storie di fari e faristi

Il farista che sognava i fari dell’Atlantico

by Felicetta Santomauro |24 Maggio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

E’ ancora in Sardegna che torniamo con le nostre storie sui faristi,  e vogliamo parlarvi di Fausto Maurelli nato il 15 aprile del  1924  a Cala Gavetta  della Maddalena.

Non è figlio di farista; suo padre faceva un antico mestiere ormai scomparso, lo stagnino, ed  aveva un piccolo laboratorio in paese.  A 18 anni, durante la seconda guerra mondiale, Fausto, si arruola nei Marò (Battaglione San Marco) e parte per Orano in Algeria. Nel ’43 viene fatto prigioniero dagli inglesi e passa quindi il suo 19° compleanno in un campo di prigionia. Lui e altri del suo battaglione vengono ceduti agli Americani che li riportano in Europa a Marsiglia: verranno utilizzati come guastatori contro le linee tedesche fino a raggiungere la Germania.  Vedrà morire molti dei suoi compagni e la guerra lascerà in lui un segno profondo ed  indelebile.

Finita la guerra, trascorre un periodo in Francia. Qui, non si sa né come né perché, sogna di diventare farista nei fari dell’Atlantico! Ma presto rientra in Italia, anche se il sogno di diventare  farista non lo abbandona. Ed è così che fa il concorso, lo vince e dopo il corso di preparazione  a La Spezia viene assegnato come primo incarico al fanale di Punta Rossa, alla Maddalena: è il 21 maggio 1946.

Promosso tecnico capo faro, viene destinato ad Olbia al Faro dell’Isola Bocca, dove resterà fino al 1951 anno in cui sarà trasferito al faro di Punta Scorno all’Asinara; è il più giovane dei quattro fanalisti che presidiano il faro. Qui il suo destino incrocia quello di Elisa Vitiello,   la figlia del fanalista più anziano. Si sposeranno due anni dopo il loro primo incontro, il 20 settembre del 1953 a Cala d’Oliva, nella chiesetta della Colonia. Avranno tre figli, Pietro, Filippo e Marcello nati durante i vari spostamenti ai fari di assegnazione di Fausto.

Dopo otto anni a Punta Scorno, ha un breve incarico ad Alghero nel 1958.

Farà poi ritorno all’Asinara, e vi resterà fino al ’66. Verrà in seguito destinato al vecchio faro di Porto Torres nella torre Aragonese. Qui abita con la famiglia nella palazzina adiacente fino a quando la stessa verrà demolita ed il faro dismesso.  Si sposteranno, allora, nel nuovo faro che entrerà in funzione nello stesso anno.  Nel frattempo, nel 1967, nasce l’ultimo genito, Marcello.

Resta a Porto Torres circa dieci anni diventando reggente; nel ’77 torna a Punta Scorno e da qui, dopo un periodo lavorativo un po’ travagliato, viene destinato a Capo Caccia. Essendo Capo Caccia un luogo troppo disagiato, la sua famiglia resterà a vivere a Porto Torres dove avevano preso una casa. Viaggeranno molto, sia Fausto sia la famiglia tra Capo Caccia e Porto Torres per potersi riunire nei fine settimana, o per le feste o le vacanze.

Marcello, che ci ha raccontato di suo padre, ci dice che era un uomo molto preciso, amante dell’ordine e della pulizia, d’indole quasi maniacale. Ricorda che per poter  salire sulla torre del faro dovevano togliersi le scarpe per non sporcare. Nel suo lavoro era attento e scrupoloso, con uno spiccato senso del dovere;  non voleva essere ripreso dai suoi superiori.

Aveva una passione, “Lisa” una piccolissima barca a motore, la usava per andare a pesca. “Compagna” di tante uscite in mare la   tenne per  tantissimi anni, dal suo primo incarico all’Asinara fino a quando compì 90 anni! L’ha poi regalata, ma sembra che Lisa sia ormai affondata.

Chissà se Fausto dall’alto del faro di Capo Caccia ha pensato qualche volta di essere sull’Atlantico, sul faro Ar-Men che tanto sognava. Che cosa sia accaduto in Francia alla fine della guerra, chi abbia incontrato e perché sia maturata quest’idea di diventare un farista,  è rimasto un  mistero che non ha rivelato a nessuno e che ha portato per sempre con sé.  Fausto infatti ci ha lasciato il 21 giugno dello scorso anno all’età di 96 anni.

 

Note storiche :

Il vecchio faro di Porto Torres risale al 1852. Fu eretto sull’antica  Torre Aragonese costruita nel 1325 a difesa dell’abitato.

Con un disegno di legge presentato alla Camera il 2 giugno 1851, riguardante l’assegnazione di fondi per lavori a Porto  Torres, così diceva l’allora Ministro di Marina, Agricoltura e Commercio, reggente il Ministero delle Finanze (Cavour)  “.. si fa pure sentire l’urgente necessità che un fanale venga collocato alla torre a tale scopo eretta sul molo di levante, e ciò per rimuovere la difficoltà che si incontra a riconoscere in tempo di notte l’entrata del porto. E basti a dire che i piroscafi postali sono talvolta astretti a mandare le loro lance a terra per accendere dei fuochi di guida sull’estremità dei moli per approdarvi”. (da Atti del Parlamento Subalpino sessione del 1851).

Nella foto sotto il nuovo faro di Porto Torres, la famiglia Maurelli abitava nell’alloggio posto al secondo piano fuori terra.

 

 

Nell’immagine in copertina Fausto Maurelli sulla sua barca “Lisa” – Foto scattata fra il ’62 ed il ’64 alla banchina di ponente a Punta Scorno

Ringraziamo Marcello Maurelli, figlio di Fausto, per aver condiviso con noi questo racconto di vita e parte del materiale fotografico di famiglia.
© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

 

Album dei fari del 1873

by Felicetta Santomauro |12 Maggio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Durante la conduzione delle nostre ricerche, eravamo venuti a conoscenza che nel 1873 era stato redatto, a cura del Ministero dei Lavori Pubblici, “L’album dei fari” un catalogo aggiornato dei fari esistenti lungo il litorale della penisola. È nel periodo post-unitario che si sviluppa la necessità di accrescere il numero dei fari lungo le coste italiane, tanto da portare, alla data di pubblicazione dell’album, a 100 il numero dei fari diottrici e catadiottrici e a 173 il numero dei fanali.

Prima dell’Unità d’Italia le spese di impianto, manutenzione ed illuminazione dei fari erano sostenute dalle varie provincie in cui essi si trovavano secondo normative diverse e, più raramente, direttamente anche dallo Stato.

Con la legge del 25 marzo 1865 sulle opere pubbliche venne sancito che le spese per la gestione dei fari fossero a totale carico dello Stato, ad eccezione dei fari minori di quarta classe, esistenti nei porti, le cui spese restarono a carico dei Comuni di appartenenza.

L’intento dichiarato dell’opera è quello di “far conoscere l’aumento e progresso portato in tal servizio dopo la costituzione del Regno, venendo in essa indicati, tanto i fari che esistevano prima del 1861, quanto il numero di quelli accesi dappoi”.

Ogni tavola contiene, oltre al disegno e alla planimetria del faro, anche tutte le informazioni tecniche riguardanti i caratteri, la posizione, la portata e le notizie economiche e statistiche circa “il costo rispettivo d’ogni ora d’illuminazione, sia per vigilanza, sia per manutenzione, sia per combustibile in uso pei fari del Regno d’Italia, non avendosi ancora sufficienti elementi per accertare la convenienza di sostituire il petrolio all’olio di oliva”.

L’opera è firmata dall’allora Ministro del Lavori Pubblici del Regno d’Italia, De Vincenzi e dal Direttore Capo della Divisione Porti, Spiagge e Fari A. Pazzi, in data 10 aprile 1873.

Dalle ricerche effettuate abbiamo scoperto che una copia dell’opera è conservata presso la Biblioteca Reale di Torino, dove ci siamo recati per prenderne visione e trarne materiale per i nostri articoli.

La Biblioteca è situata al piano terreno dell’ala di levante di Palazzo Reale. Voluta da Carlo Alberto di Savoia, in origine la Biblioteca Reale era destinata al servizio della corte, agli ufficiali e ai dotti interessati allo studio della storia patria e delle belle arti. Dopo la Seconda guerra mondiale, con il passaggio allo Stato dei beni di Casa Savoia, la Biblioteca Reale diventa una biblioteca pubblica statale e dal 2016 è Istituto annesso ai Musei Reali di Torino.

Alla sala di lettura si accede direttamente da un piccolo ambiente dove avviene la registrazione dei visitatori. L’impressione è quella di trovarsi all’interno di una monumentale cattedrale laica, tanto imponenti appaiono le pareti laterali, letteralmente avvolte da migliaia di volumi racchiusi in un doppio ordine di librerie in noce, con una balconata in ferro battuto, che s’innalzano fino al soffitto a volta dipinto a monocromo con scene allegoriche sulle arti e sulle scienze. L’illuminazione della sala è totalmente naturale, con la luce solare che penetra dalle ampie vetrate. Solamente i tavoli per la consultazione delle opere sono illuminati da lampade.

Il volume, stampato dalla Tipografia Laudi e Steffen – Firenze, Roma, è di grandi dimensioni e ottimamente conservato. Rilegato in pelle bordeaux, sul piatto anteriore ha il titolo impresso in oro, come si può osservare nella foto che segue.

 

I filmati mostrano  alcune delle tavole contenute nell’album.

Di particolare interesse ci sono sembrate le tavole dei fari che seguono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le immagini sono state pubblicate su concessione del ©MiC – Musei Reali, Biblioteca Reale di Torino.
© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

 

 

 

 

“Ogni faro è sempre in capo al mondo, ove tutti vorremmo essere” Alfonso Gatto

by Felicetta Santomauro |19 Febbraio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Con l’articolo pubblicato l’ultima volta ci siamo incuriositi al lavoro di Alfonso Gatto, che tra maggio e giugno del 1955 svolse, come inviato del settimanale Epoca, un servizio sui fari italiani. E così l’abbiamo seguito, acquistando su internet un altro numero della rivista (fortunatamente  questo più in buono stato del precedente nonostante i suoi 66 anni! ). Lo ritroviamo, questa volta, al Faro della Guardia sull’isola di Ponza e al Faro di Capo Negro sull’isola di Zannone.

All’arrivo a Ponza Gatto ed il fotografo, Antonio Ruggieri, furono accolti dal fanalista Silverio Scotti (junior) uno dei tre fanalisti di Zannone (gli altri due erano: Vincenzo Ferraiuolo reggente e Guido Vitiello).

Per le avverse condizioni del mare non poterono proseguire per Zannone, quindi Scotti li accompagnò prima dal padre, ex reggente del faro sul Faraglione della Guardia ormai in pensione, e poi al faro. Durante la salita Silverio junior racconta: <<A Zannone, al faro di Capo Negro, siamo a sei miglia e mezzo, quasi a undici chilometri, da Ponza.

Noi tre fanalisti, a turno di quindici giorni in quindici giorni, osserviamo una settimana di riposo, sicché due restano sempre di guardia.
Questo, quando il mare permette alla barca dei viveri, ogni mercoledì, di accostarsi all’isolotto.

A volte, per il vento, girandogli e girandogli intorno, non si riesce a trovare un punto solo, uno scoglio, uno spuntone di roccia, su cui lasciarci andare. O spesso, d’inverno, ci tocca, mezzo bagnati, attraversare tutta la riserva di caccia per raggiungere il faro.

Una volta siamo rimasti per ventisei giorni bloccati. E non abbiamo telefono. Possiamo solo comunicare con bandiere di segnalazione col semaforo di Ponza che è buono se ci vede.

Prima di me c’era al mio posto Silverio Vitiello, uno dei tanti Vitiello, uno dei tanti Silverio che come gli Scotti hanno sempre bisogno di tirarsi dietro la paternità, quanto basta, per farsi riconoscere.

Gli morì un bambino. Dovette seppellirlo lui nella terra del faro. Per una settimana la barca non potette accostare. Poi lo esumò e lo portò a Ponza.>>

Come riporta Guido Vitiello, il faro di Zannone, specie d’inverno, a causa delle avverse condizioni del mare, restava spesso isolato da Ponza. La barca che settimanalmente accostava e portava riserve di viveri, di medicinali e di petrolio per la lanterna non poteva attraccare. Quindi per comunicare con il resto del mondo, nei casi di emergenza, il farista saliva sulla cima più alta dell’isola e con un sistema di segnalazione a bandiere di giorno, di fuochi Coston (razzi di segnalazione in uso ancora oggi sulle imbarcazioni di tutto il mondo) di notte cercavano di attirare l’attenzione dei semaforisti di Ponza. Dal semaforo di Ponza, quando le condizioni di visibilità lo permettevano, visti i segnali, davano ricevuta dei messaggi alzando un apposito segno. Dal significato che avevano i segni e i colori delle bandiere si poteva capire il tipo di pericolo che veniva segnalato. Ad esempio, bandiera quadra nera con disco bianco in mezzo significava “malattia”. Pallone dipinto in nero:” necessità di viveri ed acqua, fame e sete”.

Due giorni dopo riuscirono ad attraccare a Zannone. Qui Alfonso Gatto, sempre in compagnia di Guido Vitiello conobbe la moglie Civita Scotti “due personaggi di una storia esemplare. Innamorata già del suo uomo, Civita, nel ’47, andò col padre negli Stati Uniti.

Nel 1950, a ventidue anni, tornò per sposarlo. I sei mesi di luna di miele passarono al Faraglione della Guardia, poi, nell’agosto, col suo frutto in grembo, essa partì per New York. Il bambino nacque a febbraio.

Dopo tre anni, acquisita la cittadinanza americana, il 25 agosto 1953, Civita tornò e, di nuovo, trovò solo che Guido dal Faraglione era stato trasferito a Capo Negro di Zannone, con cento lire in più al giorno per disagiata residenza.

Da allora, mezza americana e mezza ponzese, con un bambino che è tutto americano, essa non sa convincere il suo uomo a lasciare i fari e l’Italia. <<A me piace l’Italia>>, dice semplicemente Guido, <<mi piace stare all’aperto e non muffire in una fabbrica.>>

Civita è contenta di tutte le parole del suo uomo, anche di quelle che la contrastano.

Eppoi, non è vero? Ogni faro è sempre in capo al mondo ove tutti vorremmo essere”

Un po’ di storia

L’isola di Zannone è la più settentrionale dell’Arcipelago Pontino, ed il faro è situato a Nord dell’isola sul promontorio di Capo Negro. Progettato già nel 1879 venne attivato nel 1884.

All’epoca le isole di Ponza e Zannone erano sotto la giurisdizione dell’antica provincia di Terra di Lavoro con Capoluogo Caserta. Infatti presso l’omonimo Archivio di Stato abbiamo rinvenuto alcuni documenti che testimoniano la costruzione del faro.

 

 

 

 

Il Fondo Prefettura (contratti) conserva la planimetria del Capo Negro (datata 1883) con l’indicazione della zona di suolo di proprietà del Comune di Ponza occupata dall’Amministrazione dei Lavori Pubblici per la costruzione del nuovo faro e suoi accessori.

 

Nella figura successiva è riportata la registrazione dei verbali per l’appalto dei lavori per la realizzazione dell’edificio e delle sue pertinenze, datata 1880.

 

L’altro documento che segue è il progetto del faro.

 

 

 

Con legge n. 4969 del 19/06/1879 vennero stanziati i fondi per la costruzione del faro.

 

 

Un estratto del capitolato speciale con la descrizione dell’opera, l’apparato lenticolare verrà commissionato all’estero.

 

 

Nella raccolta degli Atti stampati per ordine della Camera dei Deputati dal 26/5/1880 al 25/9/1882 abbiamo trovato l’elenco per provincie dei lavori appaltati; a pag. 8 al numero d’ordine 25 è indicata l’assegnazione dei lavori per la costruzione di un faro di 5° ordine a luce scintillante nell’Isola di Zannone presso Ponza. Il contratto di appalto è datato 2 Settembre 1880, la ditta appaltatrice è l’Impresa Angelo Paone, la durata prefissa dei lavori è di mesi 10, l’importo della spesa approvata secondo il contratto di appalto è di lire 39.000.

 

L’articolo resta aperto per chiunque voglia fornirci proprie testimonianze di vita in questo faro.
Potete scrivere a questo indirizzo email: storiedifariedifaristi@gmail.com

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

LE FANCIULLE DEL MARE

by Felicetta Santomauro |24 Gennaio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

La foto è di Mario De Biasi tratta da un articolo di Alfonso Gatto, apparso sulla rivista Epoca del 1955. In quell’occasione lo scrittore visitò il faro di Punta Scorno sull’Isola dell’Asinara e conobbe le famiglie dei faristi che vi risiedevano. All’epoca il reggente del faro era Antonio Lauro che risiedeva nel faro con tutta la famiglia. L’altro nucleo famigliare che vi abitava  era composto da  Filippo Vitiello, dalla moglie Giuseppina e dalle quattro figlie Anna, Elisa, Ida e Assunta.  Altri due faristi completavano la squadra: Fausto Maurelli e Giuseppe Grieco che però abitavano in una casetta a due piani poco distante dal faro.

Il faro fu costruito nel 1859 al tempo del Regno di Sardegna ad un piano solo, ma la lanterna  toccava la stessa altezza complessiva di 36 metri circa cui oggi arriva l’edificio. I piani successivi hanno incorporato una parte della torre. Dalla lanterna al mare l’altezza dello strapiombo è 80 metri.

Alfonso Gatto scriveva:” Belle e allegre, le donne dei fari, nel vento luminoso di quella domenica, sembravano farsi festa coi propri pensieri d’amore. Concetta, la figlia di Lauro, che nella foto ha vicino il cane e se ne sta abbracciata alle due fiorenti ragazze Vitiello [Anna ed Elisa], s’era messa in testa un berretto da fantino e cantava, motteggiava, correva imbizzarendosi dietro agli asinelli che erano scesi dal Semaforo. Non si sa a quale grazia, che è insieme gioia di vivere e contento della propria sorte, queste fanciulle nate e vissute nei fari attingano la semplicità dei modi, l’abitudine a una parlata così sciolta e canora, il gusto del vestire, la pulizia del corpo e dell’anima. Solo il mare può dare questa civiltà, il mare che scioglie ogni impaccio e propizia le sue lusinghe, i suoi inviti alle più tetre malinconie, portandole come speranze all’orizzonte. Nelle mattine chiare, Ida, Elisa, Anna, Assunta, Concetta cantano e si rispondono dalle proprie stanze annidate sul faro. Il mare batte ai loro specchi luminosi davanti al quale, esse si pettinano i lunghi capelli, guardandosi negli occhi. Tutto è azzurro e pace intorno”.

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

Farista cercasi

by Felicetta Santomauro |3 Gennaio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

 

Siamo nel 1955 a Marifari – La Spezia e questo è un gruppo di faristi al termine del loro corso di preparazione,  dopodiché verranno assegnati ai fari o alle zone di loro competenza.

Ne conosciamo uno, il signore con i baffi in basso a sinistra,  perché di lui abbiamo già scritto un articolo: si chiama Davide Criscuolo e verrà assegnato al faro S. Venerio sull’ Isola del Tino.

Pubblichiamo questa foto, oltre che per documentazione storica, anche per motivi di ricerca; sarebbe molto interessante scoprire le identità e le destinazioni degli altri faristi. Lanciamo, pertanto, un appello a chiunque riconosca in questa foto un parente, un amico o un ex collega. Ovviamente, essendo passati tanti anni, molte di queste persone non ci sono più, ma noi facciamo appello ai loro discendenti figli e nipoti. Grazie di cuore a chiunque vorrà darci una mano in questa ricostruzione.

© Felicetta Santomauro – Vittorio Grandi

Ringraziamenti ad Annagrazia Criscuolo per la foto

 

Faro di Portofino: cronaca di una tempesta

by Felicetta Santomauro |19 Ottobre 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Quello che accadde la sera del 29 ottobre 2018 resterà per sempre legato alla storia del faro di Portofino e sarà ricordo indelebile del suo farista che visse quell’incredibile esperienza. Mai a memoria  d’uomo di quei luoghi si ricorda una tempesta di siffatta violenza!

 

La storia

In fondo l’esperienza di vita in un faro l’ho avuta anch’io in quanto fidanzata del farista di un meraviglioso faro che si erge come un castello bianco sul promontorio di Portofino, luogo d’incanto e suggestivi tramonti, ma anche di temibili mareggiate. Luogo isolato, raggiungibile solo a piedi attraverso un sentiero dopo un chilometro e mezzo di camminata dal centro del paese. Sicuramente disagevole per alcuni aspetti,  ma la sua bellezza senza eguali ripaga di tutto questo.   Mare tutt’intorno, visibile da ogni finestra, lassù in alto a più di trenta metri, luci e colori sempre diversi tra il Golfo del Tigullio ed il mare aperto.

L’ultimo fine settimana di ottobre di quell’anno ero al faro, il tempo era pessimo era stata diramata un’allerta rossa, pioveva e c’era molto vento ed il mare era mosso. La domenica mattina uscimmo per un breve giro in paese, il mare lambiva la banchina della “Ciapella”. Lì incontrammo Manuel il pescatore il quale ci disse che questa volta la tempesta sarebbe arrivata proprio brutta ed era attesa per l’indomani. Consigliò a Paolo di spostare la macchina di servizio e portarla ai parcheggi in piazza della Libertà perché il mare sicuramente, stando alle previsioni, si sarebbe alzato molto e la banchina non era sicura.

Restammo in casa tutta la domenica pomeriggio controllando sempre il mare. Fuori era impossibile stare, il vento era molto forte. Quella notte, come le due precedenti, fu un problema dormire per via del fragore  delle onde che si infrangevano sulle rocce sotto il faro, in alcuni momenti sembrava che la casa vibrasse.

Il lunedì mattina presto lasciai il faro per rientrare al lavoro a Torino. Avevo un’ansia incredibile per l’allerta  diramata e per quello che ci aveva detto il pescatore il giorno prima. In stazione feci mille raccomandazioni a Paolo di stare attento e salii sul treno.

Paolo rientrò al faro, era solo.

Alle ore 12.00 il mare era sempre grosso e fu così per tutto il pomeriggio. Ci sentimmo verso ora di pranzo la situazione era immutata. Alle 14,03 mi mandò delle foto, aveva messo in sicurezza le finestre più esposte, la mia preoccupazione cresceva.  Alle 17.00 il vento da est fece aumentare ancora di più il moto ondoso. Paolo per tutta la giornata, salì più volte sulla torre per verificare le condizioni del mare proprio perché aveva sempre in mente il fatto che si diceva che sarebbe stata una terribile tempesta. Alle 18,15 ricevette un messaggio dal Comandante B. dall’alloggio sottostante; il mare aveva sfondato la porta d’ingresso della casa ed aveva bisogno di aiuto. Un volta sceso sotto vide che la porta era stata divelta da un’ondata, l’acqua era entrata in casa. Riuscirono a puntellare la porta e B. salì sopra da Paolo, poco dopo però fu chiamato per un’emergenza in  Capitaneria di Porto, c’era un principio d’incendio al quadro elettrico e quindi corse in paese. Nel frattempo, anche la SP227, unica via carrabile che conduce  a Portofino, venne chiusa. Paolo restò di nuovo da solo, mise delle altre assi per sbarrare le finestre ad est, precisamente quelle della sala e dell’ingresso. Cominciava a filtrare acqua e sentiva che le onde erano sempre più alte sulla casa, asciugava acqua dal pavimento in continuazione. Alle 19.00 un’ondata le sfondò nonostante le persiane, i vetri ed il puntellamento con le assi. In sala la violenza dell’onda spinse il divano, il tavolino, ed altri arredi al fondo della stanza accatastando tutto (la sala ha una lunghezza di 8 metri  circa), mentre, nell’ingresso dove si trovava Paolo, travolse lui in pieno.

Preoccupatissima per tutta la giornata, non appena rientrata a casa dall’ufficio  videochiamai Paolo proprio in quel momento. Lo vidi sconvolto e bagnato fradicio, non mi disse esattamente cosa stesse accadendo per non farmi preoccupare ulteriormente mi disse semplicemente che era in un momento difficile e che mi avrebbe richiamata dopo.

Le due finestre non si potevano richiudere, sbattevano per il vento fortissimo e non ci si poteva nemmeno avvicinare, quindi Paolo si rifugiò nella stanza più ridossata della casa. Dopo circa un’ora il vento cambiò direzione questa volta soffiava da sud ovest, e lui riuscì quindi a richiudere alla meglio le due finestre ed a salire sulla torre per controllare nuovamente il mare. Il rumore all’interno era infernale, all’esterno era impossibile uscire per il forte vento. Provò anche ad aprire la porta d’ingresso di casa per poter magari attraversare il terrazzo  ed andare in paese ma non era possibile le raffiche erano fortissime insieme agli spruzzi delle onde. Così riprese ad asciugare il pavimento recuperò la torcia ed il cellulare dalla torre messi lì in carica perché dopo l’ondata che aveva sfondato le finestre la luce nell’appartamento era andata via e ora era ritornata. Ad un certo punto sentì odore di apparati elettrici bruciati provenire dalla torre, scese sotto, alla base, e vide che il mare aveva sfondato la porta di accesso e che l’acqua aveva travolto tutte le sue attrezzature e le apparecchiature del CNR. Proprio mentre stava verificando queste ultime, un’onda sfondò la finestrella soprastante travolgendolo e spingendolo contro il muro. Vista la situazione si rimise in piedi e cercò di risalire la scala a chiocciola della torre per rientrare in casa, ma mentre era sulle scale un’onda sfondò un’altra finestrella e l’acqua lo travolse spingendolo di nuovo di sotto. Per fortuna si riprese e riuscì a rientrare in casa, si asciugò e si mise degli abiti asciutti. Cercò nuovamente di uscire, controllò che  la torre del faro dall’esterno fosse a posto, poi pensò di raggiungere il cancello per andare via ma vide che era bloccato dalle fioriere che il mare aveva travolto ed ammassato contro di esso. Rientrò quindi in casa. Saranno state le 21,30 quando andò in cucina dove filtrava acqua di mare dalla finestra per via delle ondate. Si rifugiò nuovamente nella stanza ridossata con le due micine Wilma e Frida; niente cena, impossibile pensare di mangiare in un contesto simile. Era al buio, la corrente era di nuovo saltata. Mi chiamò, mi disse che alcune ondate erano entrate in casa ma che stava bene e di non preoccuparmi. Non poteva stare molto al cellulare per non scaricare la batteria; anche la power bank era finita sottacqua! Riagganciò e si sdraiò su uno dei lettini ed aspettò sperando che la tempesta si placasse. Alle 23,00 circa uno schianto lo fece soprassalire, non capiva cosa fosse successo, sentiva il rumore dell’acqua che entrava nella stanza, mise i piedi a terra e furono immersi in almeno venti centimetri d’acqua. Accese la torcia, uscì nel corridoio e vide il frigorifero a terra incastrato nella porta della sala, il muro della cucina era parzialmente crollato, direzionò la luce verso la finestra: era spalancata e le ante della persiana giacevano  a terra sotto il frigorifero.

Pensò subito al livello dell’acqua ed al suo peso sul pavimento quindi andò verso l’ingresso per aprire la porta della torre per farla defluire. Quando fu lì si accorse che il portoncino esterno della porta d’ingresso era stato divelto ed era a terra sul pavimento. Si riprese dallo choc ed aprì la porta della torre faro cercando di far defluire tutta l’acqua che poteva. A quel punto tornò indietro; anche uno dei bagni, quello di fianco alla cucina, era semidistrutto. Non potendo uscire perché le onde continuavano ad abbattersi sull’edificio si rifugiò nuovamente nella stanza ridossata. Restò sveglio in ascolto, fino dopo l’una, aspettando che la furia del mare si attenuasse, poi stremato fu vinto dalla stanchezza e si addormentò. Con le luci dell’alba poté rendersi conto dei danni subiti dall’appartamento; era talmente devastato che ne constatò l’inagibilità. La tempesta si era placata, tutt’intorno era devastazione. Era incredibile quello che vide in casa: muri crollati, mobili rotti, porte divelte, suppellettili ed elettrodomestici a terra sottacqua mischiati ai detriti portati dal mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche il promontorio stesso aveva cambiato aspetto, le rocce erano come raschiate senza più vegetazione, i pini d’Aleppo sopravvissuti alla tromba d’aria dell’ottobre 2016 erano tutti spezzati. I muretti di recinzione della terrazza crollati, le onde salite dal lato del mare aperto della terrazza avevano travolto e trascinato ogni cosa dal lato opposto verso il Golfo del Tigullio. Le ringhiere dei balconi sottostanti erano finite in mare. La torre faro era fortunatamente rimasta intatta: solo un po’ d’intonaco staccato e sulla cupola della lanterna un bozzo causato da un masso scaraventato su dal mare a circa quaranta metri d’altezza e poi ritrovato sulla terrazza superiore, dove risultavano danneggiati anche i pannelli solari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella notte in preda all’agitazione non riuscii a chiudere occhio. Dopo la telefonata di Paolo mandai un messaggio al Comandante B. dicendogli che Paolo era solo ed in difficoltà. Mi rispose che era bloccato in capitaneria, anche li erano senza corrente e stava asciugando acqua. Anche lui mi disse di stare tranquilla e che presto tutto sarebbe passato. Non sapevo come aiutare Paolo, dovevo solo aspettare. All’alba arrivò la sua telefonata, stava bene, ma lasciava la casa perché non era agibile. Non potevo crederci, mi sembrava impossibile. Mi mandò le foto e vidi ciò che il mare aveva fatto…

Poiché la tempesta si scatenò quando era già buio e durò per diverse ore della notte non ci sono immagini, ma solo la solitudine ed il coraggio di un uomo che non ha avuto paura di affrontarla.

Soltanto agli inizi di giugno 2020 Paolo è potuto ritornare finalmente nella sua casa al faro, dopo i lavori di ristrutturazione.

L’eccezionalità della tempesta del 29 ottobre 2018

(Fonte Arpal)

 

 

L’evento meteorologico che ha interessato la regione ligure tra il 27 e il 30 ottobre, ha fatto registrare piogge con accumuli anche superiori a 600 mm che hanno portato a locali allagamenti, con innalzamenti significativi dei livelli idrologici, anche se senza particolari criticità dei corsi d’acqua. I venti da Sud Est e in seguito da Sud Ovest sono stati di burrasca forte nel corso del 29 Ottobre, raggiungendo raffiche anche superiori a 180 km/h; il mare ha raggiunto uno stato di mare grosso anche sotto costa, con onda significativa superiore a 6.4 m, massima superiore a 10 m, e un’ampiezza caratterizzata da 11 secondi di periodo. Vento e mare hanno causato una vittima e ingenti danni alle coste, tra cui il crollo della diga foranea di Rapallo e della strada provinciale tra S. Margherita e Portofino e l’interruzione in diversi punti della linea ferroviaria vicino al mare. Molti disagi nei porti per la rottura degli ormeggi.

 

 

Ringraziamenti

Un grazie particolare a Paolo Bassignani, farista del faro di Portofino, per il suo racconto e, per aver accettato di condividerlo pur sapendo quanto sia emotivamente difficile ricordare quei momenti.

Alla Marina Militare per l’autorizzazione alla pubblicazione dell’articolo.

A Cesare Malatesta (www.cesaremalatesta.com) per la foto del faro relativa alla mareggiata del 2 ottobre 2020.

Agli amici del Mondo dei Fari, a Claudio Buralli, agli amici portofinesi per la solidarietà dimostra a Paolo e ad Angelo Canu per il bellissimo dono che ci fece per Natale 2018, una sua opera, un acquerello raffigurante il faro. Adesso il quadro ha trovato la sua giusta collocazione in una stanza del faro.

 

 

 

 

 

 

 

© Felicetta Santomauro

con la collaborazione di Vittorio Grandi

Chi cerca trova – Carta dei fari italiani del 1916

by Felicetta Santomauro |7 Ottobre 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Curiosando  per mercatini dell’antiquariato abbiamo trovato questa particolare carta dei fari italiani del 1916.

Per ogni faro è indicata la propria caratteristica.

 

 

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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Immagini del Golfo di La Spezia nell’Ottocento

by Vittorio Grandi |2 Agosto 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Con l’articolo di oggi vogliamo proporvi un piccolo viaggio attraverso alcuni scorci caratteristici del Golfo della Spezia come apparivano nell’anno dell’unità nazionale. Datano infatti 1861 quattro delle cinque immagini che vi presentiamo e che abbiamo rintracciato presso l’Archivio di Stato della Spezia, che ne conserva gli originali e ne mette a disposizione degli studiosi copie digitalizzate ad altissima risoluzione.

Si tratta di quattro litografie che raffigurano l’isola del Tino, l’isolotto del Tinetto e Torre Scuola cui si aggiunge una carta del golfo rilevata nel 1846 e pubblicata nel 1849 a cura della Ministero della Marina francese.

Le prime due immagini ritraggono rispettivamente l’isola del Tino e il faro di San Venerio. È interessante osservare la presenza di una sola torre, edificata nel 1840 per volontà di Re Carlo Alberto, sul preesistente torrione fortificato di costruzione genovese. Com’è noto, la seconda torre, più alta e l’unica attualmente in funzione, venne edificata solamente nel 1884.

All’epoca della sua costruzione il faro funzionava a luce fissa, contrariamente all’impianto attuale che è a ottica rotante. Questo particolare, assieme all’indicazione della portata ottica di 15 miglia nautiche, risulta riportato sulla mappa del golfo, tanto nella cartografia quanto nel cartiglio, come illustrato dalle immagini seguenti.

 

Si osservi sul cartiglio la tabella di conversione da metri a braccia e piedi. All’epoca la Francia aveva già da tempo adottato il sistema metrico decimale (tant’è che la batimetria sulla carta è riportata in metri), mentre nell’Italia preunitaria erano ancora molti gli stati e le regioni che utilizzavano le antiche unità di misura.

Nell’immagine che segue viene ritratto l’Isolotto del Tinetto, sulla cui sommità si possono osservare i resti, ancora oggi visibili, di un piccolo oratorio, risalente al VI, e di un edificio più complesso, una chiesa a due navate con celle per i monaci, costruita in varie fasi sino all’XI secolo e distrutta definitivamente dai saraceni.

L’ultima immagine che vi proponiamo è quella di Torre Scuola.

Nel XVI e XVII sec. la Repubblica di Genova, per contrastare le mire espansionistiche delle grandi potenze europee, consolidò le fortificazioni lungo le coste adeguandole alle nuove armi da fuoco: le antiche torri quadrangolari furono sostituite da quelle a pianta poligonale o circolare, perché offrivano ai proiettili un angolo di impatto minore.

La torre di S. Giovanni Battista, detta anche Torre Scola, fu progettata e costruita nei primi del Seicento sullo scoglio di fronte alla punta della Palmaria rivolta verso Lerici: essa serviva a coprire due zone “morte” (la cala dell’Olivo che distava 1 Km circa dal borgo di Porto Venere e la piccola baia della costa orientale della Palmaria), dove facilmente potevano sbarcare armate nemiche, senza correre il pericolo di essere colpite dal fuoco delle artiglierie della fortificazione che sovrasta il borgo dal XV secolo.

La Torre, a pianta pentagonale regolare, aveva mura solide e spesse: era un baluardo difensivo apprezzato dalla popolazione che non aveva dimenticato i tanti episodi delle scorrerie dei Saraceni, dei Pisani, degli Aragonesi. Nel forte, armato con dieci cannoni, vi soggiornavano sei soldati, un capo e un “bombardero”.

La torre fu sventrata dalle cannonate delle navi inglesi il 23 giugno del 1800, nel tentativo di scacciare dal Golfo le truppe napoleoniche; fu riparata provvisoriamente e poi del tutto abbandonata già nella prima metà dell’Ottocento.

Nel 1915 il Genio Marina ne progettò l’abbattimento: Ubaldo Mazzini, allora ispettore ai monumenti, segnalò questo tentativo al Ministero della Pubblica Istruzione, salvando la Torre dalla distruzione.

I segni delle numerose cannonate alla base della fortificazione non sono dovuti ad attacchi nemici, ma al fuoco della nostra artiglieria che, in tempi imprecisati, durante le esercitazioni, l’ha presa come bersaglio. La stessa sorte è toccata al Monastero del Tino.

Il nome Scola è piuttosto singolare; ad esso non si deve attribuire il significato che si dà comunemente alla parola “scuola”. Con esso si denominava la vicina punta dell’isola Palmaria, dove sembra ci sia stata un’antichissima fondazione religiosa e dove in seguito sorse il monastero benedettino di S. Giovanni Battista.

Il termine “scola” significherebbe dunque “cappella rurale e parrocchia”. Il nome finì con l’indicare prima la punta dell’isola che si protende verso lo scoglio e poi la torre stessa.

(fonte:  www.isolapalmaria.it)

Con questo articolo, Storie di fari e faristi si congeda dai lettori per le ferie estive. A rivederci a Settembre e buona estate a tutti!

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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Francesco Paradiso

by Felicetta Santomauro |23 Luglio 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Un’isola, un forte, un faro… siamo a Capo Focardo estremità nord orientale dell’Isola d’Elba. Il faro inaugurato nel 1863 è costruito lungo  la cortina muraria settentrionale del forte di epoca seicentesca, è qui  che inizia l’attività del farista al quale dedichiamo questo articolo: Francesco Paradiso.

Vogliamo immaginarlo così Francesco nel lontano 1953 a bordo del traghetto che lo porta verso la sua nuova destinazione, c’è vento e un po’ di mare, lui è sul ponte,  e guarda l’orizzonte col cuore pieno di speranza per quella che sarà la sua nuova vita, con lui ci sono la moglie Teresita Falaschetti ed il figlio  Maurizio che ha appena due anni, anche per loro è l’inizio di una nuova avventura.

All’orizzonte ora appare l’isola, Francesco pensa per un attimo al suo passato a quella che è stata fino a quel momento la sua vita, nato  il 4 giugno 1921 a Gioia del Colle (BA), a soli sedici anni di arruola in Marina e dopo pochi anni scoppia la Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la guerra si congeda e si trasferisce a Genova dove prova a cimentarsi in vari mestieri, qui conosce Teresita e la sposa. Nel ’53  in quanto ex sottoufficiale di Marina tenta il concorso come farista, ed ecco che il suo destino  prende un nuovo verso,  supera l’esame e viene assegnato come primo incarico, appunto, al faro di Capo Focardo.

Francesco per impostazione militare è una persona molto osservante delle regole, dimostra subito una grande dedizione al suo lavoro che svolge con passione e spirito di  abnegazione.

I disagi nella nuova dimora non sono pochi, è isolata dal centro abitato ed è priva di molti comfort ad esempio manca la corrente elettrica, per Teresita abituata alla vita di città è una prova molto dura, piange spesso di nascosto ma finirà con l’adattarsi.

Francesco invece essendo abituato  a trovarsi in situazioni di vita difficili non risente dei notevoli disagi.  Dura un anno l’esperienza al faro elbano, fra alti e bassi è stato un po’ il rodaggio di quello che significa la vita in un faro e nel ’54 arriva il primo trasferimento, destinazione l’ isola di Pianosa.

 

 

La famigliola è di nuovo  in movimento, un’altra traversata in mare, un’altra isola più lontana e sperduta dell’arcipelago toscano. Il faro sorge sulla parte più alta dell’isola, si dice sia stato ricavato dalla riduzione della torre stabilimento penale, inaugurato nel 1864, si presenta con una torre cilindrica  con base sopra  un edificio a pianta rettangolare disposto su tre livelli, la loro nuova casa! Non sappiamo se in quegli anni ci fosse un’altra famiglia  con loro, ma sappiamo che un lieto evento ebbe luogo: la nascita del loro secondo genito.

Roberto Paradiso nacque proprio al faro poiché Francesco avendo il grandissimo timore degli scambi di neonati in ospedale, poiché sembra che in quel periodo se ne fossero verificati diversi, non volle mandare sua moglie a partorire in ospedale.

Ed eccolo Roberto in braccio alla sua mamma ed insieme al fratello, nel cortile del faro. E’ il febbraio del 1956 ed anche Pianosa fu imbiancata dalla storica nevicata di quell’anno.

Fu un evento meteorologico eccezionale che colpì l’Europa e l’Italia. Un’insieme di fenomeni determinati da fronti freddi provenienti dal circolo polare artico e dall’Europa Settentrionale crearono una situazione difficilmente ripetibile poiché fu rara la coincidenza di tutte le variabili interessate.

L’evento oltre che intenso per il freddo fu anche molto lungo come durata. In Italia la fase critica iniziò il 1° febbraio e si prolungò fino al 20.

Furono interessate tutte le regioni da Nord a Sud con bufere di neve e gelo, con temperature minime fino a -26°. Nevicò persino a Lampedusa, evento rarissimo considerata la  latitudine in cui di trova.

Cadde tantissima neve ed il gelo paralizzò il paese, in molte città e paesi dovette intervenire l’esercito per liberare le strade con non pochi disagi, in alcuni casi le basse temperature fecero gelare il gasolio dei mezzi.

Immaginate che freddo anche al faro!

Nel 1957 Francesco viene nuovamente trasferito, si torna all’Isola d’Elba, questa volta al faro di Punta Polveraia, ci resterà fino al 1960 anno in cui verrà assegnato ai segnalamenti di Castiglione della Pescaia.

 

 

 

 

 

 

 

 

Della permanenza a Castiglione,  Roberto ricorda le scuole elementari e le sere quando poteva  accompagnare suo padre al porto per accendere i fanali, ci andavano in bicicletta e lui era così contento di aiutare il suo papà.

Attualmente i fanali del porto di Castiglione non sono più come appaiono nella foto sopra, il fanale rosso è stato dipinto totalmente di rosso ed il verde è stato dipinto totalmente di blu perché disattivato in quanto il molo è stato allungato verso il mare e come segnalamento  c’è un’asta metallica con luce verde.

Ma un altro trasferimento arrivò e questa volta la destinazione fu l’Isola del Giglio al faro del Fenaio, siamo nel 1966.

Il faro del Fenaio si raggiunge o via mare o percorrendo un lungo sentiero sterrato. Per andare a fare la spesa a Giglio Campese la via più breve era il mare, quindi usavano la piccola barca a remi che avevano in dotazione, ci voleva circa mezz’ora per andare e mezz’ora per tornare e remare ovviamente era molto faticoso. La vita al faro è una vita di isolamento senza particolari accadimenti, ma un giorno del 1967 Francesco ricevette una comunicazione di servizio con il quale lo si avvisava che sarebbe arrivato in visita il Ministro della Difesa con alcuni ufficiali, gli venne anche recapitato tutto il protocollo al quale doveva attenersi e fra le varie cose era menzionato il fatto che solo il farista e quindi né moglie né figli potessero rivolgere la parola al Ministro. Francesco si attenne scrupolosamente a tutto quanto gli venne ordinato e predispose ogni cosa per l’accoglienza ed il fatidico giorno della visita arrivò. Ma Teresita non ce la faceva proprio a stare zitta lei voleva parlare col Ministro perché alcune cose le rodevano dentro. Così senza farsi vedere da Francesco riuscì ad avvicinare il segretario del Ministro ma questi fu irremovibile alle richieste di Teresita, ne nacque una piccola discussione che attirò l’attenzione del Ministro. Immaginate in quale stato fosse Francesco, era mortificato per quanto accaduto, ma il Ministro volle sentire cosa avesse da chiederle la donna, fu così che Teresita chiese di avere un motore fuoribordo per la barca!

Passò un po’ di tempo ed il motore arrivò ma nel frattempo loro si erano trasferiti a Livorno.

Nel 1968 quindi Francesco  è assegnato ai segnalamenti del faro di Livorno, Secche della Meloria, Secche di Vada, non è da solo ad occuparsene ma insieme ad altri colleghi.

Questa volta il trasferimento è dovuto per motivi di studio del figlio Maurizio per terminare l’istituto nautico già iniziato a Porto Santo Stefano.

Roberto ci ha raccontato un episodio che accadde  a Livorno  che vide protagonisti suo padre ed alcuni colleghi,  per il quale ricevettero un encomio scritto da parte della Marina Militare  degli Stati Uniti d’America poiché presero parte alle ricerche di un marinaio americano caduto in mare dalla nave dove era imbarcato. Nonostante il mare fosse in condizioni proibitive loro uscirono in barca  a cercarlo mettendo a rischio la loro stessa vita. Purtroppo del marinaio non si trovò traccia ma il loro coraggio fu molto apprezzato.

Ed arriviamo così al 1971 ultimo trasferimento questa volta al faro di Portofino, più comodo per vicinanza a Genova, in modo da permettere al figlio Maurizio di proseguire gli studi  alla facoltà di ingegneria navale.

A Portofino Francesco resterà fino al 1986 anno in cui andrà in pensione. Pur sorgendo su un promontorio isolato dal centro abitato, il faro di Portofino non è poi così isolato, spesso al faro giungono turisti curiosi dopo una passeggiata di 1,5 km e personaggi famosi, come nella foto a fianco alcuni membri della famiglia sono con Bruno Vespa. La foto risale al 1979 quando Vespa andò in visita per un servizio sulla Amerigo Vespucci e sul primo aliscafo della Marina.

Roberto si ricorda di quando saliva su in lanterna col padre, all’epoca c’erano ancora le lampadine grandi ad incandescenza, lui ne era affascinato.

Circondato dai pini, al faro di Portofino ci si poteva rendere conto se il faro funzionava, senza uscire di casa, bastava guardare il riflesso della luce della lanterna sulla chioma degli alberi. Ora non è più così perché la tromba d’aria del 2016 prima e la tempesta del 2018 dopo, hanno distrutto tutti i pini d’Aleppo che c’erano sul promontorio.

E lo lasciamo così Francesco, al tramonto, seduto sulla sua terrazza a fumare una sigaretta, sappiamo che era un fumatore incallito, un “vizio” che non ha mai voluto perdere. Osserva il suo faro ed il mare, forse è immerso nei ricordi, forse fa un bilancio della sua vita, o semplicemente pensa a quello che dovrà fare il giorno dopo.

Ne è passato di tempo dal suo primo incarico, molte cose sono cambiate anche nel suo lavoro, la tecnologia avanza anche per i fari, forse anche il mestiere del farista un giorno scomparirà, chissà! Un mestiere da molti romanzato e da alcuni invidiato ma che comunque è stato un mestiere di grandi sacrifici.

E’ una storia semplice questa che vi abbiamo narrato, la storia di una persona magari ai più sconosciuta ma che vuole essere al contempo un omaggio a Francesco e simbolicamente a tutti quelli che in silenzio e con sacrificio hanno ricostruito il nostro paese dalle rovine della guerra.

Un ringraziamento particolare va a Roberto Paradiso per aver voluto condividere con noi ricordi e foto di famiglia.

Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

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Ricordi di un farista per caso-seconda parte

by Vittorio Grandi |9 Luglio 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Ubaldo mi venne incontro allungando la mano e mostrando un sorriso pieno di denti bianchissimi, tanto perfetti da sembrare finti. La stretta fu forte, forse esageratamente forte, in contrasto con un palmo privo di ruvidezze, a ricordarmi quello che già sapevo di lui: un uomo più abituato a comandare che a eseguire. Ma ciò che più mi colpì in lui, in quella circostanza, fu il colore della pelle, lo stesso di una vecchia valigia di cuoio, una pelle combusta dal sole che la mise completamente bianca amplificava, così come il colore dei capelli, talmente bianchi da virare all’azzurro e tenuti un po’ lunghi, che un fresco grecale muoveva come le onde che in quel momento frangevano sugli scogli appuntiti. Anche lo sguardo, diretto e senza incertezze, denotava un carattere forte, al limite dell’autoritario, stemperato solamente da quel sorriso che solo raramente, come in un attimo di distrazione, si piegava in una smorfia amara.

Dopo un breve saluto all’equipaggio e pochi ordini sbrigativamente impartiti agli uomini della manutenzione, Ubaldo ci guida lungo la mulattiera che sale dal moletto e porta, dopo una breve salita, al faro. Ci aggiorna subito sullo stato dei lavori, assicurandoci che il faro sarà perfettamente agibile per la data prevista per l’esperimento ed anche della presenza di alcuni dei suoi uomini nei giorni iniziali per aiutarci nell’installazione della strumentazione e nella logistica. Solamente Emilio, cuoco e tuttofare, resterà con noi per l’intero periodo. Nel frattempo, Massimo e gli altri iniziano a trasportare al faro vettovaglie e materiale vario scaricato dal Manning, mentre Giakò collega una manichetta alla condotta che porta al serbatoio che si trova sul tetto dell’edificio e inizia a pompare acqua.

Giungiamo al faro. L’edificio è ben conservato e solo in alcune parti l’intonaco risulta scrostato. Tutt’attorno attrezzi, mattoni e sacchi di cemento. Una betoniera, sul retro macina il suo impasto. Emilio sta apparecchiando una lunga tavola sistemata di fronte all’ingresso principale. Dove non bastano le sedie, vengono aggiunte casse di legno. Un ampio telo bianco ci protegge dal sole. Sento il profumo inconfondibile di sugo di muscoli. Il panino con le acciughe ha esaurito il suo compito.

Ubaldo ci guida all’interno parlandoci brevemente della storia del faro. Il faro, risalente al 1901, venne attivato dalla Marina Militare (all’epoca Regia Marina) per l’illuminazione degli isolotti. Nella sua costruzione vennero impiegati carcerati provenienti dall’Isola d’Elba. Il suo aspetto attuale è stato conferito da una ristrutturazione avvenuta nel 1919. L’interno è diviso in due zone identiche e simmetriche, a testimonianza del fatto che poteva ospitare due fanalisti, ed eventualmente le loro famiglie, anche se risulta che sia stato non presidiato per lunghi periodi di tempo, fino alla sua completa automatizzazione, avvenuta probabilmente alla fine degli anni Sessanta.

Quando, a metà degli anni Settanta, iniziarono le prime attività di ricerca alle Formiche di Grosseto – prosegue Ubaldo – l’edificio del faro versava in un grave stato di abbandono. Un’enorme crepa lo attraversava dal tetto alle fondamenta, l’interno era stato vandalizzato e pieno di rifiuti, i muri devastati da scritte di ogni sorta, gli infissi mancanti o tanto danneggiati da essere inservibili. Solo la torre si presentava in uno stato sufficientemente decoroso da garantirne la funzionalità. All’epoca, e fino alla metà degli anni Ottanta, la luce del faro veniva alimentata con l’acetilene contenuto in grosse bombole disposte alla base della torre.

Il faro in un disegno tratto dall’ELENCO dei FARI E FANALI del 1930

I lavori di ristrutturazione, iniziati in quegli anni, furono volti inizialmente a stabilizzare la struttura con catene e tiranti. Il passo successivo fu quello di sostituire gli infissi e installare porte e scuri a prova di effrazione, principalmente allo scopo di evitare che turisti estivi, sempre numerosi durante la bella stagione, potessero entrare e danneggiare strumenti e apparecchiature fisse in assenza di personale stanziale. Lo sbarco di persone estranee avveniva più o meno regolarmente, anche se ovviamente l’isola era considerata off limits per chiunque non fosse autorizzato. La disposizione dei locali venne quindi parzialmente modificata per adattarla alle nostre esigenze. Vennero ricavati due dormitori, il principale, con annesso bagno, cui si accedeva solamente dall’entrata posteriore e che ospitava due letti a castello. Un secondo dormitorio era invece stato ricavato dal locale adiacente la cucina. Completavano l’edificio un secondo bagno, un ampio laboratorio e un locale magazzino.

E a proposito del magazzino, riporto qui una storia che recentemente mi è stata raccontata dall’ amico ed ex collega Orfeo Chiappini, che colgo l’occasione di ringraziare per i numerosi ricordi e aneddoti che ha voluto condividere con me a proposito delle nostre permanenze sulla Formica Grande.

Successe, molti anni prima degli eventi che andiamo narrando, che una barca naufragasse sull’isola per le pessime condizioni del mare. La barca, a causa delle rocce aguzze e taglienti che non lasciavano scampo né agli umani né alle imbarcazioni, andò completamente distrutta ed affondò nel giro di secondi.  I naufraghi, due amici tedeschi che erano usciti per una battuta di pesca, finirono fortunosamente sull’isola. La loro sopravvivenza fu affidata a poche cose che trovarono all’interno del faro, prevalentemente razioni K provenienti da Camp Darby. Riuscirono infatti a penetrare all’interno, prima forzando, con attrezzi di fortuna, la porta esterna di accesso alla torre e poi sfondando un muro divisorio di mattoni non intonacato, che era stato eretto dagli uomini della manutenzione per separare la zona di competenza della M.M. da quella di competenza del Centro. Nel frattempo, veniva ovviamente diramato l’allarme, ma nessuno sapeva dove fossero finiti, dove fosse avvenuto il naufragio e soprattutto se fossero sopravvissuti. Furono recuperati dalla guardia costiera alcuni giorni dopo perché, pur non avendo mezzi per comunicare, riuscirono a spegnere la luce del faro chiudendo le bombole di acetilene e questo ovviamente provocò l’intervento della squadra manutenzione fari della M.M., che si recò il giorno dopo sull’isola e recuperò i naufraghi. Un messaggio venne ritrovato dai tecnici del Centro, sopraggiunti alcuni giorni dopo per riparare i danni, che diceva: “Siamo venuti a morire su quest’isola”. Da quel giorno la porta del magazzino che dà sull’esterno venne sempre lasciata aperta e nel locale vennero lasciati a disposizione, per chiunque ne avesse avuto bisogno, viveri, acqua, canne da pesca e salvagenti.

Ma torniamo a quel giorno di primavera di tanti anni fa. Visitati i locali e preso nota degli spazi disponibili per i nostri strumenti, disposizione delle prese elettriche, discese per le antenne, ingressi a parete per i cavi di collegamento con la strumentazione da disseminare sull’isola e da mettere a mare, Ubaldo ci accompagna a visitare il faro vero e proprio. Vi accediamo dalla porta esterna posta alla base della torre e saliamo per una stretta scala a chiocciola in muratura che ci porta rapidamente all’interno della lanterna. La delusione per ciò che vedo è in qualche modo forte perché, non so cosa immaginassi di trovare, noto solamente una lampada a incandescenza, e mi stupisco di quanto sia piccola rispetto a come me l’ero immaginata, alcune batterie e una piccola scatola che, mi dicono, contiene l’elettronica per l’accessione notturna e lo spegnimento diurno della lampada e per generare la sequenza di luce ed eclissi caratteristica di quel faro. L’ottica che circonda la lampada è fissa, dunque nessuna parte in movimento, per minimizzare i consumi, immagino. Usciti poi sul tetto dell’edificio, notiamo i pochi pannelli solari che generano l’energia elettrica necessaria ad alimentare quelle poche cose. Tutto qui, tutto molto semplice, molto asettico

Eppure, quel faro aveva visto ben altra complessità. Con l’aiuto dei ricordi di alcuni ex colleghi, e principalmente di Piero Guerrini che ringrazio, sono riuscito a ricostruire il funzionamento del faro quando ancora veniva alimentato ad acetilene. In breve, una piccola fiamma pilota rimaneva sempre accesa. Il lampo avveniva grazie a una maggiore immissione di gas la cui pressione faceva ruotare un piccolo cilindro di metallo pieno cui però mancavano determinati settori. In questo modo la rotazione del cilindro interrompeva periodicamente l’afflusso di gas alla fiamma pilota, causandone la maggiore o minore brillantezza secondo la sequenza di lampi ed eclissi programmata per quel faro. Una valvola sensibile alla luce (in pratica un’ampolla di vetro contenente un elemento sensibile al calore del sole e collegata al tubo del gas) teneva spento il faro in presenza della luce diurna. L’elettronica ci ha certamente semplificato la vita, ma quanta poesia abbiamo perso e soprattutto quanta sapienza tecnologica. Gli impianti a gas dei fari venivano spesso innovati con apparati pensati e costruiti nelle officine dei nostri arsenali militari i cui tecnici si occupavano anche dell’installazione e della manutenzione con soluzioni flessibili e originali per adattarsi alle diverse situazioni operative.

“Pronto in tavola!!!”. Emilio dalla cucina ci chiama, e tutti, veloci come percorsi da una scossa elettrica, ci ritroviamo seduti attorno alla tavola spartanamente apparecchiata. Ubaldo, seduto a capo tavola, impartisce direttive a Emilio e mesce vino ai più vicini. È lui il padrone di casa e quella è la sua isola. Direttamente dal pentolone vengono distribuite gigantesche porzioni di spaghetti ai muscoli. Un vino bianco freddo e frizzante gira per la tavola e subito la conversazione si anima. Sento Jörg discutere di lavoro con Ubaldo in un inglese duro come la sua lingua madre. Io preferisco scherzare con Massimo e con gli altri buttando subito il discorso sulle famose tedesche in topless che d’estate paiono prediligere la solitudine dell’isola. Una brezza fresca e leggera spira da levante e muove il grande telo bianco facendolo ondeggiare sopra le nostre teste. È un momento perfetto per me. Sto entrando in questo nuovo mondo e questo nuovo mondo mi sta accogliendo con affetto. Mi chiedo quanto durerà questo idillio, ma per il momento mi godo questa giornata di sole, questo cielo azzurro e rimando alla crociera che verrà ogni dubbio, ogni preoccupazione.

Il pomeriggio passa in fretta. Sul piccolo gommone del Manning pilotato da Giakò, Jörg e io perlustriamo la zona di mare dove dovremo posare i sensori più vicini all’isola. Grazie a due riflettori laser che in mattinata erano stati posizionati sull’isola, riusciamo a triangolare precisamente le coordinate dei sensori utilizzando un binocolo laser. All’epoca il sistema GPS non consentiva ancora localizzazioni sufficientemente accurate per i nostri scopi. Jörg prende accuratamente nota di tutto mentre io gli passo i valori della bussola e delle relative distanze.

Tre colpi di sirena ci informano che è tempo di rientrare, il Manning deve nuovamente volgere la prua al mare per rientrare a Porto Santo Stefano. Issato il gommone sul Manning, saliamo velocemente al faro per recuperare le nostre cose e ridiscendiamo lungo la mulattiera accompagnati da Ubaldo e dagli altri. Ci salutiamo con un arrivederci al Centro, Pino dà ordine di mollare gli ormeggi e lasciamo la banchina.

L’aria ora è ferma e la luce del sole che va scendendo sull’orizzonte colora di rosa le poche nuvole che ci accompagnano nel viaggio di ritorno. Il mare è immobile e io finalmente riesco a godermi il viaggio seduto in plancia accanto a Pietro immerso anche lui nei propri pensieri. Penso al lavoro di preparazione che mi aspetta, alle molte cose da fare, all’elettronica che ha ancora qualche problema da risolvere. Penso che luglio arriverà più velocemente di quanto io desideri e che per la prima volta starò lontano così tanto tempo dalla mia nuova famiglia. Ma è presto per la nostalgia e comunque questa è un’altra storia, una storia che magari racconteremo un’altra volta.

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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