia i pescatori locali si lamentarono fin da subito per i potenti bagliori che, a 6-8 miglia dalla costa, facevano assumere alle onde le sembianze di pericolosi frangenti …inoltre, l’approvvigionamento di carbone quasi giornaliero, che doveva essere trasportato dall’ Arsenale fin sull’isola con piccole barche a remi, la fatica che ne derivava oltre al tempo necessario per trasportarlo e stivarlo non consentiva ai faristi di potersi adoperare anche per il corretto funzionamento del faro e assicurare allo stesso tempo il necessario sostentamento alle famiglie. Pertanto, nel 1912, si decise di  riconvertire il faro a vapori di petrolio, poi ad acetilene e, solo in tempi più recenti, si poté procedere alla sua definitiva riconversione ad energia elettrica assicurata da gruppi elettrogeni e da un cavo sottomarino che dalla Palmaria porta, ancora oggi,  l’energia elettrica di rete a tutta l’isola del Tino.  Ma di questo e molto altro vi racconteranno i soci Felicetta e Vittorio e i faristi che al tino hanno prestato servizio.

Visita ai Fari della Sicilia

by ilmondodeifari |27 Agosto 2021 |0 Comments | Senza categoria |
PROGRAMMA DI MASSIMA VISITA FARI CAPO MILAZZO E SALINA E PUNTA SECCA (Faro di Montalbano)
22 – 23 -24 OTTOBRE 2021 + 25 e 26 per chi può.
OTT 22 venerdì
Per chi arriva in aeroporto a Catania Fontanarossa – trasferimento con bus treno navetta o auto a noleggio a Milazzo ad arrivo sistemazione in albergo – pranzo libero. Per chi arriva la mattina possibilità di una visita libera a Messina e pranzo.
Per tutti ci troviamo a Milazzo alle 1800 presso BAR Washington per un aperitivo di ben venuto e sistemazione in hotel.
ore 2000 cena presso ristorante ZISICILY
pernottamento in hotel a Milazzo (verranno consigliati alcuni hotel ma ogni socio si regoli autonomamente).
OTT 23 sabato
0830 trasferimento in aliscafo a Salina se condimento favorevoli
visita al faro di Salina ed alla tenuta dei Conti Tasca d’Almerita – Capo Faro Resorthttps://www.capofaro.it/
Nel Pomeriggio ci possono raggiungere tutti quelli che preferiscono partire il sabato per la visita al Faro di Punta Lingua e degustazione di prodotti tipici del posto (ci coordineremo più avanti per questa evenienza).
alle 1700/1910 rientro libero a Milazzo
Cena libera e pernotto in hotel.
Qualora condimento sfavorevoli per la traversata visiteremo il Faro di Milazzo e il MU MA (Museo del Mare www.mumamilazzo.com noto per lo scheletro del capodoglio SISO) presso il Castello di Milazzo
Pranzo presso ristorante La Muciara Pomeriggio ci trasferiremo a Capo Faro e Visiteremo il faro di Capo Peloro. Per i mezzi di trasporto valuteremo in base al numero di partecipanti e alle auto disponibili
Rientro libero, Cena libera e pernotto a Milazzo
OTT 24 domenica
ore 0900 visita al faro di Capo Milazzo ed escursione percorso naturalistico
Visita MU MA (Museo del Mare www.mumamilazzo.com noto per lo scheletro del capodoglio SISO) presso il Castello di Milazzo
pranzo al termine saluto di commiato e partenza per il rientro
trasferimento aeroporto di Catania Fontanarossa
In alternativa qualora non fossimo potuti andare a Salina il sabato ci vedremo alle 0900 per trasferimento al Faro di San Ranieri a Messina e a seguire Faro di Sciara Biscari a Catania.
Per i mezzi di trasporto valuteremo in base al numero di partecipanti e alle auto disponibili.
pranzo presso l’Hostaria Il Faro al termine saluto di commiato e partenza per il rientro – visita del centro storico per chi ha tempo prima di rientrare.
Tempo utile trasferimento aeroporto di Catania Fontanarossa per volo rientro.
Per chi può proseguire altri 2 giorni :
24 Pomeriggio trasferimento a Punta Secca cena e pernotto libero.
25 visita all’area nota per la serie TV dei libri di Montalbano e zone limitrofe attività libera (decidiamo sul posto).
26 visita a Ragusa e trasferimento tempo utile a Catania per rientro.

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |27 Marzo 2021 |0 Comments | Senza categoria

 

 

IL FARO DI LA CORUNA, GALIZIA, SPAGNA

LE SUE LEGGENDE E LA SUA STORIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

 

I  fari lungo le coste di tutto il mondo sono tantissimi, un numero infinito e, anche se la loro utilità viene oggi messa in discussione, per secoli hanno aiutato i naviganti ad evitare i pericoli rappresentati da scogli affioranti e secche di sabbia, portandoli sani e salvi alla meta.  Tutti questi fari hanno una loro storia, sono più o meno antichi, ma ce n’è uno in particolare, la Torre di Ercole a La Coruña, in Spagna, che ha da raccontare una delle storie più interessanti che si possano immaginare.

 

Questo faro è il più antico esistente al mondo ancora in funzione e in una inimmaginabile contraddizione temporale, un moderno sistema di illuminazione elettrico è in funzione al di sopra di pietre poste sul luogo dai romani.   Il faro è diventato il simbolo stesso della città di La Coruña e chiunque lo guardi non può non rendersi conto dell’aura magica che lo circonda.

Molte sono le leggende nate intorno alla costruzione del faro, ma qui voglio raccontarne tre, quelle che ci riportano alla notte dei tempi,  alla mitologia, alle guerre tra uomini e Dei e al valore di questo ultimi e ai Celti, popolo misterioso che un tempo popolò queste terre.

Una prima leggenda racconta che Euristeo, Re di Micene, aveva imposto ad Ercole, suo fratello, le famose dodici fatiche, la decima delle quali consisteva nel rubare i buoi di Gerione, Re di Spagna, perché quest’uomo cattivo nutriva gli animali con carne umana.     Gerione era un essere fantastico, aveva tre corpi e tre teste, ma una sola anima, e possedeva un grosso gregge di buoi custodito da Orto, un cane a due teste.   Ercole piombò nel bel mezzo del prato dove il gregge pascolava,  uccise Orto, il cane mostruoso, e radunò gli animali per far ritorno a Micene.

Non appena Gerione venne a sapere quello che Ercole aveva fatto lo inseguì verso le terre di Nord Ovest per recuperare il suo gregge. I due si incontrarono su una collina vicino al mare e lì combatterono furiosamente per tre giorni, finché Gerione cadde ferito a morte.   Ercole tagliò le teste di Gerione e seppellì il corpo nello stesso punto in cui era avvenuto lo scontro.    Il vincitore, per mantenere il ricordo della battaglia,  decise di fondare in quel posto una città, chiamò gente per abitarla e costruì una grande torre, sul luogo della sepoltura di Gerione, che doveva servire per controllare la costa e difenderla dai nemici.

Tra le prime persone accorse per abitare nella nuova città c’era una donna di nome Crunna, che Ercole sposò e, in suo onore, diede alla città il nome della moglie.

Un’altra leggenda narra che dopo la costruzione delle Colonne d’Ercole, fine del Mare Mediterraneo e inizio del mare tenebroso e sconosciuto che tutti temevano, gli abitanti di quella che una volta di chiamava Asperia, la Spagna odierna, venuti a conoscenza dell’abilità di Ercole nel combattere i tiranni e le ingiustizie, gli chiesero di aiutarli a liberarsi dalla tirannia di Gerione Signore delle terre di Asperia.

Volendo accontentare quella brava gente Ercole sfidò Gerione in una battaglia a due, senza ascoltare i consigli dei suoi amici che gli dicevano di non andare da solo a quell’incontro.   Accettata la sfida, fu deciso che lo scontro sarebbe avvenuto nella terra di Galizia dove i due combatterono per tre giorni.  Il quarto giorno Ercole uccise Gerione, tagliò la sua testa,  costruì una torre in quel luogo a ricordo dello scontro e fondò una città.    La gente arrivò nella nuova città da molti posti diversi ed Ercole diede a quel posto il nome di una donna giunta con gli altri : Crunna.

Queste due storie hanno molto in comune, ma ce n’è una terza, che riguarda un’epoca più recente e meno fantastica, sia pure sempre leggendaria.

Secondo il “Libro delle Invasioni”,  una raccolta irlandese del XII secolo di fatti epici, il capo celtico Lord Breogan, fratello di Brath e padre di Lord Ith, fondò la città di Brigantium, in Galizia, e di fronte ad essa costruì quella che veniva chiamata “La Torre di Breogan” di cui si diceva che fosse “una casa deliziosa e  confortevole, oltre ad essere un importante punto di avvistamento”.

La leggenda racconta che Ith, il figlio di Breogan, guardando dalla torre vide all’orizzonte una costa sconosciuta e chiese e ottenne da suo padre il permesso di partire con una spedizione verso quella terra, che era l’Irlanda.  ma, appena arrivato, Ith fu ucciso dagli abitanti ed il suo corpo fu rimandato a casa in segno di buona volontà, ma Breogan, per vendetta, invase l’Irlanda.

Queste sono le suggestive leggende legate al faro di La Coruña, e che ancora oggi si raccontano, ma in realtà la torre originaria fu costruita al tempo dell’Imperatore Traiano, alla fine del Imo secolo D.C., da Caio Servio Lupo, un architetto proveniente da Aemium, una città allora situata vicino a quella che oggi è Coimbra, in Portogallo e fu dedicata  al Dio Marte, con l’intento di usarla sia come faro che come torre di avvistamento per proteggere il vicino porto di Brigantium.

Alla base della torre è stata rinvenuta una pietra con la seguente iscrizione :

MARTI / AUG. SACR. / C. SEVIVS LUPUS
ARCHITECTUS / AEMINIENSIS
LUSITANUS EX.VO

Che tradotta significa :
” Consacrato a Marte.  Gaio Sevio Lupo, architetto di Aemium, in Lusitania, a compimento di una promessa”

La torre fu costruita su una pianta quadrata, con i lati di 18 metri ed un’altezza di 36 metri, aveva tre piani a su ogni piano si affacciavano quattro stanze comunicanti tra loro.   In alto terminava con un pinnacolo cilindrico di circa 4 metri ed intorno ad esso erano collocati i contenitori per il fuoco.   La scala si trovava all’esterno e saliva  tutto intorno alla torre.

La storia e le vicissitudini di questo faro si snodano  attraverso i secoli,  le prime tracce si trovano in un trattato di Paolo Orosio scritto tra il 415 e il 417 nel quale, per la prima volta, la torre viene chiamata “Faro”.   L’uso delle torre per questo scopo venne in seguito associato alla città ed all’intera regione, tanto che nel 572 venne dato il nome di “Faro” ad una delle divisioni territoriali donata al Vescovato di Iria  e nell’830 la regione viene chiamata “Contea del Faro” .    Anche quando la popolazione costiera fu costretta a fuggire all’interno  a seguito dell’invasione Normanna, a partire dall’846,  la città fondata dai rifugiati fu chiamata “Burgo de Faro”.   Nell’870 San Sebastiano, nelle sua cronache, racconta che i Normanni arrivarono “fino ad un posto conosciuto come Faro di Brigantium”.    Nel 915 la proprietà della città di “Farum Brigantium”  passò all’arcivescovado di Santiago di Compostela.   Negli anni seguenti i territori limitrofi vengono sempre identificati con il nome del Faro mentre passano di proprietà di vari monasteri e chiese, finché nel 991 il Re Bermudo II dona “la Contea del Faro” alla Chiesa di Santiago.    Durante il Medio Evo un Re, Alfonso V, conferma la donazione della Contea alla chiesa, con l’esclusione della torre, che viene però contesa tra vari nobili,  a causa della sua posizione  e della solidità della sua costruzione, infatti veniva usata anche come fortezza.   Passò di nuovo nelle mani della corona, e ancora all’arcivescovado di Santiago di Compostela, ma tutti questi cambiamenti portarono solamente alla rovina della torre che, a causa della  mancanza di un’adeguata manutenzione, cominciava ad andare  in  rovina.

Alla fine del XII Secolo la città di Brigantium prende il nome di “Las Cruña”  (dal latino “ad columnam” cioè vicino alle colonne) e nel secolo seguente divenne la città principale della regione.     Intanto la torre continuava a decadere,  la rampa delle scale esterne fu demolita e le sue pietre vennero usate per costruire una fortezza all’interno della città.    A  partire dal XVI Secolo la torre divenne proprietà della città, ma il fatto che mancava la scala per raggiungere i piani superiori la rese inservibile e così la sua rovina aumentò e nel 1589, durante l’assedio degli inglesi, fu definita “un nido per uccelli”.     Fu solo nel 1682 che furono iniziati dei lavori per riattivarla come faro e per accedere alla cima furono creati dei passaggi nelle volte delle stanze, fu costruita una scala interna e in cima, sul lato Nord, furono costruite due piccole torri per contenere due lanterne.   Le spese per la riparazione, la riattivazione e la manutenzione del faro furono pagate per 10 anni dai Consoli di Inghilterra, Olanda e Fiandra che erano interessati alla sicurezza per la navigazione commerciale tra i loro paesi.    In seguito questo onere passò alle Autorità Cittadine, ma ancora una volta  la torre venne trascurata e questo provocò l’inizio di un altro declino con la caduta di una delle piccole torri e danni alla scala interna.

Dobbiamo arrivare al 1785, quando la torre passò nella mani del Reale Consolato Marittimo della Galizia, per vedere rinascere questo monumento.    In quello stesso anno fu decisa la sua ricostruzione e l’incarico fu affidato a Eustaqui Gianini, un ufficiale di marina ed ingegnere.   Il vecchio nucleo della torre fu rivestito con pietre di granito dello spessore di 60 cm., sulla cima fu costruita una volta ottagonale e all’interno una nuova scala, e nello stesso tempo furono effettuati altri lavori di ristrutturazione generale.   I lavori finirono nel 1791 e con questo intervento il Faro prese l’aspetto con cui oggi lo conosciamo.    La lanterna aveva sette riflettori alimentati ad olio e l’eclisse era ottenuta da lastre d’acciaio mosse da un meccanismo ad orologeria.

 

A partire dal 1833 molti sono stati i cambiamenti che la lanterna del Faro ha subito e gli avvenimenti che lo hanno accompagnato.    Una cosa interessante è che tra il 1849 ed il 1854 fu istituita nel Faro una scuola per Guardiani del Faro che andavano lì per imparare il mestiere.    Nel 1921 arrivò l’elettricità  e furono quindi abbandonati i vecchi sistemi di illuminazione e nel 1956 sul lato Sud Ovest della base fu costruito un nuovo quartiere per il Guardiano.  Infine nel 1974 fu installato il corno da nebbia e nel 1977 il radiofaro.

Oggi la Torre di Ercole è diventata il simbolo della città di La Coruña ed è comune identificare l’una con l’altra.   Il Faro per secoli è apparso sugli stemmi della città e attraverso queste rappresentazioni si possono anche vedere i vari cambiamenti a cui la torre è stata sottoposta.  Oggi essa continua la sua funzione di Faro, la sua caratteristica sono quattro lampi di luce bianca con un periodo di 20 secondi che possono essere visti ad una distanza di 23 miglia.   Ha un radiofaro ed il segnale per la nebbia.     La sua posizione geografica è : 43° 23′ 9″ Nord, 8° 24′ 24″ Ovest e la sua altezza sul livello del mare è di 57 metri.

La torre è aperta al pubblico fino ai piani superiori,  l’unica stanza non visitabile è quella della lanterna.  Durante la salita su possono  vedere i resti dell’antica costruzione romana ed i segni dei seguenti rimaneggiamenti.   Alla base della torre si trova una piccola costruzione che protegge la pietra con l’iscrizione originale latina di cui si è parlato all’inizio.

Tra storia e leggenda si snodano le vicissitudini di questa torre costruita dai Romani per proteggere un porto importante per i loro commerci, un faro che ha vissuto momenti di declino e momenti di gloria, ma che, saldo come una roccia, ha attraversato i secoli, le bufere, gli imperi e gli imperatori.  Ha subito molti cambiamenti, ma è rimasto lì, proteso verso l’Oceano Atlantico, come una testimonianza della lunga storia di questi monumenti luminosi che rischiano di andare perduti ancora una volta per l’incuria dell’uomo.

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |20 Marzo 2021 |0 Comments | Senza categoria

IL FARO DI BROTHER ISLANDS

MAR ROSSO – EGITTO

di Annamaria @Lilla@ Mariotti

Latitudine  :  23° 39’ Nord    Longitudine  :  36° 09’  Est

 

L’Egitto evoca non solo la storia di Faraoni, ma anche il ricordo del primo, grande faro conosciuto della storia, una delle sette meraviglie del mondo.  Costruito sotto i regni di Tolomeo I e Tolomeo II, i faraoni greci, sull’isolotto di Pharos, di fronte ad Alessandria, intorno al 300 A.C. Il faro di Alessandria avrebbe in seguito dato il nome a tutte le strutture costruite in riva al mare per guidare i naviganti.  Il Mar Rosso, oggi meta di vacanze per gli amanti del diving, ricorda una storia ancora più antica, il mitico passaggio di Mosé a capo del suo popolo durante la fuga dall’Egitto.

 

A circa 60 chilometri al largo della costa Egiziana, a Sud Est di Hurghada, dove il deserto orientale di getta nel Mar Rosso, si trovano due minuscole isole, chiamate in arabo “El Akhawain” e in inglese “Brothers” , cioè fratelli, che hanno in realtà ben poco in comune se non la vicinanza una all’altra.  La più grande, “Big Brother”,  ha un profilo piatto e allungato, è lunga circa 400 metri e larga 40, mentre la più piccola, mezzo miglio più a Sud, ha una forma leggermente circolare e un perimetro che non supera i 100 metri.

Entrambe le isole sono circondate da una barriera corallina e sono prive di vegetazione e di spiagge.   Queste due isole non sono altro che due piattaforme di origine corallina che si elevano da un abisso di oltre 500 metri e si innalzano sul mare per non  più di 10 metri.   Dopo l’apertura del Canale di Suez il 17 Novembre 1869 molte di navi cominciarono a solcare questo tratto di mare e molti furono i naufragi, come testimoniano i relitti che vi si trovano.   Questa era la via più breve per gli inglesi per raggiungere le loro colonie in  India e  furono proprio gli inglesi , che a quel tempo contavano tra le loro colonie anche la costa orientale dell’Egitto, a volere, nel decennio 1880-1890, una rete di fari che consentisse una navigazione sicura in quelle acque che stavano diventando tra le più navigate del mondo.

 

Uno di questi fari venne costruito sulla “Big Brother” utilizzando come mano d’opera prigionieri egiziani che ricavano la pietra dall’isola stessa, tagliando blocchi di 1,30 metri di base per 65 centimetri di altezza.   Il faro fu completato nel 1882 ed era alto 36 metri.  L’impianto di illuminazione funzionava con una lampada a kerosene alimentata da una pompa manovrata a mano che doveva essere alimentata ogni 4 ore.

Le lenti di Fresnel della lanterna amplificavano la luce portando  la visibilità a 17 miglia.  Il sistema ottico era stato realizzato dalla ditta Chance Brothers di Birmingham, pesava più di una tonnellata e funzionava grazie ad un complesso sistema di contrappesi che salivano e scendevano all’interno della torre.   Il faro era custodito da cinque persone che vivevano sull’isola, un capo guardiano e i suoi quattro assistenti, che avevano il compito di accendere il faro al tramonto, alimentalo ogni 4 ore e spegnerlo all’alba.   Questi uomini  vivevano in condizioni a dir poco disagiate, non c’era corrente elettrica e i contatti con la terraferma avvenivano tramite un vecchio trasmettitore Morse alimentato a batteria, gli approvvigionamenti erano rari e poveri, non esiste nessun tipo di approdo su quel piccolo scoglio e l’unico mezzo di sostentamento era la pesca.   Gli uomini facevano turni di tre mesi sull’isola e uno a casa, oppure di nove mesi al faro e tre a casa.

 

 

Nel 1994 il faro è stato elettrificato e automatizzato, la vecchia lente è stata sostituita da una lampada che lancia 4 lampi bianchi ogni 16 secondi con una portata di 17 miglia , così anche gli uomini hanno abbandonato l’isola, dove tutto è stato lasciato com’era, e le vecchie case dei guardiani, costruite anch’esse in pietra locale, stanno andando in rovina e sono l’unica testimonianza di un’epoca passata, un’epoca di lavoro e di sacrificio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |13 Marzo 2021 |0 Comments | Senza categoria

IL FARO DI MARETTIMO E IL SUO GUARDIANO

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Io ho scritto questo racconto diverso tempo fa, quando ebbi il piacere e il privilegio di poter intervistare Bonaventura Venza, allora già in pensione, che era stato per molti anni il guardiano del faro di Punta Libeccio a Marettimo.
Ora che Ventura, come amava essere chiamato, è andato ad accendere il fari lassù tra gli angeli,  vorrei che questo diventasse un tributo particolare a quell’uomo eccezionale che era.

Bonaventura Venza, o meglio, Ventura, come amava essere chiamato, l’uomo che nacque due volte.   La prima fu a Marettimo, una delle Isole Egadi al largo della Sicilia, il 28 Giugno 1934, la seconda 13 anni dopo quando, in seguito ad un qualche incidente di cui non ama parlare, lui morì, andò di là, come dice Ventura, e ritornò in vita dopo aver visto tante cose, molto toccanti,  che segnarono per sempre la sua vita. Non vuole dire cosa ha visto, è un suo segreto e non vuole dividerlo con altri, bisogna credergli sulla parola.   Forse è per questo che Ventura è un uomo così sereno, così pacato, così gentile.   Può sembrare un racconto, strano,  fantastico, ma chi conosce Ventura sa che le cose stanno proprio così, come lui le racconta.

 

La sua vita si svolge come quella di tanti ragazzi nati e cresciuti su un’isola e quando compie 18 anni la cosa più logica da fare è quella di entrare in marina, cosa che fa con tutto l’entusiasmo della sua età e rimane in marina per alcuni anni, ma con il tempo la salute lo tradisce.   Il mare, si sa, è un elemento meraviglioso, ma cela dei pericoli e per Ventura questo pericolo si manifesta come una grave forma di reumatismi che gli impedisce di continuare la sua carriera.    E’ il 1968 e Bonaventura è ancora giovane, ma ottiene il congedo per invalidità mentre si trova a Venezia.   Ora tutto quello che lo aspetta è una pensione e il diritto ad un posto statale che gli consenta di vivere decorosamente, non certo una grande prospettiva.    Qualche volta il destino riserva delle sorprese, non ci sono molti posti statali disponibili,  Ventura deve accontentarsi di un posto di Farista, e nello stesso anno viene assegnato proprio al Faro di Punta Libeccio, nella sua Marettimo e Ventura torna a casa.

 

Marettimo è una delle isole Egadi, insieme a Levanzo e Favignana. Queste tre isole, quasi tre sorelle, si trovano al largo della costa occidentale della Sicilia e Marettimo è un’isola particolare, una montagna in mezzo al mare, la più lontana dalla costa della Sicilia, un’isola quieta e tranquilla, dove si sentono solo lo sciabordio delle onde che si infrangono sugli scogli, il sibilo del vento e le grida dei gabbiani.  Qualcuno ha detto : “Trovata Marettimo, ritrovi te stesso” e chi c’è stato giura che è vero.

Ventura, che nel frattempo si  è sposato, va a vivere dentro il faro con  la moglie e un altro farista, suo sottoposto, anch’egli con la famiglia e subito comprende che quella è la sua vita, che quello è il posto più bello del mondo

Il Faro si trova sulla costa Sud dell’isola,  sulla Punta che ha dato il nome alla costruzione, su una roccia che si eleva a 24 sul livello del mare,  la torre è alta 50 metri,  il che porta l’altezza totale della lanterna a 74 metri, è stato costruito nel 1860 in pietra con una torre ottagonale, ed è tutto bianco con una striscia nera al centro del caseggiato  su cui spicca la scritta “Punta Libeccio”.    Le sue Lenti di Fresnel di prima  classe, di fabbricazione svedese ed installate nel 1955, ne fanno il secondo faro d’Italia per importanza dopo la Lanterna di Genova.    Il Faro ha una portata luminosa di 36 miglia, con due serie di lampi e due eclissi per un periodo di 15 secondi.  Questo faro ha un’altra caratteristica :  la sua luce arriva quasi a baciarsi con  quella del faro di Capo Bono in Tunisia che è proprio di fronte a lui.

Il tempo passa e Ventura vive in simbiosi con il suo Faro, il suo lavoro comincia la sera, quando cala il sole e lui provvede all’accensione della lanterna, poi va a dormire tranquillo, perché se qualcosa non va un segnale di allarme lo avverte e lui ha il tempo di intervenire.  Poi, di giorno, ci sono tante altre cose da fare : pulire i vetri, lucidare gli ottoni, eseguire piccole riparazioni e lui fa questo ed altro, perché non c’è lavoro che Ventura non sappia fare.  Quella è la sua casa e Ventura ci vive felice, immerso nella natura, di fronte alla montagna di cui impara a conoscere ogni minimo particolare.

Tutto questo dura per 18 anni, poi il Faro viene automatizzato e la presenza  costante di un Farista non è più necessaria, così lui e la moglie si trasferiscono in paese, a Marettimo, a 9 chilometri dal Faro, e ogni due giorni, su una campagnola, Ventura affronta la strada dissestata che attraversa la montagna e lo porta a Punta Libeccio.  Questa strada è così pericolosa che ogni volta lui saluta la moglie come se fosse l’ultima volta che la vede, le curve sono così strette che spesso la campagnola si trova con una ruota sul precipizio, ma Ventura continua il suo lavoro con tenacia ed ogni volta torna a casa.   Niente di male poteva accadergli vicino al “suo” faro.

Un faro indomito, destinato a durare, perché già durante l’ultimo conflitto mondiale aveva corso un bel rischio.  Al tempo dello sbarco degli americani in Sicilia era stato dato l’ordine dai militari di ostacolarli in ogni modo, facendo saltare postazioni strategiche nei porti siciliani, e il faro di Marittimo era considerato di grandissima importanza per la navigazione, ma anche troppo utile per aiutare quello che  allora era il nemico, così che non venne dato semplicemente l’ordine di oscurarlo, ma addirittura di farlo saltare.  Fu un Nostromo della Capitaneria di porto di Trapani, Enrico Mario Aristogitone Palumbo Grandinetti, che era stato trasferito a Marettimo dove il faro di Punta Libeccio era di  vitale importanza per i naviganti,  che, come racconta con orgoglio la figlia,  coraggiosamente finse di obbedire agli ordini, ma in realtà fece saltare un ordigno nelle vicinanze del faro, salvandolo dalla rovina.

Si racconta spesso che nei fari ci siano delle “presenze” misteriose, forse perché sono così isolati e, se capita di trovarcisi durante una tempesta, solo il sibilo del vento che soffia intorno alla torre o che si insinua lungo la scala a chiocciola può far venire i brividi ai più coraggiosi.  Ventura racconta che nel “suo” Faro si sono avute molte manifestazioni di queste “presenze”, soprattutto perché  durante la Seconda Guerra Mondiale lo stretto di Sicilia è stato testimone di alcune delle più terribili battaglie navali, molti mezzi sono affondati e molti marinai sono annegati, così sugli scogli di Marettimo non c’era giorno che non si trovasse il corpo di qualche marinaio perito in questi scontri.

Chi va per mare e chi vive vicino al mare sa che chi in mare muore non ha pace finché la famiglia non fa dire  una messa per placare la sua anima, ma spesso quei poveri corpi non avevano un nome, e allora chi avvisare ?  Gli isolani davano pietosa sepoltura a quelle povere creature, ma su molte lapidi non poterono mettere altro che una scritta “Ignoto”.  Così in paese cominciarono a verificarsi strani casi, qualcuno incontrava di notte, per la strada, un giovane che, con aria sperduta,  chiedeva di avvisare una famiglia lontana perché potesse dire una messa per lui, addirittura capitò che qualcuno si trovò uno di questi giovani alla porta, ma non tutti furono accontentati.  Dopo un po’ questi fenomeni cessarono e pare che con il tempo quelle povere anime che non avevano trovato la pace dell’anima avessero trovato rifugio nel Faro.   Ventura li sentiva, ne percepiva la presenza con strani segnali : finestre che si spalancavano quando non c’era una alito di vento, porte che sbattevano, rumori su e giù per le scale.   Quando questo succedeva Ventura, al momento di apparecchiare la tavola, metteva un piatto ed una sedia in più e i fenomeni sparivano come per incanto.   Se dimenticava questo rituale, per tutta la notte si sentiva il rumore di sassi lanciati contro le finestre, ma Ventura non ha mai avuto paura, per lui erano “presenze” amichevoli con le quali ha convissuto tranquillamente.

Ventura è anche un uomo dal cuore grande.  Nel 1982 un amico medico lo ha portato con sé in Uganda dove dovevano costruire un ospedale.   Sapeva che Ventura era un aiuto prezioso  e infatti lui si è dedicato a questa impresa per un mese, facendo mille cose e  prestando la sua opera senza chiedere niente in cambio,  solo la gioia di essere stato utile.  Ma questo e stata anche fonte di una delle più grandi delusioni della sua vita. Nel Febbraio del 2002 Ventura è tornato in Africa, in Uganda, per rivedere il suo ospedale e lo ha trovato trasformato in caserma, lui non dice niente, volta le spalle e se ne và.   Cosa c’era da dire ?   Tanto lavoro, tanta dedizione per cosa ?

Poi arriva il giorno della pensione e nel 1999 Ventura deve lasciare il suo Faro, deve abbandonare per sempre il suo amico.   Lui dice che andandosene ha portato via con se l’anima del Faro e questo è vero.   Questa antica costruzione, che nel tempo è stata spesso ristrutturata, comincia a cadere a pezzi, non viene più fatto alcun tipo di manutenzione e certamente non è più lo stesso faro che Ventura ha lasciato quando è andato via. .

Poi c’è una voce che comincia a circolare per Marettimo : il Faro è in vendita,  non sembra una voce strana, gli immobili del Demanio possono essere messi in vendita, compresi i fari, e la gente comincia ad accorrere, a chiedere se è vero, ad offrirsi di comprarlo per riportarlo in vita, forse come abitazione privata, forse come albergo, tanto la gente è attratta dai Fari che qualcuno vorrebbe aggiudicarsi quello di Punta Libeccio.  Ma la Zona Fari di Messina, da cui dipende il Faro di Marettimo smentisce, non è vero niente, il Faro non è in vendita.    Questo è un mistero che per ora resterà tale

Intanto Ventura si gode la sua pensione, vive la sua isola e dipinge, perché questa è la sua passione più grande e poi, ogni anno, vola in California, a trovare i suoi parenti.   Quando gli viene chiesto  che fine faranno i fari, scuote la testa, dice che i fari saranno abbandonati, la figura del Farista sparirà, quest’uomo romantico e coraggioso sa di essere stato uno degli ultimi custodi rimasti perché si dice che la Marina non rimpiazzerà quelli che vanno in pensione, che non ci saranno più concorsi, anche se c’è molta richiesta da parte di tanti giovani per intraprendere questo mestiere.

Così Ventura, anche nella sua casa di Marettimo, rimane “Il Guardiano del faro” e lo rimarrà per sempre.

 

 

UNALUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |6 Marzo 2021 |0 Comments | Senza categoria, Una luce nel buio

IL FARO DI CAPO SANDALO, ISOLA DI SAN PIETRO, SARDEGNA

UN UOMO E LA SUA LANTERNA

di Annamaria “Lilla” Mariotti”

 

L’Isola di San Pietro si trova vicino alla costa Sud Occidentale della Sardegna ed è meglio conosciuta semplicemente come “Carloforte” dal nome della sua unica città. E’ una piccola isola, la strada principale che l’attraversa da Nord a Sud è lunga 12 Km., eppure è un piccolo mondo a sé;  i suoi abitanti parlano un arcaico dialetto genovese perché discendono da quei pescatori di corallo originari di Pegli a cui l’isola fu donata dal Re Carlo Emanuele III di Savoia nel 1738, dopo averli liberati dalla schiavitù di Tabarka.

La costa Est dell’isola è delimitata da bianche spiagge sabbiose, mentre la costa Ovest è un continuo susseguirsi di scogliere rocciose ed è su una di queste rocce dominanti il mare che si trova il Faro di Capo Sandalo.

Bruno Colaci, il guardiano del faro è un uomo di 58 anni, cordiale e austero nello stesso tempo, un moderno eremita, uno di quegli uomini che possono ancora condurre una vita silenziosa ed appartata in un’epoca in cui la fretta regna sovrana.

Salendo i 124 scalini delle torre per arrivare alla lanterna, Bruno racconta la storia della sua vita e le situazioni che lo hanno portato a diventare guardiano del faro. E’ entrato per la prima volta in un faro all’età di quattro anni quando, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, suo padre, che era stato in Marina, aveva ottenuto il suo primo incarico come guardiano di faro nel 1945 e da bambino Bruno ha viaggiato lungo le coste italiane e ha vissuto nei diversi fari a cui suo padre veniva di volta in volta assegnato. Alcuni di questi fari si trovavano sulla terraferma mentre altri erano situati su piccole, lontane isole dove, egli ricorda, qualche volta, durante le tempeste, avevano dovuto aspettare anche 15 giorni prima di poter avere aiuto e cibo. Mentre viveva in alcuni fari sulla terraferma si era trovato a dover camminare anche cinque o sei chilometri per poter andare a scuola.

Quando per Bruno è arrivato il momento di entrare nel mondo del lavoro, egli pensò che sarebbe stato bello trovare qualcosa di diverso da quello che faceva suo padre, ma la vita nei fari ormai gli era entrata nel sangue e, apparentemente, era nel suo destino per cui, dopo un concorso, accettò un lavoro di “farista”, come vengono ora chiamati i guardiani, e, dopo essere stato in un certo numero di fari, nel 1972 è approdato al Faro di Capo Sandalo e da allora, salvo una breve parentesi alla “Lanterna di Genova”, è ancora lì.

Bruno è particolarmente fiero della sua lanterna e mostra con orgoglio le lucidissime lenti di Fresnel. Benché il faro sia stato costruito nel 1864 e mostri i segni del tempo si può facilmente vedere che lui ama il suo faro e lo tratta quasi come se fosse uno dei suoi figli.

Quando gli chiedo come è la vita in questo solitario angolo del mondo, su questa roccia ventosa e isolata, Bruno risponde che lui è felice qui, in questo piccolo paradiso. Bruno parla lentamente, poche parole, poi un lungo silenzio, parole intermittenti come la luce che scaturisce dalle lenti della torre. Lui dice che si diventa così vivendo in un faro, non si conosce la fretta.

Bruno ha una famiglia che ama profondamente e che vive nella vicina città di Carloforte. I suoi figli devono andare a scuola e lui vuole che conducano una vita più confortevole di quella che ha condotto lui da bambino, ma lui dice che non si sente solo. Va a trovare la sua famiglia ogni volta che può e ogni estate la moglie ed i figli lo raggiungono al faro.

Bruno mostra l’antico meccanismo rotante che, prima che l’elettricità raggiungesse il faro nel 1980, doveva essere manovrato a mano ogni quattro ore, ma ora il faro è automatizzato e richiede molto meno lavoro di una volta, eppure Bruno sale la lunga scala ogni giorno e pulisce e lucida ogni cosa nella stanza della lanterna, da dove gode la bellissima vista del mare, delle rocce e della natura.

Improvvisamente si ferma e mi mostra un volo di falchi, sono i “falchi della regina”, ormai rarissimi, che nidificano nelle vicinanze del faro.

 

Bruno dice che trovarsi nella stanza della lanterna è come passare ogni giorno in cima al mondo. Quando dice questo io posso capire come si sente, perché io mi sento come se avessi scalato non solo i 124 scalini, ma la montagna più alta del mondo !!

 

Quando ci siamo incontrati qualche anno dopo, quando lui era già in  pensione, durane la presentazione dei miei libri a Carloforte ho regalato a Bruno Colaci una copia del mio libro FARI con una dedca per lui

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |26 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria, Una luce nel buio

L’EVOLUZIONE DEI FARI DALLE ORIGINI AL REGNO D’ITALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Estratto da una pubblicazione  commisionata dall’Agenzia del Demanio a Lilla Mariotti

e pubblicata dal Poligrafico e Zecca dello Stato

per la distribuzione agli intervenuti a un convegno sui fari organizato dal Demanio nel 2007

SECONDA PARTE

 

…………   Si trattava di lenti molto pesanti, che funzionavano appoggiate su un bagno di mercurio ed azionate dal sistema ad orologeria già in uso. Il mercurio venne in seguito abbandonato a causa della sia tossicità, le lenti furono ridimensionate, rese più leggere e maneggevoli, e, con il tempo, si è arrivati al movimento su cuscinetti a sfere azionato da motori elettrici. Le lenti di Fresnel si trovano ancora oggi in tutti i fari del mondo.

Nonostante questa innovazione restava sempre il problema del combustibile. I fari funzionavano adesso ad olio, che però era costoso e   necessitava di un continuo controllo. Nella prima metà del 1800 si passò al gas ricavato dal carbone e nei fari a terra questo combustibile funzionava abbastanza bene. Nel 1859, negli Stati Uniti, venne trivellato il primo pozzo di petrolio e questo cambiò il sistema di illuminazione dei fari che cominciarono a funzionare con oli estratti dal petrolio, soprattutto a base di paraffina che, abbinati alla lampada di Argan, dettero ottimi risultati. Nel 1885 l’austriaco Carl Auer Welsbach (1858- 1929) inventò un prototipo di lampadina : si trattava di una reticella di seta ricoperta di metallo alimentata da una miscela di gas di carbone che produceva una fiamma molto luminosa. Nel 1892 la scoperta dell’acetilene, un composto chimico di idrogeno e carbone, anche se andava trattato con una certa precauzione, dette una svolta all’illuminazione dei fari, rendendola molto luminosa e permettendo di illuminare anche i segnalamenti in mezzo al mare. Tra la fine del 1800 ed i primi anni del 1900 cominciò gradualmente l’elettrificazione dei fari, che fu completata solo molti anni dopo. Dove non era possibile collegare i fari ad una rete elettrica, come in quelli in alto mare, l’elettrificazione avvenne tramite generatori elettrici a motore o, in tempi più recenti, per mezzo di energia alternativa, come la eolica o la solare. Anche le lampadine hanno subito modifiche nel corso degli anni ed ora vengono utilizzati bulbi alogeni di 1000 Watt.

Ma mentre tecnici e studiosi cercavano soluzioni per l’illuminazione dei fari la storia non si fermava. In Italia c’era voglia di unità nazionale e questa è stata raggiunta dopo anni di lotte clandestine, moti popolari, battaglie vinte e perse, eroi che hanno scritto il loro   nome nei libri della storia, altri, altrettanto valorosi, il cui nome è svanito nel nulla, non è stato certo indolore, ma finalmente l’unità di’Italia è stata proclamata a Torino dal Re Vittorio Emanuele II° il 17 Marzo 1861, con l’esclusione di Roma, che ne diverrà parte e capitale solo dopo la sua conquista nel 1870.

A questo punto è diventato indispensabile provvedere ad una revisione dei fari esistenti, pochi e antichi, se si considera che nel 1861 i fari in Italia erano circa 50, e alla costruzione di nuovi, per illuminare gli 8000 Km. di coste italiane e tutte le zone pericolose per la navigazione, che nel frattempo aveva subito una grande evoluzione. I traffici marittimi si erano intensificati, ormai si navigava per tutti gli Oceani, si stava gradualmente passando dalla vela al vapore, e il faro era diventato un elemento indispensabile per evitare disastri marittimi. Anche se alcuni fari erano già stati fatti costruire nella prima metà del 1800 su iniziativa del Regno Sabaudo nei suoi territori, molti ancora ne dovevano sorgere e occorreva intervenire, e in fretta, ma i problemi erano molti. Prima di tutto bisognava considerare la ripartizione delle spese per la manutenzione dei manufatti, che prima dell’Unità d’Italia erano a carico di ciascuno degli Stati a cui appartenevano, così il 20 Marzo 1865 venne emanata una legge sulle opere pubbliche che comprendeva anche questa voce, e venne deciso che la ripartizione delle spese sarebbe stata a carico dello Stato per quello che riguardava tutti i segnalamenti in alto mare, mentre le spese concernenti i fari nei porti di prima e terza classe sarebbero stati divisi in ugual misura tra lo Stato e gli Enti interessati, mentre quelli nei porti di quarta classe sarebbero state completamente a carico dei Comuni in cui si trovavano. In seguito, Vittorio Emanuele II° istituì nel 1868 la “Reale Commissione dei Porti, Spiagge e Fari”, uno dei primi, importanti passi per la regolamentazione delle segnalazioni luminose esistenti sulle nostre coste. Nel 1873 venne realizzato dal Ministero dei Lavori Pubblici l’”Album dei Fari”, la prima pubblicazione che comprendeva la planimetria dei fari, costruiti o in costruzione, indicando per ognuno il prospetto, la pianta ed alcuna caratteristiche tecniche, come la portata della luce, ed era completato da una carta intitolata “Carta del Regno d’Italia indicante la posizione geografica e portata massima della luce dei fari”. E’ del 1876 il primo elenco completo dei fari italiani, pubblicato dall’’Ufficio Centrale Idrografico della Regia Marina, con sede a Genova, che richiese anche al Ministero dei Lavori Pubblici di poter istituire un Ufficio Tecnico a cui affidare la direzione generale di tutto il “Servizio fari e segnalamenti marittimi” in Italia. Questa proposta non ebbe seguito, comunque ci fu una lunga serie di “Commissioni” ed “Enti” preposti allo studio della situazione fari, finché il problema arrivò, nel 1879, al Parlamento. Venne istituita un’altra commissione, e poi altre ancora, ma solo nel 1885 fu varata la prima legge sui Fari, la N° 3095 del 2 Aprile, che stabiliva un “Programma organico dei Fari nazionali” che fu affidato al Ministero dei Lavori Pubblici. Ma nel frattempo le cose si erano mosse e i primi fari erano già stati costruiti.   Anzi, tra i fari che l’Italia aveva “ereditato”, alcuni dei quali, come abbiamo già visto, molto antichi e bisognosi di restauri, ce n’era uno che era stato appena costruito per volontà del Regno Borbonico, quello di San Vito Lo Capo, vicino a Trapani in Sicilia un grandioso faro la cui costruzione era iniziata nel 1854 e che fu acceso la prima volta il 1° Agosto 1859. La torre cilindrica alta 43 metri sul livello del mare, poggiava su un caseggiato ad un piano destinato ad alloggiare i guardiani del faro, il tutto dipinto di bianco, e la lanterna montava lenti Fresnel, costruite in Francia, con una portata di 18 miglia. Nel 1860 la Sicilia scelse per plebiscito l’annessione al Regno d’Italia ed il nuovissimo faro Borbonico diventò anch’esso italiano poco più di un anno dopo la sua inaugurazione. Bisogna dire che i Borboni non erano insensibili al problema fari, infatti il 27 Settembre 1848 era già stato emesso un “Regolamento del Servizio dei Fari presentato dalla Commissione dei Fari e Fanali, approvato da S.M. il Re (di Napoli), colle aggiunzioni ordinate con reale rescritto de’ 15 Novembre 1856”, il quale contemplava tutte le norme per la costruzione, la manutenzione e la conduzione dei fari, comprendendo anche le mansioni dei guardiani e gli orari di accensione e spegnimento della lanterna. E’ interessante notare come alcune delle mansioni dei faristi elencate in questo antico Regolamento siano valide ancora oggi.

Nel 1865 un professore di nautica, il Cav. Luigi Lamberti, aveva pubblicato un volume intitolato “Descrizione generale dei FARI E FANALI e delle principali osservazioni esistenti sul litorale marittimo del globo, ad uso dei naviganti” nel quale dedicava molte pagine ai fari italiani, oltre a quelli di tutto il mondo, descrivendo per ognuno le coordinate geografiche, le caratteristiche della luce, la condizione, e indicando anche quelli che erano stati progettati o già in costruzione. Faceva anche un particolare appello perché il faro della Meloria, a quel tempo già approvato, venisse al più presto attivato data la pericolosità di quel tratto di mare. Faceva presente inoltre, con un avviso ai naviganti, a pag. 8, di quanti gradi era variata la bussola in Italia dal 1823, dando consigli su come seguire queste variazioni onde evitare “funestissime conseguenze”. Una cosa interessante da notare è che l’autore raccomandava di tenersi alla larga dagli scogli alla base della Lanterna di Genova. Questo faro, innalzato su uno scoglio in riva al mare, dopo la costruzione dell’aeroporto e l’allargamento del porto, ai giorni nostri è venuto a trovarsi ormai in mezzo ad un piazzale.

Mentre la parte burocratica seguiva il suo iter con leggi ed interpellanze, la costruzione dei fari lungo le coste italiane era già iniziata. Anche se l’”Album dei Fari Italiani” redatto dal Ministero dei Lavori pubblici nel 1873 disegnava le piante ed elencava le tipologie dei fari costruiti e da costruire, a quell’epoca i 50 fari “ereditati” dallo Stato Italiano erano già diventati un centinaio, per diventare circa 1000 ai giorni nostri, tra fari, fanali, mede e boe, sparsi lungo tutte le nostre coste. La tipologia dalla costruzione era piuttosto semplice, tenendo però conto di una certa diversità architettonica che si ispirava a stili precedenti, a seconda della località in cui erano posizionati. La caratteristica basilare del faro era quella di essere una torre, sulla cui sommità veniva situata la lanterna, una struttura circondata da vetri, all’interno della quale si trovava l’apparato di illuminazione, il cui combustibile subirà nel tempo diverse variazioni, fino ad arrivare, ai primi del 1900, all’elettricità. Al di fuori della torre correva un terrazzino che aveva lo scopo di permettere al custode di tenere puliti i vetri dall’esterno. Dentro la torre una scala a chiocciola conduceva alla “camera di servizio”, e da qui una scaletta di ferro introduceva nella stanza della lanterna.   Nella camera di servizio si trovava l’apparecchio ad orologeria che, a mezzo di due pesi che scendevano lungo il vuoto della torre, faceva girare l’apparato e che in quei tempi, andava azionato a mano ogni quattro o cinque ore, per tutta la notte.   Da qui la necessità che in ogni faro si alternassero almeno due guardiani.

I fari situati all’ingresso dei porti erano solitamente costruiti come una torre, non essendo previsti gli alloggi per i guardiani, il cui stile variava, poteva essere a pianta rotonda o quadrata, ornata da una merlatura sotto la lanterna, o senza alcun ornamento, mentre quelli edificati in zone isolate, che necessitavano della presenza dell’uomo sia per il suo funzionamento che per le piccole opere di riparazione, prevedevano un caseggiato ad uno o più piani per gli alloggi delle famiglie, al di sopra del quale si trovava la torre. Può sembrare che quasi tutti i fari italiani costruiti dopo il 1861, pur variando nello stile e nelle dimensioni, abbiano una tipologia molto simile : una costruzione che può essere quadrata o rettangolare, o a base trapezoidale da una parte e cilindrica dall’altra, come nel caso di quello dell’Isola di Cavoli, un isolotto disabitato che si trova all’ingresso del porto di Cagliari. Questo faro è datato 1858, ed è forse servito come esempio per quelli costruiti dopo l’unità d’Italia. Al centro, o a un lato della casa che fa da base, svettava la torre, la cui altezza poteva variare a seconda dell’altezza a cui era situato il faro. Se il faro era a livello del mare la torre avrebbe dovuto essere molto alta, se si trovava in cima ad un promontorio, la sua torre avrebbe avuto dimensioni più modeste. In tutti i fari però si cercava di combinare il lato estetico della costruzione con la sua funzionalità.

Subito dopo il 1861 iniziò una vasta campagna di costruzione di fari, che sorsero un po’ dappertutto. Uno dei primi fari ad essere costruiti in quello stesso anno è stato quello di Capo Ferro, sulla costa Nord Orientale della Sardegna, su un promontorio a 40 metri sul mare, quasi nel centro di quella che oggi è la turistica Costa Smeralda, ma che ai tempi della costruzione era completamente isolato e l’unico mezzo di trasporto erano gli asini. Il faro è formato da un bianco caseggiato a due piani, al centro del quale svettava la torre, a 66 metri sul livello del mare, sulla cui cima si trovava la lanterna, sormontata da una cupola. Sotto la lanterna un terrazzino in pietra sporgeva verso l’esterno.   Tutto l’edificio, come molti altri fari in Sardegna e soprattutto quelli situati in posizione elevata, è avvolto nella gabbia di Faraday, così chiamata dal suo inventore Michael Faraday (1791-1867), che la sperimentò nel 1836, una specie di enorme parafulmine, che evita che la struttura sia colpita dalle saette durante i temporali, e che l’avvolge tutta, dando spesso alla struttura un curioso aspetto a quadretti. Questo sistema sostituì o affiancò gradualmente i parafulmini, non sempre sufficienti ad evitare disastri. Quello di Capo Ferro è ancora uno dei pochi Fari abitati da un guardiano e dalla sua famiglia.

Le costruzioni si susseguivano ad un ritmo abbastanza veloce, nel giro di pochi anni, sempre in Sardegna, vennero costruiti altri fari, quello di Capo Bellavista, lungo la costa orientale dell’isola, vicino ad Arbatax, costruito nel 1866 : un grande caseggiato a due piani a strisce bianche e nere, sormontato da un lato da una bassa torre quadrangolare su cui è posata una grande lanterna, un po’ civettuola, in stile liberty, di costruzione francese, che poggia su un parapetto merlato, l’unico particolare che da a tutta la struttura un aspetto militaresco. L’altezza della torre sul livello del mare è 165 metri e la portata luminosa è di 25 metri. Tra i fari sardi non si può non citare quello di Capo Caccia, situato su un promontorio roccioso a circa 25 Km a Ovest di Alghero, proprio al di sopra delle famose Grotte di Nettuno. La sua collocazione è una delle più suggestive, al di sopra di uno strapiombo che porta l’altezza della torre, alta solo 24 metri, ad un altezza totale sul livello del mare di 186 metri. Questo faro è stato costruito nel 1864, è un caseggiato a due piani tutto bianco, anch’esso avvolto dalla gabbia di Faraday e recentemente ristrutturato, con una torre laterale che lancia la sua luce sul mare a 24 miglia. Anche questo faro è abitato dal Guardiano con la sua famiglia. Un altro importante faro, sempre in Sardegna, è quello di Capo Sandalo, che si trova sull’isola di San Pietro, il faro più occidentale d’Italia, davanti a lui passa tutto il traffico marittimo da e per lo Stretto di Gibilterra.   Anche la tipologia di questo faro e simile ad altri, una casa in pietra a due piani, costruita nel 1864 a prezzo di grandi sacrifici, in quanto si trova su una roccia isolata, quasi una piramide, e le pietre venivano portate via mare, sbarcate ai piedi della roccia, e portate con i muli fino alla cima. Al centro della costruzione svetta la torre alta 30 metri, 138 metri sul livello del mare e lancia la sua luce a 28 miglia ogni notte. Il faro ora è disabitato. Anche lungo la penisola vecchi fari antecedenti l’Unità d’Italia vengono presto affiancati da nuovi fari, da Nord a Sud, e dal Tirreno all’Adriatico, nel giro di pochi anni tutte le coste italiane risplendevano di luce nella notte. Il faro di Capo Mele, situato nella Riviera Ligure di Ponente, è uno di quelli costruiti poco prima dell’Unità d’Italia, nel 1856, ma è già comunque incluso negli elenchi dei fari italiani ed è uno dei primi che si incontrano in Liguria arrivando dalla Francia. E’ una bella palazzina a tre piani, colorata di quel rosso che tanto risalta nelle case della terra ligure, a cui è addossata una torre ottagonale bianca, alta 24 metri, che si eleva sul mare per 94, e la cui luce ha una portata di 24 miglia. Sulla Riviera di Levante, di fronte a La Spezia, si trova l’Isola del Tino, già famosa per il monaco San Venerio, sulla quale, nel 1885, è stata costruita una torre al di sopra di un forte napoleonico, che si eleva per 117 metri sul livello del mare. Al di sopra della torre spicca un’alta lanterna di fabbricazione inglese, un’eccezione rispetto alle altre lanterne italiane costruite quasi tutte in Francia.

Scendendo lungo la costa Tirrenica incontriamo la magica Isola di Capri, sulla quale si trova una dei più suggestivi fari italiani, situato sul lato Sud/Ovest dell’Isola, il faro di Punta Carena, costruito nel 1867, proteso sul mare su uno scoglio che assomiglia appunto alla carena di una nave rovesciata. E’ una bellissima costruzione in tufo di Sorrento, dipinta a colori pastello, un caseggiato a due pianti su cui troneggia la torre poligonale con gli angoli bianchi, alta 25 metri, 73 sul livello del mare, sormontata da una grande lanterna a otto facce, la cui luce raggiunge le 25 miglia. Sull’estremità Sud/Orientale della Sicilia troviamo il faro di Cozzo Spadaro, costruito nel 1864, ha un’architettura particolare, diversa da quella di altri fari. Sopra un edificio ad un solo piano, la torre ottagonale, alta 36 metri poggia su un basamento di forma vagamente cinquecentesca, che da a tutta la costruzione un aspetto imponente. La lanterna si eleva a 83 metri sul livello del mare ed ha una portata di 34 miglia. Al largo della costa occidentale della Sicilia si trova l’Isola di Marettimo, una delle Egadi, e sulla costa Sud dell’Isola, a Punta Libeccio, si erge il faro omonimo, costruito nel 1856, arroccato su uno strapiombo a 24 metri sul mare. E’ un casone bianco, a due piani, interrotto da una striscia nera sulla quale è scritto il nome del faro, sormontato da una torre poligonale, anch’essa bianca con una striscia nera, che lancia un lampo fino a 37 miglia, quasi incrociando la luce del faro di Capo Bono, in Tunisia, che è proprio al di la del mare. Ritornando sulla penisola e risalendola troviamo per primo il faro di Capo Spartivento, nel punto un cui la Calabria più si avvicina all’Africa, una costruzione bianca, a due piani, risalente al 1867, sormontata da una torre quadrata alta 19 metri, che si eleva sul mare per 81, e che lancia una luce non molto potente, visibile solo a 11 miglia. Arriviamo sull’estremo lembo Sud d’Italia ed incontriamo il faro di Santa Maria di Leuca, risalente al 1886, sempre un fabbricato bianco a due piani, come se la fretta di costruire non avesse permesso alla fantasia degli ingegneri ottocenteschi di uscire da un certo schema, ma comunque è ingentilito dalla bellezza del paesaggio che lo circonda e la torre, alta 48 metri che si eleva a 102 metri sul mare, lancia il suo lampo bianco a 34 miglia.

Risalendo per la costa orientale della penisola, lungo le coste dell’Adriatico, fino a Trieste, incontriamo ancora molti fari, anche se inferiori per numero e portata di quelli della costa Tirrenica, e costruiti in tempi più recenti, ma non è possibile soffermarsi su tutti, ogni faro avrebbe la sua storia da raccontare, e con il passare degli anni ormai il Regno d’Italia è riuscito ad illuminare le sue coste. Questo lavoro di consolidamento continuerà nel tempo, considerato che nuovi fari sono stati costruiti in Italia fino al 1965. Ma intanto i fari vanno gestiti, bisogna fare lavori di manutenzione, così vicini al mare le strutture vengono rose dalla salsedine, e questo è compito del Ministero dei Lavori Pubblici, finché nel 1910 appare su un portolano inglese una nota con la quale si avvisano i naviganti di quella nazione che “I fari ed i segnalamenti marittimi lungo le coste del Regno d’Italia non danno affidamento alcuno per cui i naviganti si regolino di conseguenza……….”. Una simile annotazione, scritta dagli inglesi, da sempre considerati abili navigatori, doveva aver creato non poco scompiglio, infatti fu deciso di correre subito ai ripari, e in quello stesso anno vennero emanate due leggi, la N° 2 e la N° 75 con le quali la Regia Marina diventava responsabile di tutti i servizi marittimi e con Regio Decreto 17 Luglio 1910, N° 568 venne stabilito che “Il servizio dei fari e degli altri segnalamenti marittimi, fatta soltanto eccezione per la costruzione e la riparazione straordinaria dei manufatti, passa dal Ministero dei Lavori Pubblici alla dipendenza del Ministero della Marina” che era sicuramente l’Ente più adatto a gestire e segnalazioni marittime e che iniziò un progetto di ammodernamento e di nuove costruzioni, tanto che nel 1916 i fari in Italia erano diventati 512.

Ma non si può parlare di fari senza parlare del Guardiano del faro, questo personaggio che ha tanto colpito l’immaginario collettivo, quest’uomo sospeso tra mare e cielo, padrone di una nave ancorata al terreno, uomo di terra, ma in realtà marinaio, di solito un uomo reso schivo dalla solitudine, ma coraggioso, capace di assistere alla più terribili tempeste, ed alle volte eroe, quando gli capita di salvare dei naufraghi di un vascello che si è schiantato ai piedi del suo faro. I primi fari costruiti dopo l’Unità d’Italia funzionavano ancora con combustibili diversi, alcuni addirittura con olio d’oliva, paraffina, vapori di petrolio, acetilene, fino all’arrivo graduale dell’elettricità ai primi del 1900 e la presenza dell’uomo era indispensabile per il funzionamento della lanterna. Questi primi fari prevedevano almeno tre appartamenti per un guardiano capo, un assistente e una terza persona sottoposta per tutte le altre mansioni. La figura del guardiano era necessaria perché le lanterne dei fari dovevano essere accese e spente a mano e continuamente alimentate, i vetri andavano tenuti puliti, qualunque fosse il combustibile usato, il congegno ad orologeria doveva essere caricato a ore precise per non fermare la rotazione della lanterna, all’interno della quale si trovavano spesso delle tende, che andavano chiuse durante giorno perché il sole non danneggiasse l’apparato lenticolare, e tutto questo richiedeva la presenza di più di un uomo. In quell’epoca era normale che i guardiani portassero con loro le famiglie, anche se in zone isolate e disagiate, così si creava una piccola comunità dove anche le donne avevano le loro mansioni, come ad esempio fare il pane, nel forno di cui molti fari erano dotati, ed essere coraggiose come i loro uomini. Spesso i bambini devono percorrere a piedi dei lunghi tratti per andare a scuola, ma anche questo faceva parte di quella scelta di vita. Il problema maggiore erano gli approvvigionamenti, e allora ecco crescere vicino ai fari dei piccoli orti, si vedevano galline razzolare, una gabbia con qualche coniglio, e gli uomini, nei momenti liberi, si dedicavano alla pesca per variare la tavola.   Nei fari su isolotti in mezzo al mare, dove poteva succedere che a causa delle condizioni atmosferiche i rifornimenti tardassero per giorni, la situazione poteva diventare tragica, e uomini, donne e bambini dovevano sopportare i crampi della fame o ingegnarsi, magari cacciando gabbiani, come si racconta sia veramente successo sull’Isola di Cavoli negli anni ’30 del 1900. Le lanterne sono state quasi tutte automatizzate e anche la figura del guardiano sta gradualmente sparendo, l’unico che ancora poteva prendersi cura del faro, ripararlo, tenerlo in piedi. Per alcuni guardiani moderni ancora in servizio è un punto d’orgoglio mostrare le scale a chiocciola della torre ben pulite, gli ottoni lucidi, i vetri della lanterna luccicanti, l’apparecchiatura ad orologeria, ormai inservibile, ma sempre al suo posto, tenuta in ordine come se da un momento all’altro la manovella dovesse essere azionata per far girare tutto l’apparato illuminante.

Si dice che i fari non siano più necessari, che sofisticate attrezzature elettroniche e satellitari possono guidare le navi nel buio più assolto, ma forse non è vero, il faro continua ad essere una presenza rassicurante, un amico del navigante, quando lo vede brillare. Il faro non è solo uno strumento dotato di una segnalazione ottica luminosa situata in mezzo al mare per indicare un pericolo, è un guardiano della notte, è una sentinella del mare, il suo fascio di luce dice alla nave che passa entro la sua portata “Stai attento, vira e destra, o a sinistra, qui c’è un pericolo serio, gira alla larga”. Molti si augurano di vederli funzionare per molti anni ancora.

 

 

 

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UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |19 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria, Una luce nel buio

L’EVOLUZIONE DEI FARI DALLE ORIGINI AL REGNO D’ITALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Estratto da una pubblicazione  commisionato dall’Agenzia del Demanio a Lilla Mariottiae pubblicata dal Poligrafico e Zecca dello Stato

per la distribuzione agli intervenuti a un convegno sui fari organizato dal Demanio nel 2007

PRIMA PARTE

Quella dei fari è una storia affascinante, che si risale alla notte dei tempi e che va di pari passo con l’evolversi della navigazione.

Superato un primo momento di terrore verso l’elemento sconosciuto, appena costruita la prima zattera, forse fatta di pelli o anche una canoa, ottenuta scavando un tronco d’albero, l’uomo ha scoperto molto presto che poteva muoversi agevolmente sull’acqua, dove ha imparato a spostarsi facilmente per raggiungere altre coste trasportando merci e persone. Intorno al 1200 a.C. fecero la loro comparsa nel Mediterraneo i Fenici, gli abitanti di una zona costiera oggi divisa tra Libano, Siria e Israele, che cominciarono ad espandersi verso il mare, dimostrandosi i più grandi navigatori dell’antichità, arrivando ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, quel limite fino ad allora considerato invalicabile, l’uomo temeva che al di là vortici marini e creature mostruose avrebbero inghiottito navi e uomini, e arrivarono a toccare le coste meridionali britanniche. In realtà non è noto il vero nome di questo misterioso popolo di navigatori, furono i Greci a chiamarli “φοινίκός” (phoinikòs), cioè “rossi di porpora” dal colore di quelle rosse stoffe, tinte con una strana conchiglia, che commerciavano, insieme ad olio d’oliva, vino e legno di cedro.

La navigazione all’inizio era comunque prevalentemente costiera e diurna, poi nacque la necessità di navigare anche di notte e l’uomo imparò ad orientarsi con le stelle, ma questo non bastava ad evitare scogli affioranti, banchi di sabbia, correnti, così nacquero i primi “fari”, che non erano altro che falò di legna accatastata, situati nei luoghi più pericolosi per segnalare la rotta ai naviganti. Questi primi fuochi necessitavano di continua cura, dovevano restare accesi tutta la notte, il buio significava pericolo e morte, ci voleva la presenza costante dell’uomo per procurare il combustibile e per tenerli accesi. Probabilmente i primi “guardiani del faro” sono schiavi o prigionieri, a cui tocca questo compito così gravoso.

Omero (VIII Secolo a.C.), nel XIX libro dell’Iliade paragona lo scudo sfavillante di Achille ad uno di questi fuochi : “[Achille] s’imbracciò lo scudo / Che immenso e saldo di lontan splendea / Come luna, o qual fuoco ai naviganti / Sovr’alta apparso solitaria cima / Quando, lontani da’ lor cari, il vento / Li travaglia nel mar……. “ (vv. 373-378)

Altri poeti classici dell’antichità, da Ovidio a Virgilio, hanno rappresentato il faro come un mito ispirandosi alla leggendaria Ero, sacerdotessa di Afrodite, che aspettava ogni notte Leandro, il suo amante, sulla riva dell’Ellesponto, che egli attraversava a nuoto per raggiungerla, guidandolo con una fiaccola accesa, il faro appunto. Una notte il vento spense la luce e Leandro si perse tra i flutti, così Ero, disperata, seguì la sua sorte.

Con l’evolversi della navigazione sulle rotte più importanti del Mediterraneo furono costruiti i primi grandi porti e i falò vennero sostituiti da impianti di segnalazione più potenti. E’ proprio in questo momento che hanno fatto la loro apparizione i due fari più conosciuti di tutta l’antichità, due monumenti che non saranno mai più eguagliati.

Uno di questi, inserito intorno al 200 a.C. nell’opera “De septem orbis spectaculis”, attribuita a Filone di Bisanzio, tra le sette meraviglie del mondo, è il Colosso di Rodi, un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano. L’iconografia classica la descriveva alta 70 cubiti, circa 32 metri, costruita a cavallo dei due bracci del porto, con le navi che passavano tra le sue gambe, ma in realtà non si conosce la sua esatta collocazione. Questa enorme statua era stata eretta da Cario di Lindos intorno al 290 a.C, costruita in pietra e ricoperta da piastre di bronzo, ebbe però vita breve, crollò in mare a causa di un terremoto 80 anni dopo la sua costruzione

Il Colosso non è stata l’unico rappresentazione antropomorfa di un faro nella storia. La Statua della Libertà, collocata  all’ingresso del porto di New York nel 1886, con i suoi 93 metri di altezza da terra alla fiaccola, fino al 1902 fu definita “Aid to navigation” (aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa, era gestita dal Servizio Fari americano ed è stato elettrificata poco tempo dopo la sua collocazione, il primo faro in assoluto ad essere elettrificato negli Stati Uniti.

Il faro dei fari, il faro per eccellenza, quello che veniva considerato un’altra delle sette meraviglie del mondo, fu quello di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da Alessandro Magno nel 332 a.C. Questo monumento ebbe una vita lunga, ma assai travagliata. Fu costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di “Ψάρος” (Pharos), oggi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed in seguito, il nome di quella località, in tutte le lingue di origine greca e latina, è diventato sinonimo di quel genere di struttura.

La sua costruzione fu iniziata sotto il regno di Tolomeo I° (305-283 a.C.), già generale di Alessandro Magno, e venne terminata durante il regno di suo figlio Tolomeo II° (285-246 a.C.), i Faraoni di un Egitto ellenistico, l’ultima dinastia di Faraoni che sarebbe terminata con la morte di Cleopatra nel 30 a.C. e con la dominazione romana. Era la struttura di segnalazione più famosa al mondo, era alta 120 mt., rivestita di pietra bianca e il fuoco acceso sulla sua sommità, grazie ad un gioco di specchi, poteva essere visto a più di 30 miglia. Aveva una base quadrata alta 71 mt., sormontata da una parte centrale ottagonale di 34 metri che terminava con una lanterna cilindrica, sulla cui sommità svettava una statua di Zeus, perché i greci Tolomei avevano portato dalla terra d’origine anche i loro dei cheavevano affiancato a quelli Egiziani. All’interno un larga rampa consentiva di portare alla lanterna, per mezzo di muli la legna resinosa per il fuoco e inoltre alloggiava anche una guarnigione di soldati di guardia al porto. Nel 641 d.C. il faro fu danneggiato dall’assedio posto dagli Arabi che conquistarono Alessandria e cessò di operare, pur rimanendo al suo posto, ma venne in seguito distrutto da una serie di terremoti. Nel 700 d.C. crollò la lanterna, nel 1100 la struttura ottagonale e l’ultimo terremoto, nel 1302, fece crollare in mare anche la base quadrata che, nel frattempo, era diventata una moschea. Nel 1995 una spedizione di archeologi subacquei francesi, guidati da Jean Yves Empereur, mentre esplorava i fondali del porto di Alessandria alla ricerca di vestigia dell’antica città, si è imbattuta in enormi blocchi di granito che sembrerebbero provenire dalla base del faro.

Dopo questa meraviglia i fari sembrarono sparire, si ritornò ai falò, fino a quando un’altra grande civiltà si affacciò su Mediterraneo : quella dei Romani.  Furono loro a costruire le prime vere torri sulla cui sommità si teneva acceso un fuoco di fascine e di legna, fu per opera dei Romani che queste torri uscirono dal bacino del Mediterraneo per accendersi sulle coste spagnole e francesi,arrivando fino al Canale della Manica, dovunque giungesse la conquista romana. In Italia, a Ostia, venne costruito dall’imperatore Claudio nel 50 d.c. un porto, poi ampliato da Traiano come sbocco sul mare della capitale, e al suo ingresso fu eretto un faro che emulava quello di Alessandria, almeno nell’aspetto se non nelle dimensioni, e ancora oggi lo si può vedere rappresentato nel pavimento a mosaico del piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica. Altri fari sorsero dovunque vi fosse un porto Romano, dal Tirreno all’Adriatico, e i fari vennero anche rappresentati su monete e bassorilievi. Altri fari sono stati ricordati da Plinio e da Svetonio : quelli di Ravenna, Pozzuoli, Capri e Messina. Prima della caduta dell’Impero Romano 30 torri di segnalazione illuminavano il mare lungo le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico

 

Un faro costruito dai romani è ancora in funzione dopo 2000 anni, si tratta di quello di La Coruña, in Spagna, chiamato Torre de Hèrcules per via delle molte leggende che lo circondano legate al mitico eroe. Fu costruito da Caio Sevio Lupo, proveniente dalla Lusitania, l’odierno Portogallo, intorno al 100 d.C. durante il regno dell’Imperatore Traiano, fu dedicato a Marte e l’architetto pose allora alla sua base una targa con questa iscrizione che è tutt’ora leggibile :

MARTI AUG. SACR./ C. SEVIVS LUPUS

/ARCHITECTUS AEMINIENSIS / LUSITANUS EX.VO

(” Consacrato a Marte / Caio Sevio Lupo / architetto di Aemium / in Lusitania, a compimento di una promessa”)

Un altro faro romano, costruito intorno al 41 d.C. vicino a Boulogne, sulla costa francese della Manica per volere di Caligola, una torre alta 37 metri, dopo essere stato abbandonata dai Romani aveva iniziato ad andare inesorabilmente in rovina. Sembra che lo stesso Carlomagno avesse ordinato di restaurarlo nell’800 d.C. e che sia stato acceso di tanto in tanto, ma a causa dell’erosione marina e delle intemperie è definitivamente crollato nel 1644.

Dopo la caduta dell’Impero Romano nel primo Medio Evo, i secoli bui che seguirono oscurarono anche il mare. Le torri erette dai romani erano ormai andate in rovina, così si ritornò ai falò sulle colline nei punti pericolosi per la navigazione o a bracieri a bracci mobili posti soprattutto all’ingresso dei porti. In Inghilterra e Francia, governate già dalle grandi dinastie, furono soprattutto le torri dei monasteri in riva al mare a svolgere la funzione di fari, sempre alimentati con fascine di legna e gestiti da ordini monastici e dai grandi ordini religiosi cavallereschi, come i Templari, gli Ospitalieri ed i Cavalieri di Malta. In Germania la Lega Anseatica riunì molte città costiere tedesche e scandinave e favorì la costruzione di fari a protezione delle coste e dei porti. Ma c’erano anche dei monaci eremiti che svolgevano questo compito, se ne trovavano in tutta Europa : in Italia possiamo ricordare il monaco San Raineri che teneva un falò acceso a protezione dello Stretto di Messina, dove, su un vecchio bastione, nel 1857 è stato eretto un faro, ma il più famoso di tutti è certo San Venerio (560 ca. – 630), che viveva da eremita sull’Isola del Tino, nel Golfo di La Spezia e che ogni sera, all’imbrunire, accendeva un fuoco sul punto più alto dell’Isola, per aiutare i naviganti ad attraversare sani e salvi quel tratto di mare. San Venerio dal 1961 è diventato il protettore dei Faristi d’Italia ed in ogni faro si trova una piccola pergamena bordata di rosso con una preghiera a lui dedicata.

 

E’ solo a partire dai secoli XI e XII, con la ripresa dei commerci, soprattutto con l’Oriente, che lungo le coste d’Italia, su cui si affacciavano le quattro Repubbliche Marinare, ma pur sempre divisa tra Signorie e Comuni, vennero erette alcune torri sulla cui sommità continuarono a bruciare brugo e ginestra secca, il combustibile più comune nell’area Mediterranea. Venne eretta una lanterna alla foce del fiume Ausa, vicino a Rimini, sull’Adriatico, poi insabbiatosi, e sul Tirreno le torri di Genova, quella di Porto Pisano, della quale ormai non rimane più niente, la torre sulle secche della Meloria, il primo faro costruito in mare aperto nel Mediterraneo, e venne ristrutturato il vecchio faro romano di Capo Peloro, a Messina.    Fra tutti solo il faro di Genova, ricostruito in epoca rinascimentale, è ancora attivo ai giorni nostri.    Il mantenimento dei fari nei porti era molto oneroso, ma veniva assicurato dalle tasse che le navi in entrata dovevano pagare alle autorità preposte per permettere la cura e l’alimentazione del fuoco sulla sommità del faro stesso. Intanto si era evoluta anche la navigazione, era entrata in uso la bussola che la rendeva più sicura, e vennero anche redatti i primi portolani che riportavano le posizioni dei segnali luminosi. Sul finire del Medio Evo l’architettura ebbe un nuovo sviluppo e anche i fari non vennero più visti come una nuda torre che indichi la via o l’ingresso di un porto, ma come monumenti architettonici e come tali dovevano essere costruiti. Nel 1304, per volere di Cosimo I° De Medici, è stato costruito presso l’imboccatura Sud del porto di Livorno, diventato lo sbocco a mare per i traffici marittimi della Toscana, un faro alto 47 metri costituito da due torri cilindriche merlate, più larga quella alla base, più stretta quella superiore, la cui sommità era raggiungibile per mezzo di una scala ricavata all’interno delle mura. Nel porto di Genova, alla base della collina di San Benigno, su uno scoglio proteso sul mare, esisteva già, fin dal 1129, una semplice torre di segnalazione, tanto importante che un intero quartiere aveva il compito di fare la guardia alla costruzione e di rifornirla di combustibile. Nel 1371 anche questo faro aveva già subito delle trasformazioni, un disegno tratto a penna sulla copertina di un manuale dei “Salvatori del Porto” ce lo mostra come una costruzione a tre livelli, con merlatura ghibellina, la fazione predominante a Genova, alleggerito da finestre a ogiva e sormontata da una lanterna, da cui poi il faro ha preso il suo nome. In questo manuale della corporazione, che gestiva sia il porto che il faro in quell’epoca, venivano registrate le spese occorrenti per la manutenzione della torre e le nomine dei guardiani. Si racconta che nel 1449 divenne uno dei guardiani del faro di Genova, che venivano chiamati “turrexani” , Antonio Colombo che risulta essere lo zio del più famoso Cristoforo. Intanto aveva fatto la sua apparizione il vetro, che, benché conosciuto fin dall’antichità più remota, ora veniva prodotto in lastre soprattutto da vetrai di Altare, vicino a Savona, noti fino dal XIII secolo, e poteva essere utilizzato per innalzare sulla sommità dei fari delle lanterne chiuse da vetri, che ne miglioravano la conduzione, in quanto vento e pioggia non minacciavano più il fuoco. Anche i combustibili erano variati nel tempo, nell’area mediterranea si era passati dal brugo all’olio d’oliva. Però questi vetri non erano  ancora raffinati, erano spessi e porosi e la fuliggine li anneriva facilmente, per cui dai registri delle Corporazioni Genovesi, risultava che i “turrexani” venivano riforniti di spugne di mare, bacinelle, stracci e bianco d’uovo per la pulizia dei vetri. Bisogna spettare il 1700 perché il vetro si evolva e diventi simile a quello in uso oggi.

In epoca rinascimentale e barocca il faro viene sempre più considerato come una struttura architettonica, un monumento degno di ammirazione. In Francia Louis de Foix, verso la fine del 1500, costruì il faro di Le Cordouan, all’estuario della Gironda, un fiabesco castello in mezzo al mare, un trionfo di colonne, statue, guglie e pinnacoli, sormontato da un’elegante lanterna a 27 metri d’altezza. All’interno si trovavano due stanze reali, che nessun Re ha mai frequentato e una cappella dove forse nessuno ha mai pregato. Questo faro venne definito “Le Roi des phares, le phare des Rois. In Inghilterra un estroso personaggio, Henry Winstanley, verso la fine del 1600, era riuscito a erigere su Eddystone, un pericolosissimo scoglio situato all’ingresso occidentale della Manica, un fantasioso faro in legno, dotato di una grande veranda aperta, un terrazzo e un’elaborata lanterna, sempre di legno. Ma una notte, all’inizio del 1700, una terribile ondata portò via il faro con tutti quelli che si trovavano all’interno, compreso il suo costruttore. Si trattava di monumenti architettonici belli e ricercati, ma spesso inadatti a svolgere il loro compito di faro, ed assolutamente incapaci di resistere alla furia del mare.

In Italia il più bell’esempio di architettura rinascimentale lo abbiamo nel faro di Genova “la Lanterna”. La torre del vecchio faro costruito nel 1129 era stata tranciata da una cannonata sparata dalla stessa flotta genovese, guidata da Andrea Doria, che nel 1512 stava cercando di cacciare i francesi che si erano asserragliati nel Forte Briglia, alla base della torre.  Dopo circa 30 anni il Doge Andrea Centurione, con un finanziamento del Banco di San Giorgio, decise di ricostruire la torre ed affidò l’incarico ad un architetto sul cui nome le fonti non sono concordi, alcuni indicano Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati, comunque nel 1543 il nuovo faro rinacque dal troncone del precedente. In realtà la sua linea più che ispirata al rinascimento sembra richiamare le linee medioevali, è costruito in due settori, quello inferiore, che finisce con una terrazza, è più largo ed è sovrastato da un altro troncone più stretto, su cui svetta un’imponente lanterna. La primitiva merlatura ghibellina è stata sostituita da un muro in pietra e all’interno è stata costruita una scala in muratura per sostituire quella in legno del faro precedente. Il faro ha subito danni provocati dai fulmini, la lanterna è stata modificata nel tempo e sono stati eseguiti diversi interventi di manutenzione, ma dall’alto dei suoi 77 metri, che diventano 117 sul livello del mare, questa altera signora domina ancora Genova ed il suo fascio di luce è visibile per 26 miglia.

In un’Italia non ancora unita ogni Signoria, Repubblica o Principato che avesse uno sbocco al mare, e quindi un porto, costruiva il suo proprio faro.   Ne abbiamo un esempio a Portoferraio, dove nel 1778 l’Arciduca Leopoldo di Lorena, che allora governava la Toscana, fece costruire sul bastione settentrionale di Forte Stella, eretto dai Medici, una torre alta 25 metri, in stile vagamente medioevale, con una merlatura sotto la lanterna. Solo nel 1860, quando anche l’Isola d’Elba entrò a far parte del Regno d’Italia la torre è diventata un faro a tutti gli effetti, con una portata di 16 miglia. Questo è uno dei tanti fari italiani costruiti al di sopra di fortificazioni preesistenti, se ne possono citare altri : quello dell’isola del Tino, al largo di La Spezia, di Porto Azzurro, sempre sull’Isola d’Elba, il Faro di Forte la Rocca a Porto Ercole e la Torre di San Raineri a Messina. A Rimini, allora facente parte dello Stato Pontificio, nel 1733 l’architetto Luigi Vanvitelli progettò un nuovo faro, che fungeva anche da torre fortino per l’avvistamento dei pirati. Il faro fu terminato nel 1754 da G.F. Buonamici, ha una forma quadrangolare, è alto 25 metri, è tutto dipinto di bianco, ed ha una portata luminosa di 15 miglia.

Intanto anche l’illuminazione dei fari era in continua evoluzione, era necessario renderla sempre più visibile in modo che la loro luce si distinguesse da quelle della costa dove stavano crescendo nuove città e nuovi porti.   Molti scienziati si dedicarono a studi innovativi e nel 1782 il fisico svizzero Aimé Argand (1755-1803) inventò un bruciatore circolare con dieci stoppini alimentati ad olio che duravano 10 giorni, ai quali vennero in seguito aggiunti degli specchi parabolici rotanti che ne aumentavano la luminosità, sistema messo a punto da Jonas Norberg (1711-1783). Questa tipo di lampada venne in seguito ancora perfezionato dall’ orologiaio francese Bertrand Carcel (1750-1812) ed entrò anche in funzione un meccanismo rotante ad ingranaggi, azionato da contrappesi che scendevano lungo la torre, e manovrato a mano. Questo antico sistema, ancora presente in molti fari, può venire usato in casi di emergenza.

E’ stato però a partire dal 1800, il secolo della “farologia”, che, grazie ad un innovativo sistema di illuminazione, la luce dei fari raggiunse il suo massimo splendore. Un fisico francese, Augustin Jean Fresnel (1788-1827), che si era specializzato nello studio della rifrazione della luce, progettò nel 1822 una lente rivoluzionaria, basata in realtà su un principio molto semplice : la sua forma era vagamente ovale ed una serie di anelli prismatici posti in alto ed in basso dirigevano i raggi luminosi verso il centro, dove la lente principale, li raccoglieva e li proietta verso l’esterno.

……………….. segue

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |13 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria

I  FARI DI PUNTA MADONNA E DELLA GUARDIA

ISOLA DI PONZA – ITALIA

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.  40° 54’ Nord  – Long.   12° 58’ Est

 

Al largo della costa Sud Occidentale della Penisola Italiana, in mezzo al Mar Tirreno, quasi a metà strada tra Roma e Napoli, si trova la splendida Isola di Ponza, la maggiore dell’arcipelago Pontino.  L’isola ha una superficie di 7,5 km² e 41 km. di costa, molto frastagliata, con insenature, grotte e faraglioni.   Quest’isola ha una strana forma allungata, a mezzaluna, disposta da ovest verso est e sul suo versante Est si trova Punta Madonna, o Rotonda della Madonna,  dove è situato il faro dallo stesso nome.

Oggi, con le sue case bianche a picco sul mare, il suo mare azzurro, le spiagge, le sue montagne verdi che si stagliano contro il cielo, la sua fauna e la sua flora,  è una meta turistica molto ambita, fonte di benessere per gli abitanti. Ma nel passato, fin dalla preistoria, si hanno notizie della presenza umana, sembra che tutti siano stati su questo piccolo lembo di terra, dai Fenici ai Romani, dai Pirati saraceni, ai Borboni, del cui Regno faceva parte.  Nel 1795 è diventata luogo di detenzione all’aperto e nel 1861 è entrata a far parte del Regno d’Italia e, ancora, nel 1928, è stata utilizzata come luogo di confino per gli antifascisti. Dal 1935 al 1975 venne anche sfrutta una miniera di bentonite che portò lavoro sull’isola, ma anche fatica e sofferenza.

Il vecchio faro di Punta Madonna è stato eretto nel 1858,  era costituto da una torre pentagonale e una lanterna poligonale illuminata elettricamente con una portata di  15 miglia. In caso di mancanza della corrente elettrica entrava in funzione una lampada a 6 becchi ad acetilene che veniva alimentata a mano dai faristi i quali dovevano anche far ruotare l’apparecchiatura con un sistema a orologeria che funzionava tramite un peso attaccato a un cavo metallico che scendeva lungo la torre e che doveva essere ricaricato a mano per mezzo di una manovella ogni volta che raggiungeva il fondo.  Questo è un antico sistema che può essere usato in caso di emergenza e che ancora oggi e si trova in ogni faro.

Sulle isole è sempre esistito il problema dell’acqua potabile così al momento della sua costruzione sotto il faro fu scavata una cisterna per raccogliere l’acqua piovana  ad uso dei faristi in carica e delle loro famiglie.

Nel 1954, a forse a causa d’infiltrazioni d’acqua, la cisterna che era stata così utile nel secolo passato, crollò, rendendo pericolante tutta la struttura.  Per sicurezza, i faristii che vi abitavano furono allontanati ma il faro rumase  comunque in funzione finchè nel 1957 sono stata eseguiti dei lavori  di consolidamento, che si sono dimostrati insufficienti per recuperare la struttura.

Ormai era chiaro che era necessario un nuovo faro e nel 1958 sono stati iniziati i lavori per innalzarne uno nuovo a circa 30 metri dal precedente, che alla fine è stato demolito. Questo  nuovo faro è entrato in servizio il 20 Luglio 1959 ed il 20 Febbraio 1960 i guardiani, o fanalisti, o reggenti, come si chiamano oggi in Italia, sono entrati nei nuovi alloggi adiacenti alla torre, dove abitano tuttora .

Il nuovo faro ha una torre cilindrica bianca alta 8 metri, ma essendo costruito su un’alta falesia, si trova in realtà a 61 metri sul livello del mare.   La sua ottica a luce fissa lancia tre lampi bianchi, seguiti da un’eclisse di 1 secondo, ed un  quarto lampo bianco, seguito da un’eclisse di 8 secondi, con una portata di 25 miglia.

 

Sull’Isola di Ponza si trovano un altro faro importante, il Faro di Monte della Guardia costruito nel 1886 che si trova  su uno sprone roccioso, all’altro capo del’Isola rispetto al faro della Madonna, recentemente ceduto all’asta a una Società che ha in programma di realizzare un hotel. Ma anche questo faro ha una storia, in realtà un primo faro fu costruito nel 1858 sotto il Regno dei Borboni sulla spianata di Monte Guardia ma con  il tempo e l’incuria era diventato un rudere fu quindi solo in seguito che il nuovo faro fu costruito sotto il Regno Sabaudo in una zona vicina.

 

 

 

 

6^ Assemblea Annuale dei Soci

by ilmondodeifari |8 Febbraio 2021 |0 Comments | Appuntamenti Per tutti, Senza categoria

Purtroppo a causa pandemia la riunione annuale non potrà essere svolta in presenza. La faremo pertanto il 26 marzo 2021 su ZOOM. La riunione è fondamentale per approvare una piccola modifica allo Statuto e  il bilancio, decidere le prossime iniziative e alcune cariche associative e presentare i progetti in corso d’opera. Per il collegamento da remoto sarà necessario che le coppie si colleghino ognuno dal proprio pc o tablet o cell perché ad ogni singolo collegamento spetterà un singolo voto.

I soci dell’Associazione IL MONDO DEI FARI sono convocati in Assemblea Straordinaria ed Ordinaria

il giorno 26 marzo 2021 alle ore 20.00 in prima convocazione e alle ore 21.00 in seconda convocazione per l’Assemblea Straordinaria e alle 20.30 in prima convocazione e alle 21.30 in seconda per l’Assemblea Ordinaria. Entrambe le riunioni saranno su ZOOM per discutere e deliberare sul seguente ordine del giorno:

Assemblea Straordinaria:

  1. Modifica dello Statuto Associativo.

Assemblea Ordinaria:

  1. Approvazione Bilancio consuntivo 2020 e preventivo 2021 (Assemblea Ordinaria)
  2. Approvazione Regolamento Nazionale
  3. Programma attività 2021
  4. Modifica cariche Associative
  5. Varie ed eventuali

Link per la riunione su ZOOM: https://us02web.zoom.us/j/84644572075?pwd=SG5PSkd3WTlNVEZ2bCt1VS9jSlY2UT09

 

ID riunione: 846 4457 2075

Passcode: 452567

 

Le Assemblee saranno validamente costituite a norma di Statuto e Regolamento interno.