ISOLA DI SAN PIETRO, CARLOFORTE

    ISOLA DI SAN PIETRO, CARLOFORTE

    | Storie e Racconti

    IL MIO PRIMO FARO

    di Annamaria “Lilla” Mariotti

    Questo fatto è accaduto molto tempo fa ma per me è stato l’inizio di un percorso di vita. Era l’estate del 1968 quando, con alcuni amici decidemmo di darci all’avventura, due settimane in campeggio a Carloforte, sull’isola di San Pietro.

    Era un’esperienza nuova per me ma i miei amici erano dei campeggiatori esperti e mi fidavo di loro. A Carloforte c’era comunque un solo albergo e un po’ datato, per cui forse la tenda  era ancora la soluzione migliore. Così mi attrezzai con quanto era necessario e partimmo.

    Era tanto che sentivo parlare di Carloforte come di una specie di paradiso terrestre, spiagge di rena bianca, mare azzurro e trasparente, notti incantate, e poi ci stavano i miei zii, una coppia ancora giovane e sportiva, che avevano abbandonato un buon lavoro e gli agi di Roma per comprare un rustico a Carloforte e trasferirsi a vivere li.  Avevano la vigna, si facevano il vino, curavano l’orto, pescavano, cosa vuoi di più dalla vita ?

    Arrivare a Carloforte non è semplice, o meglio, è lungo, ma allora c’era ancora il traghetto Genova/Cagliari e poi da lì ancora un po’ di chilometri, un altro traghetto e ci sei. Il campeggio era quasi deserto, il turismo non era ancora arrivato sull’isola e organizzare le nostre tre tende è stato facile, tutte in tondo con un piccolo spiazzo e una piccola tavola al centro per la cena, il tutto in un  bosco di eucalipti. C’era chi cucinava, chi lavava i piatti, chi andava in paese al mattino presto per le provviste, tutto organizzato. Sull’isola non ci sono vipere, ma abbondano le bisce, e l’unico terrore erano i servizi collocati in una piccola costruzione in muratura  un po’ decentrata e quando dovevi usarli al di fuori era tutto un fruscio, terrore puro e l’unico punto nero.  Tuttavia, nonostante il luogo affascinante e la buona compagnia quello è stato il mio primo e ultimo campeggio.

     

     

    Ci eravamo già spinti in esplorazione delle varie spiagge e calette, godendoci tutte le bellezze che l’isola offriva, eravamo stati a cena dagli zii, esplorato anche qualche ristorante quando, una mattina, decidemmo di andare a fare il bagno alla Caletta, la spiaggia più grande di Carloforte, una mezzaluna di sabbia, con scogli alle due estremità, raggiungibile a piedi dal campeggio con una breve passeggiata.

    Stavamo scendendo per una strada a curve quando, improvvisamente, davanti ai nostri occhi appare lui, il faro.

    Eccolo lì, sulla destra, alto su una roccia a piramide, un monolito di pietra rosata sormontato dalla torre e dalla lanterna.  Una strada sterrata conduceva al faro e io non ricordo se all’inizio c’era il fatidico cartello giallo che oggi si trova davanti a tutti i fari “Zona Militare – Vietato l’accesso”, quindi proseguimmo e arrivammo a quello che poi avremmo saputo, era il faro di Capo Sandalo.  Davanti c’era un grande terrazza e alcune persone ci vennero incontro accogliendoci con cordialità.

    Scoprimmo che si trattava del farista e di sua moglie, a cui poi si aggiunse un secondo farista, anch’egli con la moglie,  un giovane assistente e alcuni bambini.  Ci sedemmo tutti intorno e queste persone, abituate a vivere in solitudine, ci raccontarono del loro faro, che all’interno aveva quattro appartamenti, uno per ogni famiglia, uno per l’assistente e uno, ovviamente vuoto. Sotto la terrazza coltivavano un piccolo orto e in fondo a una ripida discesa in un casotto tenevano gli arnesi da pesca. Quel casotto originariamente era servito come attracco belle barche che portavano la pietra rosata per la costruzione del faro, che risaliva al 1864, da una cava in Sardegna e ora lo utilizzavano i faristi per i loro attrezzi.   Le provviste arrivavano via terra con  un furgoncino.

     

     

    Ci raccontarono anche che il Faro di Capo Sandalo è il più occidentale d’Italia e che lì sotto passava la rotta da e per Gibilterra. Durante la notte la luce del faro indicava il pericolo dei vari scogli sommersi e delle isolette che si trovano in quel tratto di mare.

    Io ricordo come in un sogno queste persone che ci raccontavano la loro vita solitaria, in modo così sereno e pacato, come se non  potessero desiderare di meglio. Ci parlavano dei turni per l’accensione e lo spegnimento della lanterna, uno dei faristi mi fece notare che i vetri erano coperti all’interno da tende che venivano chiuse ogni mattina per proteggere le lenti dal forte sole della Sardegna e riaperte la sera,  avevano la luce elettrica, ma anche un compressore per i casi di emergenza, e le loro giornate erano sempre piene.  Avevano un mezzo con cui accompagnavano i bimbi più grandi a scuola in paese, ma loro difficilmente ci andavano, avevano troppo da fare e il loro lavoro era la loro vita.

     

    Uno dei faristi ci chiese se volevamo salire sulla torre e accettammo con entusiasmo. La mia prima scala a chiocciola !!!  124 scalini poi uscimmo su un terrazzino con il bordo in muratura  e di lassù si vedeva il mondo, non lo scorderò mai, il mio primo faro e, allora non potevo saperlo, il primo di molti.

    Dopo questa esperienza la vacanza continuò, ma io sapevo che avevo scoperto un mondo nuovo. In seguito la vita mi ghermì e i fari rimasero un sogno per molti anni, ma tutto era cominciato in quel giorno d’estate a Capo Sandalo tanto che ogni volta che ne avevo il tempo e la possibilità tornavo a visitarlo, come visitai ogni faro che trovavo lungo il mio cammino. E nel tempo sono diventati tantissimi In Italia e in giro per il mondo.

     

    Le cose sono cambiate, non ci sono più, o almeno ci sono pochi faristi, e senza le famiglie che raccolte in circolo ti raccontano la loro vita, ma per me quella prima esperienza è stata indimenticabile e ha segnato per sempre la mia vita.

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