storie di fari e faristi

I FARI IN FERRO SISTEMA MITCHELL

by Felicetta Santomauro |16 Gennaio 2022 |0 Comments | storie di fari e faristi

Immaginate un uomo straordinario, un ingegnere irlandese, che dall’età di 16 anni inizia a perdere la vista diventando, sei anni più tardi completamente cieco.  Un giorno si reca di nascosto in barca, con suo figlio John, sul banco di sabbia di Belfast Lough, colloca  un  palo a vite lasciando l’estremità superiore visibile sopra l’acqua. La mattina seguente torna sul luogo  e trova il palo ancora saldamente fissato in posizione. Effettua una seconda prova della sua invenzione nella primavera del 1833, ed  anche questa volta l’esito è positivo.

Chi era quest’uomo e che cosa aveva inventato? Stiamo narrando di Alexander Mitchell (Dublino  13 aprile 1780 – Glendivis 25 giugno 1868) il quale, animato dalla convinzione che si potessero salvare molte vite in mare, studiò un modo per costruire fari su secche o banchi di sabbia dove era molto difficile, se non impossibile, poter costruire fari in muratura per le caratteristiche del terreno; da  quest’idea progettò il palo a vite che gli conferì fama mondiale.

Alexander Mitchell

L’idea, forse, gli venne osservando un cavatappi e la forza necessaria per aprire una bottiglia di vino. Alcuni mesi dopo gli esperimenti di Belfast Lough, si recò a Londra per far brevettare la sua invenzione, impresa che non fu facile.

James Walker

Nel 1838 grazie all’amicizia con James Walker ingegnere della Corporation Trinity House di Londra, ricevette l’incarico di gettare le fondamenta del faro di Maplin Sands nell’estuario del Tamigi utilizzando il sistema dei piloni a vite.

Progetto del faro di Maplin Sands

Dopo un accurato studio sulla natura del terreno, il faro venne costruito usando una zattera di circa 9 metri per 9 metri  rimorchiata fino al punto in cui i pali dovevano essere piantati e avvitati, e qui ancorata.  L’opera era formata da nove pali di ferro battuto, un palo centrale che  veniva collocato in posizione verticale attraverso un’apertura tagliata nella zattera e da otto pali avvitati equidistanti negli otto punti designati che formavano un ottagono (Fig. 2 Plan of raft). Ogni palo aveva all’estremità inferiore una punta a vite in ghisa di 1,22 m. di diametro. Furono fissati ad una profondità di 6,70 m. usando un argano applicato all’estremità superiore del palo. Alcuni uomini, a spinta facevano girare in senso opposto il palo usando delle stanghe che attraversavano la testa dell’argano, così facendo il palo penetrava nel terreno proprio come un cavatappi. I pali furono avvitati in 9 giorni (dal 28 agosto al 5 settembre 1838) e furono impiegati in tutto 40 uomini.

Maplin Lighthouse

Avvitamento del palo

La sovrastruttura fu completata da James Walker due anni dopo la collocazione dei pali ed il faro fu acceso nel febbraio del 1841.

Dopo Maplin Sands, Mitchell ricevette un secondo contratto per la costruzione del faro in ferro al largo di Fleetwood (1839-1840). Nell’estate del 1844 ne fu costruito un altro sulla Holywood Bank a Belfast Lough.

Ma l’impiego dei pali a vite si adattava non solo alla costruzione dei fari ma anche ad altre opere marittime, per esempio a moli e a ormeggi, a viadotti per strade ferrate, a ponti-canali per condotte d’acqua.

Nel 1847 Mitchell e suo figlio, ormai anch’egli ingegnere, costruirono un molo su pali a vite a Courtown Harbour. Quando fu completato, il Conte così commentò: “A prima vista sembra troppo fragile per resistere al mare, ma una piccola riflessione convince che la sua stessa esiguità gli impedisce di offrire qualsiasi resistenza al mare che lo attraversa”.

Mitchell ebbe svariati riconoscimenti per la sua invenzione che venne utilizzata in tutto il mondo.

Durante questi anni la famiglia di Alexander fu sempre molto preoccupata per la sua incolumità. Egli, infatti, anche se cieco, non temeva di uscire con qualsiasi tempo per esaminare il suo lavoro, sprezzante del pericolo di navigare su una piccola barca con mare agitato, salire su una scala di un faro in costruzione, un pericolo anche per chi ha la vista. Qualche volta cadde in mare, per fortuna riuscendo sempre a restare incolume. Nel 1855 alla Grande esposizione di Parigi gli fu assegnata la medaglia d’argento per la sua invenzione dell’ormeggio a vite.

Brevetto di A. Mitchell viti per i diversi impieghi

I fari

delle Secche della Meloria, di Vada e delle Formiche di Montecristo

“Le Gabbie”

Trent’anni dopo l’inizio dell’uso dei pali a vite e dopo aver quindi riconosciuto che una volta infissi nel suolo possiedono un grado di resistenza alla trazione e alla compressione decisamente maggiore di quella dei pali comuni affondati nel terreno a percussione, si pensò anche in Italia di impiegarli per la costruzione di fari in quei luoghi dove l’edificazione di una torre in muratura sarebbe  stata troppo costosa o di difficile esecuzione. Condizioni queste che furono riscontrate nelle secche della Meloria, di Vada e della formica di Montecristo; punti ritenuti molto pericolosi per la navigazione lungo le coste della Toscana, che era quindi necessario segnalare con appositi fari. Nel 1865 furono realizzati i relativi progetti e a dicembre dello stesso anno furono appaltati i lavori ad una casa inglese, la Wels di Londra,  per il prezzo di Lire 125,668.

Nell’immagine  è riportata la tavola del progetto del faro della Meloria (il progetto è identico per gli altri due fari Vada e Montecristo)

Tavola X del Giornale del Genio Civile Anno VI – 1868 “Progetto del faro della Meloria”

Figura 1 Il faro della Meloria

La figura 1 mostra l’insieme dell’opera. La base dell’edificio era formata da una corona di 6 pali (p,p,p…) posti agli angoli di un esagono regolare più uno al centro. Erano pali in ferro battuto del diametro di 0,152 m. e la loro parte inferiore era munita di viti coniche(v,v,v…..)di struttura speciale per penetrare meglio nel fondo, soprattutto quando questo era roccioso. La misura della profondità varia a seconda delle diverse qualità del fondo predetto. Nelle secche della Meloria, che sono di puddinga terziaria, i pali furono inseriti per  2,44 m.

I pali di perimetro erano collegati tra di loro e con quello al centro per mezzo dei tiranti (t,t,t…) orizzontali e a diagonale (t’,t’,t’…).

Sulle teste dei pali di fondazione si innestavano gli altri pali (p’,p’,p’…)anch’essi in ferro battuto del diametro di 0,127 m. e muniti di cappelli in ghisa (c,c,c…) nei quali si introducevano le teste dei pali inferiori. I membri superiori avevano un’inclinazione di circa 10° rispetto alla verticale; questo non tanto per un fattore estetico quanto perché il centro di pressione del vento cadesse il più possibile in basso e la relativa spinta, agendo con un momento minore, producesse oscillazioni meno sensibili.

Alla metà dei pali sovrapposti vi era una fasciatura orizzontale, formata di ferri t’’,t’’,t’’…simili ai t,t,t…cui facevano capo sopra e sotto altri ferri a diagonale t’’’,t’’’,t’’’e t’’’’,t’’’’,t’’’’ … i quali si raccordavano tutti al palo centrale. Questa disposizione di fasce e tiranti serviva al collegamento generale delle diverse parti dell’opera e specialmente ad impedire le flessioni dei pali p’p’p.. cui potevano andar soggetti a causa della loro lunghezza  circa 10,00 m.

A rendere più solido il sistema concorrevano i tiranti a diagonale incrociati r,r,r,….di tondino battuto del diametro di 0,04 m. i quali tiranti portavano superiormente i manicotti a vite m,m,m,… che servivano a regolare la tensione onde evitare un’eccessiva rigidità con conseguente strappo in caso di uragano.

La parte superiore dei pali inclinati terminava con una specie di capitello di ferro fuso c’,c’,c’…. sopra cui era poggiato il piano in legno a b al quale si accedeva con la scala s di tondino di ferro battuto e su di esso si innalzavano il casotto c d dei fanalisti e la lanterna e f del faro. Il palo verticale del centro arrivava fino a questa altezza e serviva da sostegno al faro stesso.

Figura 2 Pianta dell’alloggio dei fanalisti

Figura 3 Sezione sopra la linea AB Alloggio dei fanalisti e lanterna

L’alloggio dei fanalisti era costruito in lamine di ferro galvanizzato, con rivestimento interno di tavole di abete difendendo così l’ambiente dagli eccessi della temperatura nelle due stagioni estreme. Lo spazio era diviso ed utilizzato come segue:

la parte a b c (Figura 2) era abitata dai fanalisti;

la parte d era inerente alla scala che conduceva alla lanterna

la parte e (Figura 3) era la soffitta utilizzata per riporvi carbone, vino ed altre provviste necessarie ai bisogni della vita.

La mobilia del faro era davvero molto spartana e consisteva nei seguenti oggetti (Figura 2):

f f     due letti a cavalletto;

g g   due recipienti uno per l’olio del fanale, l’altro per l’acqua potabile;

h      armadio da cucina

i      fornelli di ferro fuso;

l      tavola a cerniera.

La scala che portava alla lanterna era a spirale ed era formata da gradini in ferro fuso. Nella lanterna era posto un apparecchio lenticolare l di 4° ordine secondo il sistema Sautter il quale presentava il suo asse focale a 18,30 m. sul livello delle acque medie.

La copertura superiore r consisteva in un emisfero di rame munito di scaricatore elettrico, e sostenuto da un’armatura di ottone, i colonnini delle quali servivano anche da telai per i cristalli che formavano la lanterna propriamente detta.

Le figure A, B, C, D ed F  riproducono quelli che erano i particolari delle congiunzioni dei tiranti trasversali a T col palo al centro e con quelli di periferia, le giunzioni dei pali fra loro, i manicotti a vite dei tiranti di tondino. La figura G invece riporta la forma delle viti coniche poste all’estremità inferiore dei pali da infiggere, le quali terminavano a punta di diamante cioè con una piramide quadrangolare il cui lato è di 0,10 m.

Al di sopra s’innalza un tronco di cono attorno a cui si svolge una vite con verme prismatico triangolare inclinato di circa 20° che girando allarga il foro già preparato dalla punta. Mano a  mano che scende in profondità il verme disgrega la roccia laterale e fa spazio all’inserzione del palo.

La difficoltà maggiore per realizzare queste opere stava  proprio nella installazione dei pali: la preparazione della zattera di legno con il foro che serviva da guida per l’inserimento del palo centrale e di quelli periferici; l’innalzamento del palo in verticale resa difficile dal movimento del mare e dalla mancanza di omogeneità del suolo da perforare. Si dovevano quindi fare continui riscontri con filo a piombo o applicare delle taglie di richiamo in senso opposto alla tendenza di inclinazione. Era previsto anche l’impiego di: un palombaro per congiungere i tiranti obliqui al palo di mezzo in modo da formare  la base dell’edificio, e di una tartana e di un gozzo per il trasporto dei pezzi e per le manovre di sollevamento.

Di seguito è riportata la tabella con i dati relativi al tempo impiegato per la costruzione e la spesa sostenuta.

Tabella tempo impiegato e costo per la realizzazione del faro in ferro della Meloria

Il faro della Meloria era posto all’estremità sud dei banchi omonimi a circa 200 metri dall’antica torre. Fu attivato il 18 maggio 1867 ed aveva luce bianca trasformata in rossa nel 1895 visibile a 14 miglia. Inoltre, era munito di campana per la nebbia.

Da elenco fari e fanali del 1888

Tavola dei fari in ferro dell’Album dei fari del 1873 conservato presso la Biblioteca Reale di Torino

 

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

Bibliografia:

Album dei fari 1873 immagine pubblicata su concessione del ©Mic – Musei Reali, Biblioteca Reale di Torino

Annali delle Opere pubbliche e dell’architettura  Anno VI  – 1856

Elenco dei  fari e fanali 1888

Elenco dei fari e fanali 1910

Giornale del Genio Civile – Parte non ufficiale – Anno IV – 1866

Giornale del Genio Civile – Parte non ufficiale – Anno VI  -1868

Historical Application of Screw-Piles and Screw-Cylinder Foundations for 19th Century Ocean Piers Alan J. Lutenegger University of Massachusetts

History  Ireland Magazine  Features – Issue 3  – (May/Jun 2006), – Volume 14

Journal of  the Royal United Service Institution vol.VII – 1864

Mitchell’s Patent Screw-Piles and Moorings C. Manby  London – 1852

Supplemento perenne alla Nuova Enciclopedia Popolare Italiana – 1868-69

 

 

 

RITORNO AL FARO DI CAPO MELE

by Felicetta Santomauro |26 Dicembre 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Arriviamo al promontorio di Capo Mele un sabato di dicembre, nel primo pomeriggio di una giornata inondata dal sole caldo della Riviera del Ponente Ligure. L’aria è ferma, il mare immobile e scintillante.
Proveniamo da Laigueglia, percorrendo l’Aurelia ma il faro non è immediatamente visibile dalla strada. Posteggiamo l’auto poco oltre l’ingresso e percorrendo a ritroso il breve tratto di strada, esso ci appare subito dopo una curva. E’ una costruzione tozza e solida, prospiciente la strada, che domina il promontorio e da lì il mare aperto immenso, con la sua splendida torre ottagonale.
Il bianco e il rosso della costruzione si stagliano come una macchia aliena sul verde della ricca vegetazione che riveste il Capo.
Una breve salita ci porta dalla strada al cancello d’ingresso, dove ci accolgono i due faristi Rino e Michele. Mentre aspettiamo il resto del gruppo Michele ci accompagna a visitare la torre e la lanterna che ospita l’ottica rotante. Ne approfittiamo per parlare del faro e della sua storia…..

Il faro venne edificato tra il 1853 ed il 1856 ad opera del Genio Civile di Genova sotto il regno di Vittorio Emanuele II, su progetto di Domenico Chiodo, redatto ad ordine ministeriale in data 5 luglio 1851 per la costruzione di un faro da stabilirsi a Capo Mele, progetto conservato presso l’Archivio di Stato di Genova (Cartografia Storica). Impresario per la costruzione del faro fu nominato Stefano Lagnasco che ottenne l’incarico il 30 luglio 1853 come risulta dagli Atti del Parlamento Subalpino, Sessione 1857-58, pag. 536.

Il faro venne acceso il 1° ottobre 1856 come riportato dall’Album dei fari Tav. I del 1873, conservato presso la Biblioteca Reale di Torino e come risulta anche da un avviso ai naviganti dell’epoca riportato in figura (tratto da Bollettino dell’ Istmo di Suez Diretto dal prof. ing. Ugo Calindri – Anno I° Volume I°   Torino – Stamperia dell’Unione Tipografico –Editrice  1856).


Il colore inizialmente scelto per caratterizzare l’edificio fu il giallo, poi mutato in bianco e rosso dopo il 1948.
Resta a luce fissa bianca fino al 1909 quando cambia caratteristica in intermittente bianca (Elenco dei fari, fanali, segnalamenti marittimi, semafori e stazioni telegrafiche del 1910).
All’alba del 23 febbraio 1887 un forte terremoto di magnetudo 6.5 scosse una vasta area della Liguria di ponente, con epicentro tra Diano Marina ed Imperia, provocando danni estesi anche a zone lontane dall’epicentro. Fu il sisma più disastroso mai avvenuto in Liguria. Come risulta dall’ampia relazione che ne fece il geologo italiano Arturo Issel (“Il terremoto del 1887 in LiguriaAppunti Arturo Issel” Tipografia Nazionale, Roma 1887, pag. 102), anche il faro di Capo Mele risultò danneggiato dal sisma. Scrive infatti Issel: “per la violenza dell’urto la lampada si spense, si spezzò il tubo di vetro che la difende e la lampada stessa, col meccanismo che determina l’ascensione dell’olio si spostò sulla sua base di circa 10 cm verso sud est. Della lanterna che circonda la lampada si ruppero tre cristalli […]. La torre presenta una fessura longitudinale che l’attraversa dall’alto al basso.”
Il faro subì ulteriori danni durante la Seconda Guerra Mondiale, fu in seguito restaurato e nel 1949 passò da alimentazione ad acetilene ad alimentazione elettrica.
Discesi sul piazzale antistante il faro raggiungiamo Rino desiderosi come siamo di sentire dalla sua viva voce la storia della sua famiglia.
Il bisnonno, Raimondo Gibilaro, era farista ed ebbe due figli: uno dei due, Calogero  divenne farista a sua volta ed ebbe anche lui due figli Raimondo  e Rosario.
Papà Calogero insieme al figlio Raimondo morì nel ’44 durante il recupero di una mina navale che si era incagliata tra gli scogli.  Per timore che potesse esplodere la portarono nel piazzale del faro di Capo Ferro in Sardegna, dove prestava servizio e viveva, e lì ci fu lo scoppio.
Calogero fu dilaniato e di lui rimasero pochi resti. Il figlio subì l’onda d’urto e venne scaraventato contro un muro e morì.
A seguito di quel tragico e terribile evento, alla fine della guerra, la moglie Gulizia Maria Stella fu autorizzata (le donne non potevano accedere a questa attività)  a partecipare al concorso per diventare farista. Lo vinse e venne assegnata al faro di Capo Rossello nei pressi di Porto Empedocle. (siamo nei primi anni ’50). Qui si trasferisce col figlio Rosario che nel ’59 supera il concorso e diventa anch’egli farista (vedi foto gruppo del ’61). Dopo il corso all’UTF di La Spezia venne assegnato in prova  per due o tre mesi  al Faro di Punta Secca e successivamente al faro di Capo Rossello dove lavorava ancora la madre sempre come farista.
La cosa un po’ ironica è che per titoli di studio Rosario ha la qualifica di reggente quindi è superiore di sua madre!
Nel periodo tra il concorso e la nomina a farista Rosario si sposa e dall’unione nascerà Rino.
Da Punta Rossello la famiglia si trasferisce  al faro di Punta Secca. Qui Rino ricorda che giocava nella casa del “Commissario Montalbano” perché i genitori erano amici dei proprietari e ricorda con grande gioia la festa della Befana quando arrivava il camion organizzato dalla Marina Militare con i doni per i figli dei faristi. Restano a Punta Secca fino alla 2^ elementare di Rino. Poi per motivi di studio della sorella papà Rosario chiede il trasferimento  a Livorno. Qui il padre come reggente vi rimane fino alla pensione.
Rino, terminati gli studi superiori, parte per il servizio militare. Al termine della leva fa anche lui il concorso come farista e dopo cinque anni quando, non ci pensava neanche più, tanto che aveva messo su un’ attività in proprio, riceve la nomina nel dicembre del 1987.
Dal 1 marzo 1988 è assegnato al faro di Capo Mele dove vive tutt’ora.
Michele invece ci racconta  che non proviene da una famiglia di faristi,  lui prima di scegliere questa professione e di essere assegnato a Capo Mele lavorava presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare a Genova.
Nel frattempo il resto del gruppo ci ha raggiunti. Ora che siamo tutti nuovamente riuniti, possiamo consegnare a Rino e Michele il dono che avevamo in serbo per loro: la riproduzione a stampa del progetto della costruzione del faro del 1851.
Mentre il sole volge al tramonto ci congediamo dagli amici faristi con la promessa di continuare con le nostre ricerche sul faro e sulle generazioni dei guardiani che lo hanno abitato.

Di seguito riportiamo l’elenco dei faristi di Capo Mele che ci è stato possibile finora ricostruire con i relativi anni di permanenza al faro:

Retali Giuseppe Agostino    destinato a Capo Mele dal  16/4/1909

Rispoli Eugenio  destinato a Capo Mele dal 16/5/1909

Quintavalle Giovanni  a Capo Mele nel 1920

Bottaro Angelo a Capo Mele dal  1920 al 1928  e poi dal  1930 al 1931

Ferro Angelo a Capo Mele nel 1926

Simonelli Ernesto a Capo Mele  dal 1930 al 1933                            

Ortelli Angelo  a Capo Mele dal 1934 al 1938      dal 1940 al  1941 

 

© articolo e ricerche Felicetta Santomauro – Vittorio Grandi

Visita al faro di Capo Mele organizzata dall’Associazione Culturale il Mondo dei fari il 18 dicembre 2021

Ringraziamenti ai faristi Rino Gibilaro e Michele Scalmato per la loro cortesia e disponibilità

 

Regalo del giorno dell’Immacolata

by Felicetta Santomauro |8 Dicembre 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Quale regalo più bello poteva arrivare la mattina del giorno dell’Immacolata.…una foto e che foto!

Eccola: è il gruppo del corso faristi del 1953 ed è stata scattata all’Isola del Tino.

Un tassello in più per le nostre ricerche storiche sul faro del Tino e non solo, poiché qui ci sono faristi che sono stati destinati in vari fari italiani, per questo chiediamo, come sempre,  l’aiuto di chiunque possa riconoscerne qualcuno e darci informazioni.

A farcene dono Gaetano Serafino farista del faro San Cataldo di Bari . E’ un caro ricordo di famiglia, infatti nel gruppo è presente suo papà Michele Serafino nato a Bari il 24 giugno 1922. Fu  farista dal ’53 fino al 1987 con varie destinazioni da Capo Rizzuto in Calabria all’isola Sant’Andrea a Gallipoli ed infine a Bari.

Nella foto è quello indicato dalla freccina rossa, a tergo della foto l’annotazione scritta di suo pugno.

Ringraziamo tantissimo Gaetano per questa chicca e chiunque vorrà scriverci a: storiedifariedifaristi@gmail.com per darci notizie su questi uomini straordinari.

Per noi che ci occupiamo di queste ricerche ogni piccola informazione, foto o documento che troviamo è fonte di immensa soddisfazione  e ci spinge a proseguire nelle nostre indagini storiche.

Accendere anche solamente una piccola luce sul cammino percorso da chi questa luce ha custodito per la nostra sicurezza, alimenta in noi una gioia altrettanto calda e luminosa, una gioia che vogliamo condividere con i nostri lettori.

© Felicetta Santomauro-Vittorio Grandi

 

Il faro di Capo Milazzo

by Felicetta Santomauro |22 Ottobre 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Storie legate al faro di Capo Milazzo

Nell’estate del 1907 nello stretto di Messina si svolsero delle manovre navali della Regia Marina Italiana alle quali assistettero anche il re Vittorio Emanuele III ed il Sovrano del Siam. “Dopo le esercitazioni delle squadre, la R. nave Regina Elena, con a bordo S.M. il Re d’Italia e S.A.R. il conte di Torino, si ancorò nelle acque di Milazzo.   S.M. il Re e il S.A.R. il conte di Torino sbarcarono alle ore 16 e, in carrozza, si recarono al promontorio di Milazzo.

Il Re venne festosamente accolto dalla popolazione. Il tempo era piovoso. La visita del Sovrano al faro di Milazzo durò oltre 2 ore.

Il Re, col conte di Torino, percorse in carrozza tutto il promontorio fino alla lanterna e visitò lo storico castello.

Verso le 18 il Re fece ritorno a bordo della Regina Elena” (da Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 238 – 8 ottobre 1907).

Sappiamo che il fanalista in servizio al faro era Antonino Imbruglia (1864 -1928) ed insieme a sua moglie Francesca Caravello accolsero il re. Come usanza furono sfoggiati i pezzi più belli del corredo, Francesca preparò la tavola, mise una bellissima tovaglia di lino con ricamo a intaglio e pose piatti con frutta di stagione da offrire all’illustre ospite. In tale occasione si parlò di un evento per il quale Antonino qualche anno prima fu insignito, insieme al suo collega Stefano Currò, con la medaglia di bronzo al valore di Marina per aver salvato il 18 ottobre del 1902  tre naufraghi dello schooner “Invidiata”.

Nel pomeriggio del 17 ottobre due velieri che trasportavano tavole di faggio furono sorpresi da un ciclone, uno si inabissò con tutto l’equipaggio in prossimità della Grotta di Polifemo, l’altro si capovolse poco lontano da Capo Calavà e andò ad incagliarsi a circa un chilometro e mezzo dal promontorio di Capo Milazzo. Dell’equipaggio composto da sei uomini soltanto tre riuscirono a lottare contro la furia del vento e del mare restando disperatamente aggrappati alla chiglia della nave. Alle tre e mezza del mattino del 18 ottobre uno dei fanalisti addetti al faro del promontorio, tra il rombo dei tuoni ed il sibilo del vento udì come un pianto e dei lamenti. Avvertì subito il suo collega, e presa una lanterna uscirono di casa per andare a vedere cosa fosse successo. Si diressero prima verso nord ma non videro nulla poi verso ponente. I naufraghi dal mare videro quel lume sulla riva e aumentarono, con tutte le forze che avevano, le loro disperate grida di aiuto. I fanalisti, allora, capirono che era avvenuto un naufragio. Si diressero alla spiaggia e grazie ad un provvidenziale spiraglio di luna che si aprì nel cielo cupo videro il luccichìo della chiglia. Senza perdere tempo presero la loro piccola imbarcazione a remi e si diressero fra i flutti impetuosi verso quel luccichìo e quei lamenti angosciosi.

Con grandissima fatica raggiunsero i naufraghi, non poterono avvicinarsi troppo allo scafo capovolto perché il mare si frangeva e non avevano una cima da lanciargli. Così li esortarono a lasciarsi cadere in acqua in modo da riuscire a tirarli su in barca. I poveretti dopo quattordici ore  in quelle condizioni erano stremati e l’idea di lanciarsi in mare non gli sorrideva. Dopo diverse esortazioni dei fanalisti, il più giovane dei malcapitati comprese che era l’unico modo per salvarsi, perciò si gettò in acqua e fu tratto in salvo sulla barca. Il secondo naufrago seguì il suo esempio e fu tratto anch’egli in salvo. Il terzo e  più anziano dei tre si rifiutò di staccarsi dal relitto si sentiva senza forze ed aveva troppa paura. Allora i due fanalisti continuarono con le loro parole di esortazione: “buttatevi in mare o tutti salvi o tutti morti!”. Finalmente anche il terzo uomo fu tratto in salvo.

Bagnati fino alle ossa con quella barchetta piena d’acqua, sballottata dalle onde alte, e con una fatica immane i cinque riuscirono ad arrivare sulla terra ferma: erano tutti salvi!

Due foto che ritraggono Antonino Imbruglia; nella seconda è insieme al suo collega Stefano Currò, la foto è stata scattata al faro di Milazzo, il bambino è il figlio di Currò.

 

Generazione di faristi al faro di Capo Milazzo: la famiglia Imbruglia – Nota di Giuseppe Imbruglia

La passione e l’immenso amore e rispetto per il mare, che hanno accompagnato la mia esistenza derivano anche dall’essere uno dei discendenti di una dinastia di uomini di mare, di capitani e soprattutto fanalisti.

Il rapporto della mia famiglia con i fari ha origini lontane, infatti il capostipite Stefano Imbruglia (1812 – 1896) fu tra i primi fanalisti ad essere inserito nella prima lista di fanalisti designati dal nascente Regno d’Italia per la riorganizzazione e gestione dei fari siciliani (1862). Espletò il servizio nei fari di Capo Milazzo, del porto di Milazzo, di Capo Salina e Lipari. Purtroppo di lui non si è riusciti a trovare documenti foto e altre notizie utili.

Suo figlio, il mio bisnonno, Antonino Imbruglia, nato il 10 novembre 1864,  fu nominato il 20 marzo 1886, a soli ventidue anni agente fari. Prestò servizio nei fari del porto di Milazzo (1887), nelle isole Eolie, al faro San Raineri di Messina (1889), al faro di Capo Peloro Messina (1894), al faro di Capo Milazzo (1895) e altre destinazioni per un totale di quarantadue anni.

Svolse il suo lavoro con onestà, spirito di sacrificio e generosità, virtù che lo portarono ad essere proposto dal Comune di Milazzo per il conferimento di una medaglia d’oro al valore di marina, per avere, il 18 ottobre 1902, salvato, a rischio della sua vita, tre naufraghi del brigantino goletta “L’Invidiata” nelle acque di Capo Bianco (Milazzo). Successivamente per mezzo del Ministero della marina venne insignito, invece, della Medaglia di Bronzo al Valore della Marina concessagli il 3 luglio 1903 dal Re d’Italia. Il 31 dicembre dello stesso anno fu nominato capo fanalista.

Morì il 10 luglio 1928, sulla sua tomba fu posta questa iscrizione : “Per quarantadue anni tenne acceso vigile sul mare il faro occhio dei naviganti”.

Alcuni documenti della famiglia Imbruglia: a sinistra la lettera di trasferimento del bisnonno dal faro di Capo Peloro al faro di Capo Milazzo (13 febbraio 1895). Al centro e a destra il primo e l’ultimo foglio del verbale di consegna (28 febbraio 1895). Il documento è composto da un totale di undici pagine, con il dettaglio di tutto il materiale da lavoro, arredi, suppellettili e quant’altro necessario alla vita nel faro. Era prassi all’epoca compilare, da parte del fanalista uscente, questo documento da far sottoscrivere, dopo accurato controllo, anche al fanalista subentrante. Oltre alla quantità del materiale era anche annotato il relativo stato d’uso.

Dopo un salto generazionale, arriviamo a mio padre Antonino Imbruglia (30/7/1929-30/7/2008) ultimo farista della dinastia. Dopo aver lavorato  come motorista navale su mercantili e pescherecci, da Milazzo si trasferì con tutta la sua famiglia ad Augusta lavorando come motorista sui rimorchiatori. Nel frattempo decise di fare domanda per il concorso per 60 posti da Agenti Fari e seguire dunque la carriera dei suoi avi.

Il 2 maggio del 1958 partì per la Spezia, vinse il concorso ed il 19 ottobre 1959 ebbe la nomina. Dopo un breve periodo di addestramento presso l’Ufficio Tecnico Fari di La Spezia, nel marzo del 1960 fu inviato al segnalamento radio faro Dromo Giggia di fronte al porto di Augusta (SR) dove restò fino all’aprile del ’66. Nello stesso mese venne promosso Agente Capo Fari e fu trasferito a Salina al faro di Punta Lingua con competenza anche sull’altro faro dell’isola a Capo Faro di Malfa. Ad ottobre del ’73 fu trasferito al faro di Capo Milazzo e qui restò in servizio per sedici anni e tre mesi fino a quando fu collocato in pensione per dimissioni per motivi  di salute il 1 gennaio del 1989.

 

 

Ricordi di vita al faro – Racconto di Giuseppe Imbruglia

Nell’immaginario collettivo la vita nei fari viene vista come una vita dura, con tanti sacrifici e disagi, soprattutto per noi familiari, e per molti sarà stato senz’altro così. Per me, invece, è stata una grande e meravigliosa avventura, tanti anni trascorsi in luoghi unici non accessibili a tutti, in spazi aperti a contatto con la passione della mia vita, il mare. Mi consideravo la persona più fortunata del mondo a vivere a stretto contatto con la natura incontaminata, l’enorme ricchezza che ne ho ricevuto da questa esperienza è stata senz’altro superiore a qualsiasi privazione, un’esperienza che ha forgiato e condizionato il mio carattere facendomi diventare quello spirito libero, che ancora oggi difficilmente si adatta  alla vita frenetica di questa società, a vivere a stretto contatto con gli altri in quella caotica confusione chiamata città.

Tra i fari in cui mio padre ha prestato servizio, Capo Milazzo è sicuramente quello in cui ho vissuto più intensamente questo rapporto con il mare e con la natura, forse perché il faro, incastonato come una perla nel promontorio più bello della Sicilia, aveva tutto intorno grandi spazi di verde e scogliere mozzafiato, o forse perché avevo un’età in cui si apprezzano meglio queste cose. Nell’autunno del ’73 ci siamo trasferiti dal faro di Punta Lingua di Salina, dove ho trascorso gli anni indimenticabili della mia gioventù, al faro di Capo Milazzo.  Abbiamo riscontrato qualche problema iniziale, che riguardava più che altro la distanza dal centro cittadino che distava  sette km.  A circa 300 metri si trovava la piazzuola da dove partivano gli autobus per la città, e questo forse era il disagio maggiore, spostarci in macchina o autobus per raggiungere le scuole, e per approvvigionarsi di tutto ciò che serviva per il vivere quotidiano.

La solitudine non è stata per noi un grande problema, in quanto a casa mia eravamo, oltre ai miei genitori, sei figli a cui si aggiungeva la famiglia dell’altro fanalista composta dai genitori e quattro figli, quattordici persone che quasi costituivano una piccola comunità. Questo per un certo periodo, poi subentrò un altro collega di mio padre che aveva la famiglia che viveva in città, e rimaneva solo lui nell’altro appartamento. Inoltre, nel periodo estivo, nelle adiacenze della piazzetta c’erano diversi ristoranti ed un camping che ci tenevano compagnia, ma finita l’estate finalmente ci riappropriavamo dei nostri spazi e della natura selvaggia.

La vita al faro scorreva lenta al passo con le stagioni. La mattina dopo aver fatto una sana colazione preparata da mia madre, ci incamminavamo per la stretta stradina sterrata che portava alla piazzetta S.Antonio dove l’autobus ci attendeva per portarci a scuola. Mio padre già sveglio da ore, dopo essere salito sulla torre a coprire con tende i vetri esterni della lanterna, in modo che i raggi del sole non colpissero l’apparato lenticolare, iniziava la giornata andando in centro a ritirare la posta del segnalamento, e acquistando ciò che serviva alla famiglia, dopodiché si accingeva ad effettuare quelle piccole manutenzioni ordinarie che servivano a rendere efficienti il faro e gli alloggi annessi. Spesso si dirigeva nell’orto, che aveva in comune con il collega, che si trovava in un ampio spazio a circa 100 metri dal faro, dove c’erano tre costruzioni,  adibite, prima del 1945,  a stazione radio, e che dopo la guerra vennero utilizzate dai fanalisti come magazzini e locali dove venivano tenuti conigli e galline. L’orto richiedeva attenzione ed impegno, in quanto venivano coltivate molte tipologie di ortaggi, ad uso delle famiglie che vivevano al faro.

Ci potevamo ritenere fortunati, molto di quello che serviva per il sostentamento, a parte gli ortaggi coltivati e qualche albero di fichi e limoni, era la natura a donarcelo giornalmente. Nella vasta discesa alla scogliera, in passato coltivata a vigneto, si trovava di tutto, una grande quantità di verdura selvatica di tanti tipi,  asparagi, funghi, fichi d’india, tantissime piante di capperi, e poi le lumache, e tantissimi conigli, mio padre era un bravo cacciatore.

Ma era il mare che in ogni stagione ci dava i suoi frutti in abbondanza, mangiavamo pesce quasi tutti i giorni, utilizzavamo tutti i tipi di pesca, d’inverno con la canna, passavamo dalla Piscina di Venere per raccogliere gamberetti che usavamo come esca, pescavamo con la barca utilizzando il bolentino o la traina, d’estate effettuavamo la pesca subacquea, una passione che aveva mio padre e che ha trasmesso anche ai tre figli maschi. Sulla nostra tavola non mancavano polpi, cernie, scorfani, murene, saraghi, ricci di mare, patelle e tutto ciò che il nostro meraviglioso mare ci omaggiava. A volte la sera portavamo anche le nostre sorelle a pescare sulla scogliera, con delle torce ed un guadino  catturavamo  i grossi granchi. Spesso nella terrazza del faro si facevano bellissime tavolate con amici e parenti: stare tutti insieme in quel luogo magico, con il vociare dei più piccoli, con le risate e le discussioni degli adulti, respirando quell’aria incontaminata ricca di odori e fragranze che salivano dal mare e dal promontorio, ci rendeva felici. Sensazioni indescrivibili che ancora oggi mi mancano.

Dato che vivevamo in quel paradiso, a nessuno di noi veniva in mente di andare alla spiaggia in città. Un viottolo e degli scalini ci portavano a Punta Messinese. Avevamo l‘imbarazzo della scelta, scendendo sulla scogliera a sinistra si trovava l’Isolotto del Carciofo da cui ci tuffavamo, di fronte la Piscina di Venere, una sorta di laghetto naturale attorniato da bianche rocce di cui una con la forma di un viso e infine a sinistra  Gamba di Donna una grotta a cui si poteva arrivare a nuoto o con la barca,  con al centro una stalattite a forma di gamba di donna. Di fronte  il panorama delle isole Eolie.

L’estate era il periodo più intenso per vivere al faro, ma l’inverno non era da meno. Gli spettacoli che la natura ci regalava erano indescrivibili, il faro si trovava in una posizione tale che sembrava quasi di essere sul ponte di comando di una nave; infatti nelle giornate tempestose salivo spesso sulla torre della lanterna per ammirare la potenza del mare che si infrangeva sulla scogliera, a volte come la prua di una nave la Punta Messinese spariva sotto i marosi, uno spettacolo unico. Inoltre, dalla torre si godeva un panorama mozzafiato a 360 gradi, dall’Etna innevata alle isole Eolie, dalla Calabria ai monti Peloritani e Nebrodi e alla costa tirrenica, a sud lo sguardo volgeva verso il paesaggio spettacolare del  promontorio nella sua interezza con la piccola spiaggia di Rinella a levante, la piazzetta di S.Antonio con l’omonimo santuario,  la città di Milazzo e l’immensa  spiaggia di ponente che arrivava fin sotto il Tindari. Anche nelle giornate nuvolose passavamo tanto tempo in mezzo alla distesa di ulivi che si trovava nei terreni sotto il faro, a sentire le sferzate del vento sui nostri visi. Era difficile per i genitori tener noi figli in casa, in quell’angolo di paradiso.

Nelle giornate piovose, dopo aver fatto i compiti, facevamo merenda con biscotti e torte che mia madre preparava e cuoceva nel forno a legna dietro casa. Erano i momenti in cui la famiglia era più unita. I piccoli giocavano nelle loro stanze mentre noi più grandi guardavamo la tv oppure ascoltavamo con interesse i discorsi dei fanalisti che discutevano di caccia, pesca, politica o semplicemente di ciò che riguardava il segnalamento (allora i giovani amavano ascoltare gli adulti).

Le feste tradizionali trascorse al faro avevano un’atmosfera e un sapore diverso, probabilmente in quanto trascorse in quel luogo magico, tutti insieme con le nostre famiglie. Tra i ricordi più belli della mia vita vissuta nei fari, questi momenti sono quelli più vivi e di cui ho più nostalgia, soprattutto le festività natalizie. Qualche settimana prima di Natale i miei fratelli ed io raccoglievamo il muschio e i legnetti trasportati dal mare, per preparare la base del presepio, mentre mia madre con le mie sorelle costruiva le casette.  Poi tutti insieme lo addobbavamo e ovviamente si faceva anche l’albero di Natale. Trascorrevamo intere serate, a cui partecipava anche la famiglia dell’altro fanalista, a giocare a carte e a tombola; ho ancora nelle orecchie la confusione, il chiacchiericcio che facevamo, magari qualche arrabbiatura perché qualcuno aveva fatto tombola prima di noi. Negli intervalli mia madre ci deliziava con i suoi dolci. Ma il momento più emozionante, soprattutto per i più piccoli, che attendevano con trepidazione, era l’Epifania, in quei giorni infatti arrivava il camioncino di Marifari che portava scatole con giocattoli e regali assieme a torroni, panettoni e leccornie varie. Era festa per tutti, anche per noi che eravamo ormai grandi.

I lunghi anni di servizio al faro di capo Milazzo ci videro spettatori, in prima fila, come fossimo in un immenso teatro, o davanti ad uno schermo di dimensioni titaniche, di tutto ciò che accadeva in quell’immenso tratto di mare, dalle regate veliche, ai campionati di pesca subacquea, ai mondiali di immersione ai passaggi dei cetacei e dei delfini. Abbiamo visto ogni tipologia di imbarcazioni e le loro evoluzioni tecniche nel tempo, dai primi piccoli e lenti traghetti ai velocissimi aliscafi. Molto spesso ci sorvolavano a bassa quota i velocissimi aerei militari che usavano come riferimento il faro in quanto posizionato sul promontorio più estremo della Sicilia orientale. Di notte si assisteva allo spettacolo delle lampare che illuminavano il mare tutto attorno a Punta Messinese.  Siamo stati senza volerlo anche partecipi di tragedie, come l’incendio di un aliscafo di linea che provocò morti e feriti; ma quello che mi ha maggiormente turbato, praticando gli uomini della famiglia la pesca subacquea, è la sorte che tanti subacquei hanno avuto nel trovare la morte in quelle acque da sogno. Vedere le barche che li cercavano incessantemente ed assistere al loro ritrovamento, è qualcosa che ci ha segnato l’anima.

La vita al faro, come quella in mare, non ha visto solo sorrisi e allegria.  Un triste giorno di novembre del ’75, ci giunse la notizia della morte di mio fratello Vincenzo, il secondo dopo di me, io ero il più grande, deceduto mentre svolgeva il servizio militare. Nella mente e nel cuore della mia famiglia e ovviamente anche della famiglia del collega di mio padre calò il gelo, forse ci sentimmo per la prima volta veramente isolati, il silenzio e la disperazione caddero sulla piccola comunità, amplificati forse anche dall’essere in quel luogo che sembrava in quel momento il più distante dal mondo ma che al tempo stesso ci abbracciava come a consolarci e a proteggerci.

Assorbito il colpo, la vita riprese il suo corso, ma niente fu come prima. Mio fratello era lì con noi, ogni angolo del faro, ogni scoglio, ogni anfratto o albero della verde e vasta Punta Messinese ce lo ricordava, poi pian piano ritornarono le voci festanti dei bambini, le discussioni nel terrazzo tra i fanalisti, le feste insieme.  Mio padre per anni, dalla morte di mio fratello,  la notte di Capodanno, dopo cena, andava a letto senza attendere la mezzanotte con noi. Dopo cinque anni la mia famiglia andò ad abitare a circa tre km dal faro, sempre sul promontorio; mio padre continuò il servizio alternandosi con l’altro fanalista, rimasto solo anche lui in quanto la famiglia si trasferì in città. Dopo qualche anno il collega andò in pensione e mio padre rimase solo nella gestione del faro; cercò di resistere ma dopo vari malori avuti in servizio, di cui uno un po’ più grave durante  una notte, prese la decisione di dimettersi per motivi di salute nel gennaio dell’89.  Non so se di tanto in tanto facesse di nascosto una capatina al nostro faro. Una volta ristabilitosi, per parecchi anni, passò l’estate nell’isola di Salina vicino a quel faro di Punta Lingua che tanto amava, e proprio a Salina alla fine di giugno del 2008 ebbe un forte malore. Un mese dopo, l’ultimo rappresentante di una delle più antiche dinastie di fanalisti, l’ultimo guardiano della luce sul promontorio, se ne andò.

Dal 1989 il faro è rimasto disabitato, abbandonato a se stesso, alle intemperie e ai vandali. Anche se chiuso da un cancello, ci sono passaggi dappertutto, ed è diventato, nonostante lo stato precario in cui si trova, meta di turisti. Anch’io, parecchie volte, sono andato a visitarlo, soprattutto negli ultimi mesi, dato che a breve diventerà un resort; ma vedere quel posto pieno di ricordi, in cui ho vissuto tanti anni con tutta la mia famiglia, ridotto in quello stato, ogni volta mi faceva stare male. Di solito mi soffermavo dietro il faro su ciò che rimaneva di una di panchina in muratura, costruita da me e mio fratello per ammirare il panorama, e lì  chiudevo gli occhi  e fantasticavo; immaginavo  di sentire mia madre che si affacciava dal muretto e mi chiamava per dirmi che era pronto a tavola o di sentire i miei fratelli e sorelle più piccoli  giocare.  Ritornavano alla mia mente lucida, tutti i ricordi, belli e meno belli, dopo un po’ però la tristezza spariva e lasciava il posto alla gioia, alla consapevolezza di aver vissuto alcuni degli anni più  belli della mia vita in un luogo unico per la sua bellezza e soprattutto riservato a  pochi fortunati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricostruzione storica ed evoluzione del faro di Capo Milazzo di Angelica Giordano

Timeline grafica delle trasformazioni del faro di Capo Milazzo: da torre costiera di avvistamento a segnalamento marittimo.

Ed ecco come appare oggi il faro di Capo Milazzo:

Modello 3D del faro di Capo Milazzo ottenuto tramite rilievo aereo con drone e tecniche fotogrammetriche.

Ed ecco il faro ed il promontorio in tutta la loro bellezza!

Ringraziamo Giuseppe Imbruglia per aver partecipato alla stesura di questo lavoro, mettendo a disposizione foto e documenti di famiglia e per aver condiviso con noi racconti ed emozioni di vita al faro.

Un grande ringraziamento anche alla giovane architetto Angelica Giordano per aver condiviso con noi il materiale della sua tesi di Laurea magistrale in Architettura per il progetto sostenibile al Politecnico di Torino. Titolo della tesi “The Livehouse Milazzo. Un Faro da Vivere. Rilievo, recupero e valorizzazione in chiave sociale e sostenibile del Faro di Capo Milazzo in Sicilia. 2017, a cura di Angelica Giordano e Alessia Dal Ben”.

La tesi è stata valutata meritevole di segnalazione dalle Commissioni dell’area dell’architettura del Politecnico di Torino. Il lavoro di tesi è stato presentato ed esposto al Castello di Milazzo dal 1 agosto al 30 settembre del 2017.

© Angelica Giordano-Felicetta Santomauro-Giuseppe Imbruglia-Vittorio Grandi

Storie di fari e di faristi approda all’Isola del Tino con la mostra “Il faro racconta”

by Felicetta Santomauro |26 Settembre 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Molto interesse anche per la nostra piccola mostra “Il faro racconta”, con la quale  l’ Associazione il Mondo dei fari era presente quest’anno al faro dell’Isola del Tino per la ricorrenza di San Venerio.  Al prezioso  contributo dei nostri volontari impegnati nell’accompagnare i visitatori sul faro e alle sale permanenti del percorso museale sulla evoluzione della tecnologia dei fari già allestite nel 2017, si è aggiunta la mostra dedicata alla storia del faro del Tino  e dei suoi faristi, frutto di un nostro lavoro di ricerca condotto durante il periodo del lockdown.

Cento anni di storia riassunti in sei pannelli tematici, partendo dalla elettrificazione del faro avvenuta nel 1885 fino al 1987 anno in cui l’ultimo farista, Renzo Fiorentini, abitò al faro insieme alla sua famiglia. Un percorso per immagini che si dipana attraverso le storie dei faristi e delle loro famiglie che hanno abitato il faro nel corso del tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mostra è stata ospitata in una piccola stanza adiacente alla grande sala espositiva e al museo archeologico ubicati al piano terra del caseggiato del faro.

Nonostante il contingentamento, l’afflusso di visitatori, durante i due giorni di apertura, è stato notevole. In molti hanno mostrato attenzione e curiosità sia per la nostra mostra sia per la nostra Associazione.

Grazie ai documenti storici reperiti tra le pagine del Giornale del Genio Civile del 1887 anche quest’anno il faro ci ha riservato un’entusiasmante sorpresa. Siamo infatti riusciti a ricostruire, per la prima volta, la disposizione degli ambienti che ospitarono, fra 1884 ed il 1912, le macchine termiche ed elettriche che vennero utilizzate per la produzione dell’energia elettrica destinata ad alimentare la lampada della lanterna.

 

A completamento dell’allestimento della mostra: il modellino del faro San Venerio opera del nostro socio Aldo Cappelletti, settantasei anni orafo in pensione e ammirato per l’arte del modellismo, due volte campione del mondo, due volte miglior modellista europeo e per ben dieci volte campione italiano ed un dipinto su legno raffigurante il faro del Tino opera di Rosario Gibilaro farista  in pensione dal 2000 dopo aver prestato servizio nei fari di Capo Rossello, Punta Secca, Licata e Livorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

— Ringraziamo la Marina Militare Italiana – Marifari Spezia per la concessione dello spazio espositivo.

©Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

Il farista che sognava i fari dell’Atlantico

by Felicetta Santomauro |24 Maggio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

E’ ancora in Sardegna che torniamo con le nostre storie sui faristi,  e vogliamo parlarvi di Fausto Maurelli nato il 15 aprile del  1924  a Cala Gavetta  della Maddalena.

Non è figlio di farista; suo padre faceva un antico mestiere ormai scomparso, lo stagnino, ed  aveva un piccolo laboratorio in paese.  A 18 anni, durante la seconda guerra mondiale, Fausto, si arruola nei Marò (Battaglione San Marco) e parte per Orano in Algeria. Nel ’43 viene fatto prigioniero dagli inglesi e passa quindi il suo 19° compleanno in un campo di prigionia. Lui e altri del suo battaglione vengono ceduti agli Americani che li riportano in Europa a Marsiglia: verranno utilizzati come guastatori contro le linee tedesche fino a raggiungere la Germania.  Vedrà morire molti dei suoi compagni e la guerra lascerà in lui un segno profondo ed  indelebile.

Finita la guerra, trascorre un periodo in Francia. Qui, non si sa né come né perché, sogna di diventare farista nei fari dell’Atlantico! Ma presto rientra in Italia, anche se il sogno di diventare  farista non lo abbandona. Ed è così che fa il concorso, lo vince e dopo il corso di preparazione  a La Spezia viene assegnato come primo incarico al fanale di Punta Rossa, alla Maddalena: è il 21 maggio 1946.

Promosso tecnico capo faro, viene destinato ad Olbia al Faro dell’Isola Bocca, dove resterà fino al 1951 anno in cui sarà trasferito al faro di Punta Scorno all’Asinara; è il più giovane dei quattro fanalisti che presidiano il faro. Qui il suo destino incrocia quello di Elisa Vitiello,   la figlia del fanalista più anziano. Si sposeranno due anni dopo il loro primo incontro, il 20 settembre del 1953 a Cala d’Oliva, nella chiesetta della Colonia. Avranno tre figli, Pietro, Filippo e Marcello nati durante i vari spostamenti ai fari di assegnazione di Fausto.

Dopo otto anni a Punta Scorno, ha un breve incarico ad Alghero nel 1958.

Farà poi ritorno all’Asinara, e vi resterà fino al ’66. Verrà in seguito destinato al vecchio faro di Porto Torres nella torre Aragonese. Qui abita con la famiglia nella palazzina adiacente fino a quando la stessa verrà demolita ed il faro dismesso.  Si sposteranno, allora, nel nuovo faro che entrerà in funzione nello stesso anno.  Nel frattempo, nel 1967, nasce l’ultimo genito, Marcello.

Resta a Porto Torres circa dieci anni diventando reggente; nel ’77 torna a Punta Scorno e da qui, dopo un periodo lavorativo un po’ travagliato, viene destinato a Capo Caccia. Essendo Capo Caccia un luogo troppo disagiato, la sua famiglia resterà a vivere a Porto Torres dove avevano preso una casa. Viaggeranno molto, sia Fausto sia la famiglia tra Capo Caccia e Porto Torres per potersi riunire nei fine settimana, o per le feste o le vacanze.

Marcello, che ci ha raccontato di suo padre, ci dice che era un uomo molto preciso, amante dell’ordine e della pulizia, d’indole quasi maniacale. Ricorda che per poter  salire sulla torre del faro dovevano togliersi le scarpe per non sporcare. Nel suo lavoro era attento e scrupoloso, con uno spiccato senso del dovere;  non voleva essere ripreso dai suoi superiori.

Aveva una passione, “Lisa” una piccolissima barca a motore, la usava per andare a pesca. “Compagna” di tante uscite in mare la   tenne per  tantissimi anni, dal suo primo incarico all’Asinara fino a quando compì 90 anni! L’ha poi regalata, ma sembra che Lisa sia ormai affondata.

Chissà se Fausto dall’alto del faro di Capo Caccia ha pensato qualche volta di essere sull’Atlantico, sul faro Ar-Men che tanto sognava. Che cosa sia accaduto in Francia alla fine della guerra, chi abbia incontrato e perché sia maturata quest’idea di diventare un farista,  è rimasto un  mistero che non ha rivelato a nessuno e che ha portato per sempre con sé.  Fausto infatti ci ha lasciato il 21 giugno dello scorso anno all’età di 96 anni.

 

Note storiche :

Il vecchio faro di Porto Torres risale al 1852. Fu eretto sull’antica  Torre Aragonese costruita nel 1325 a difesa dell’abitato.

Con un disegno di legge presentato alla Camera il 2 giugno 1851, riguardante l’assegnazione di fondi per lavori a Porto  Torres, così diceva l’allora Ministro di Marina, Agricoltura e Commercio, reggente il Ministero delle Finanze (Cavour)  “.. si fa pure sentire l’urgente necessità che un fanale venga collocato alla torre a tale scopo eretta sul molo di levante, e ciò per rimuovere la difficoltà che si incontra a riconoscere in tempo di notte l’entrata del porto. E basti a dire che i piroscafi postali sono talvolta astretti a mandare le loro lance a terra per accendere dei fuochi di guida sull’estremità dei moli per approdarvi”. (da Atti del Parlamento Subalpino sessione del 1851).

Nella foto sotto il nuovo faro di Porto Torres, la famiglia Maurelli abitava nell’alloggio posto al secondo piano fuori terra.

 

 

Nell’immagine in copertina Fausto Maurelli sulla sua barca “Lisa” – Foto scattata fra il ’62 ed il ’64 alla banchina di ponente a Punta Scorno

Ringraziamo Marcello Maurelli, figlio di Fausto, per aver condiviso con noi questo racconto di vita e parte del materiale fotografico di famiglia.
© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

 

Album dei fari del 1873

by Felicetta Santomauro |12 Maggio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Durante la conduzione delle nostre ricerche, eravamo venuti a conoscenza che nel 1873 era stato redatto, a cura del Ministero dei Lavori Pubblici, “L’album dei fari” un catalogo aggiornato dei fari esistenti lungo il litorale della penisola. È nel periodo post-unitario che si sviluppa la necessità di accrescere il numero dei fari lungo le coste italiane, tanto da portare, alla data di pubblicazione dell’album, a 100 il numero dei fari diottrici e catadiottrici e a 173 il numero dei fanali.

Prima dell’Unità d’Italia le spese di impianto, manutenzione ed illuminazione dei fari erano sostenute dalle varie provincie in cui essi si trovavano secondo normative diverse e, più raramente, direttamente anche dallo Stato.

Con la legge del 25 marzo 1865 sulle opere pubbliche venne sancito che le spese per la gestione dei fari fossero a totale carico dello Stato, ad eccezione dei fari minori di quarta classe, esistenti nei porti, le cui spese restarono a carico dei Comuni di appartenenza.

L’intento dichiarato dell’opera è quello di “far conoscere l’aumento e progresso portato in tal servizio dopo la costituzione del Regno, venendo in essa indicati, tanto i fari che esistevano prima del 1861, quanto il numero di quelli accesi dappoi”.

Ogni tavola contiene, oltre al disegno e alla planimetria del faro, anche tutte le informazioni tecniche riguardanti i caratteri, la posizione, la portata e le notizie economiche e statistiche circa “il costo rispettivo d’ogni ora d’illuminazione, sia per vigilanza, sia per manutenzione, sia per combustibile in uso pei fari del Regno d’Italia, non avendosi ancora sufficienti elementi per accertare la convenienza di sostituire il petrolio all’olio di oliva”.

L’opera è firmata dall’allora Ministro del Lavori Pubblici del Regno d’Italia, De Vincenzi e dal Direttore Capo della Divisione Porti, Spiagge e Fari A. Pazzi, in data 10 aprile 1873.

Dalle ricerche effettuate abbiamo scoperto che una copia dell’opera è conservata presso la Biblioteca Reale di Torino, dove ci siamo recati per prenderne visione e trarne materiale per i nostri articoli.

La Biblioteca è situata al piano terreno dell’ala di levante di Palazzo Reale. Voluta da Carlo Alberto di Savoia, in origine la Biblioteca Reale era destinata al servizio della corte, agli ufficiali e ai dotti interessati allo studio della storia patria e delle belle arti. Dopo la Seconda guerra mondiale, con il passaggio allo Stato dei beni di Casa Savoia, la Biblioteca Reale diventa una biblioteca pubblica statale e dal 2016 è Istituto annesso ai Musei Reali di Torino.

Alla sala di lettura si accede direttamente da un piccolo ambiente dove avviene la registrazione dei visitatori. L’impressione è quella di trovarsi all’interno di una monumentale cattedrale laica, tanto imponenti appaiono le pareti laterali, letteralmente avvolte da migliaia di volumi racchiusi in un doppio ordine di librerie in noce, con una balconata in ferro battuto, che s’innalzano fino al soffitto a volta dipinto a monocromo con scene allegoriche sulle arti e sulle scienze. L’illuminazione della sala è totalmente naturale, con la luce solare che penetra dalle ampie vetrate. Solamente i tavoli per la consultazione delle opere sono illuminati da lampade.

Il volume, stampato dalla Tipografia Laudi e Steffen – Firenze, Roma, è di grandi dimensioni e ottimamente conservato. Rilegato in pelle bordeaux, sul piatto anteriore ha il titolo impresso in oro, come si può osservare nella foto che segue.

 

I filmati mostrano  alcune delle tavole contenute nell’album.

Di particolare interesse ci sono sembrate le tavole dei fari che seguono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le immagini sono state pubblicate su concessione del ©MiC – Musei Reali, Biblioteca Reale di Torino.
© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

 

 

 

 

“Ogni faro è sempre in capo al mondo, ove tutti vorremmo essere” Alfonso Gatto

by Felicetta Santomauro |19 Febbraio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Con l’articolo pubblicato l’ultima volta ci siamo incuriositi al lavoro di Alfonso Gatto, che tra maggio e giugno del 1955 svolse, come inviato del settimanale Epoca, un servizio sui fari italiani. E così l’abbiamo seguito, acquistando su internet un altro numero della rivista (fortunatamente  questo più in buono stato del precedente nonostante i suoi 66 anni! ). Lo ritroviamo, questa volta, al Faro della Guardia sull’isola di Ponza e al Faro di Capo Negro sull’isola di Zannone.

All’arrivo a Ponza Gatto ed il fotografo, Antonio Ruggieri, furono accolti dal fanalista Silverio Scotti (junior) uno dei tre fanalisti di Zannone (gli altri due erano: Vincenzo Ferraiuolo reggente e Guido Vitiello).

Per le avverse condizioni del mare non poterono proseguire per Zannone, quindi Scotti li accompagnò prima dal padre, ex reggente del faro sul Faraglione della Guardia ormai in pensione, e poi al faro. Durante la salita Silverio junior racconta: <<A Zannone, al faro di Capo Negro, siamo a sei miglia e mezzo, quasi a undici chilometri, da Ponza.

Noi tre fanalisti, a turno di quindici giorni in quindici giorni, osserviamo una settimana di riposo, sicché due restano sempre di guardia.
Questo, quando il mare permette alla barca dei viveri, ogni mercoledì, di accostarsi all’isolotto.

A volte, per il vento, girandogli e girandogli intorno, non si riesce a trovare un punto solo, uno scoglio, uno spuntone di roccia, su cui lasciarci andare. O spesso, d’inverno, ci tocca, mezzo bagnati, attraversare tutta la riserva di caccia per raggiungere il faro.

Una volta siamo rimasti per ventisei giorni bloccati. E non abbiamo telefono. Possiamo solo comunicare con bandiere di segnalazione col semaforo di Ponza che è buono se ci vede.

Prima di me c’era al mio posto Silverio Vitiello, uno dei tanti Vitiello, uno dei tanti Silverio che come gli Scotti hanno sempre bisogno di tirarsi dietro la paternità, quanto basta, per farsi riconoscere.

Gli morì un bambino. Dovette seppellirlo lui nella terra del faro. Per una settimana la barca non potette accostare. Poi lo esumò e lo portò a Ponza.>>

Come riporta Guido Vitiello, il faro di Zannone, specie d’inverno, a causa delle avverse condizioni del mare, restava spesso isolato da Ponza. La barca che settimanalmente accostava e portava riserve di viveri, di medicinali e di petrolio per la lanterna non poteva attraccare. Quindi per comunicare con il resto del mondo, nei casi di emergenza, il farista saliva sulla cima più alta dell’isola e con un sistema di segnalazione a bandiere di giorno, di fuochi Coston (razzi di segnalazione in uso ancora oggi sulle imbarcazioni di tutto il mondo) di notte cercavano di attirare l’attenzione dei semaforisti di Ponza. Dal semaforo di Ponza, quando le condizioni di visibilità lo permettevano, visti i segnali, davano ricevuta dei messaggi alzando un apposito segno. Dal significato che avevano i segni e i colori delle bandiere si poteva capire il tipo di pericolo che veniva segnalato. Ad esempio, bandiera quadra nera con disco bianco in mezzo significava “malattia”. Pallone dipinto in nero:” necessità di viveri ed acqua, fame e sete”.

Due giorni dopo riuscirono ad attraccare a Zannone. Qui Alfonso Gatto, sempre in compagnia di Guido Vitiello conobbe la moglie Civita Scotti “due personaggi di una storia esemplare. Innamorata già del suo uomo, Civita, nel ’47, andò col padre negli Stati Uniti.

Nel 1950, a ventidue anni, tornò per sposarlo. I sei mesi di luna di miele passarono al Faraglione della Guardia, poi, nell’agosto, col suo frutto in grembo, essa partì per New York. Il bambino nacque a febbraio.

Dopo tre anni, acquisita la cittadinanza americana, il 25 agosto 1953, Civita tornò e, di nuovo, trovò solo che Guido dal Faraglione era stato trasferito a Capo Negro di Zannone, con cento lire in più al giorno per disagiata residenza.

Da allora, mezza americana e mezza ponzese, con un bambino che è tutto americano, essa non sa convincere il suo uomo a lasciare i fari e l’Italia. <<A me piace l’Italia>>, dice semplicemente Guido, <<mi piace stare all’aperto e non muffire in una fabbrica.>>

Civita è contenta di tutte le parole del suo uomo, anche di quelle che la contrastano.

Eppoi, non è vero? Ogni faro è sempre in capo al mondo ove tutti vorremmo essere”

Un po’ di storia

L’isola di Zannone è la più settentrionale dell’Arcipelago Pontino, ed il faro è situato a Nord dell’isola sul promontorio di Capo Negro. Progettato già nel 1879 venne attivato nel 1884.

All’epoca le isole di Ponza e Zannone erano sotto la giurisdizione dell’antica provincia di Terra di Lavoro con Capoluogo Caserta. Infatti presso l’omonimo Archivio di Stato abbiamo rinvenuto alcuni documenti che testimoniano la costruzione del faro.

 

 

 

 

Il Fondo Prefettura (contratti) conserva la planimetria del Capo Negro (datata 1883) con l’indicazione della zona di suolo di proprietà del Comune di Ponza occupata dall’Amministrazione dei Lavori Pubblici per la costruzione del nuovo faro e suoi accessori.

 

Nella figura successiva è riportata la registrazione dei verbali per l’appalto dei lavori per la realizzazione dell’edificio e delle sue pertinenze, datata 1880.

 

L’altro documento che segue è il progetto del faro.

 

 

 

Con legge n. 4969 del 19/06/1879 vennero stanziati i fondi per la costruzione del faro.

 

 

Un estratto del capitolato speciale con la descrizione dell’opera, l’apparato lenticolare verrà commissionato all’estero.

 

 

Nella raccolta degli Atti stampati per ordine della Camera dei Deputati dal 26/5/1880 al 25/9/1882 abbiamo trovato l’elenco per provincie dei lavori appaltati; a pag. 8 al numero d’ordine 25 è indicata l’assegnazione dei lavori per la costruzione di un faro di 5° ordine a luce scintillante nell’Isola di Zannone presso Ponza. Il contratto di appalto è datato 2 Settembre 1880, la ditta appaltatrice è l’Impresa Angelo Paone, la durata prefissa dei lavori è di mesi 10, l’importo della spesa approvata secondo il contratto di appalto è di lire 39.000.

 

L’articolo resta aperto per chiunque voglia fornirci proprie testimonianze di vita in questo faro.
Potete scrivere a questo indirizzo email: storiedifariedifaristi@gmail.com

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

LE FANCIULLE DEL MARE

by Felicetta Santomauro |24 Gennaio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

La foto è di Mario De Biasi tratta da un articolo di Alfonso Gatto, apparso sulla rivista Epoca del 1955. In quell’occasione lo scrittore visitò il faro di Punta Scorno sull’Isola dell’Asinara e conobbe le famiglie dei faristi che vi risiedevano. All’epoca il reggente del faro era Antonio Lauro che risiedeva nel faro con tutta la famiglia. L’altro nucleo famigliare che vi abitava  era composto da  Filippo Vitiello, dalla moglie Giuseppina e dalle quattro figlie Anna, Elisa, Ida e Assunta.  Altri due faristi completavano la squadra: Fausto Maurelli e Giuseppe Grieco che però abitavano in una casetta a due piani poco distante dal faro.

Il faro fu costruito nel 1859 al tempo del Regno di Sardegna ad un piano solo, ma la lanterna  toccava la stessa altezza complessiva di 36 metri circa cui oggi arriva l’edificio. I piani successivi hanno incorporato una parte della torre. Dalla lanterna al mare l’altezza dello strapiombo è 80 metri.

Alfonso Gatto scriveva:” Belle e allegre, le donne dei fari, nel vento luminoso di quella domenica, sembravano farsi festa coi propri pensieri d’amore. Concetta, la figlia di Lauro, che nella foto ha vicino il cane e se ne sta abbracciata alle due fiorenti ragazze Vitiello [Anna ed Elisa], s’era messa in testa un berretto da fantino e cantava, motteggiava, correva imbizzarendosi dietro agli asinelli che erano scesi dal Semaforo. Non si sa a quale grazia, che è insieme gioia di vivere e contento della propria sorte, queste fanciulle nate e vissute nei fari attingano la semplicità dei modi, l’abitudine a una parlata così sciolta e canora, il gusto del vestire, la pulizia del corpo e dell’anima. Solo il mare può dare questa civiltà, il mare che scioglie ogni impaccio e propizia le sue lusinghe, i suoi inviti alle più tetre malinconie, portandole come speranze all’orizzonte. Nelle mattine chiare, Ida, Elisa, Anna, Assunta, Concetta cantano e si rispondono dalle proprie stanze annidate sul faro. Il mare batte ai loro specchi luminosi davanti al quale, esse si pettinano i lunghi capelli, guardandosi negli occhi. Tutto è azzurro e pace intorno”.

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

Farista cercasi

by Felicetta Santomauro |3 Gennaio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

 

Siamo nel 1955 a Marifari – La Spezia e questo è un gruppo di faristi al termine del loro corso di preparazione,  dopodiché verranno assegnati ai fari o alle zone di loro competenza.

Ne conosciamo uno, il signore con i baffi in basso a sinistra,  perché di lui abbiamo già scritto un articolo: si chiama Davide Criscuolo e verrà assegnato al faro S. Venerio sull’ Isola del Tino.

Pubblichiamo questa foto, oltre che per documentazione storica, anche per motivi di ricerca; sarebbe molto interessante scoprire le identità e le destinazioni degli altri faristi. Lanciamo, pertanto, un appello a chiunque riconosca in questa foto un parente, un amico o un ex collega. Ovviamente, essendo passati tanti anni, molte di queste persone non ci sono più, ma noi facciamo appello ai loro discendenti figli e nipoti. Grazie di cuore a chiunque vorrà darci una mano in questa ricostruzione.

© Felicetta Santomauro – Vittorio Grandi

Ringraziamenti ad Annagrazia Criscuolo per la foto