storie di fari e faristi

“Ogni faro è sempre in capo al mondo, ove tutti vorremmo essere” Alfonso Gatto

by Felicetta Santomauro |19 Febbraio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

Con l’articolo pubblicato l’ultima volta ci siamo incuriositi al lavoro di Alfonso Gatto, che tra maggio e giugno del 1955 svolse, come inviato del settimanale Epoca, un servizio sui fari italiani. E così l’abbiamo seguito, acquistando su internet un altro numero della rivista (fortunatamente  questo più in buono stato del precedente nonostante i suoi 66 anni! ). Lo ritroviamo, questa volta, al Faro della Guardia sull’isola di Ponza e al Faro di Capo Negro sull’isola di Zannone.

All’arrivo a Ponza Gatto ed il fotografo, Antonio Ruggieri, furono accolti dal fanalista Silverio Scotti (junior) uno dei tre fanalisti di Zannone (gli altri due erano: Vincenzo Ferraiuolo reggente e Guido Vitiello).

Per le avverse condizioni del mare non poterono proseguire per Zannone, quindi Scotti li accompagnò prima dal padre, ex reggente del faro sul Faraglione della Guardia ormai in pensione, e poi al faro. Durante la salita Silverio junior racconta: <<A Zannone, al faro di Capo Negro, siamo a sei miglia e mezzo, quasi a undici chilometri, da Ponza.

Noi tre fanalisti, a turno di quindici giorni in quindici giorni, osserviamo una settimana di riposo, sicché due restano sempre di guardia.
Questo, quando il mare permette alla barca dei viveri, ogni mercoledì, di accostarsi all’isolotto.

A volte, per il vento, girandogli e girandogli intorno, non si riesce a trovare un punto solo, uno scoglio, uno spuntone di roccia, su cui lasciarci andare. O spesso, d’inverno, ci tocca, mezzo bagnati, attraversare tutta la riserva di caccia per raggiungere il faro.

Una volta siamo rimasti per ventisei giorni bloccati. E non abbiamo telefono. Possiamo solo comunicare con bandiere di segnalazione col semaforo di Ponza che è buono se ci vede.

Prima di me c’era al mio posto Silverio Vitiello, uno dei tanti Vitiello, uno dei tanti Silverio che come gli Scotti hanno sempre bisogno di tirarsi dietro la paternità, quanto basta, per farsi riconoscere.

Gli morì un bambino. Dovette seppellirlo lui nella terra del faro. Per una settimana la barca non potette accostare. Poi lo esumò e lo portò a Ponza.>>

Come riporta Guido Vitiello, il faro di Zannone, specie d’inverno, a causa delle avverse condizioni del mare, restava spesso isolato da Ponza. La barca che settimanalmente accostava e portava riserve di viveri, di medicinali e di petrolio per la lanterna non poteva attraccare. Quindi per comunicare con il resto del mondo, nei casi di emergenza, il farista saliva sulla cima più alta dell’isola e con un sistema di segnalazione a bandiere di giorno, di fuochi Coston (razzi di segnalazione in uso ancora oggi sulle imbarcazioni di tutto il mondo) di notte cercavano di attirare l’attenzione dei semaforisti di Ponza. Dal semaforo di Ponza, quando le condizioni di visibilità lo permettevano, visti i segnali, davano ricevuta dei messaggi alzando un apposito segno. Dal significato che avevano i segni e i colori delle bandiere si poteva capire il tipo di pericolo che veniva segnalato. Ad esempio, bandiera quadra nera con disco bianco in mezzo significava “malattia”. Pallone dipinto in nero:” necessità di viveri ed acqua, fame e sete”.

Due giorni dopo riuscirono ad attraccare a Zannone. Qui Alfonso Gatto, sempre in compagnia di Guido Vitiello conobbe la moglie Civita Scotti “due personaggi di una storia esemplare. Innamorata già del suo uomo, Civita, nel ’47, andò col padre negli Stati Uniti.

Nel 1950, a ventidue anni, tornò per sposarlo. I sei mesi di luna di miele passarono al Faraglione della Guardia, poi, nell’agosto, col suo frutto in grembo, essa partì per New York. Il bambino nacque a febbraio.

Dopo tre anni, acquisita la cittadinanza americana, il 25 agosto 1953, Civita tornò e, di nuovo, trovò solo che Guido dal Faraglione era stato trasferito a Capo Negro di Zannone, con cento lire in più al giorno per disagiata residenza.

Da allora, mezza americana e mezza ponzese, con un bambino che è tutto americano, essa non sa convincere il suo uomo a lasciare i fari e l’Italia. <<A me piace l’Italia>>, dice semplicemente Guido, <<mi piace stare all’aperto e non muffire in una fabbrica.>>

Civita è contenta di tutte le parole del suo uomo, anche di quelle che la contrastano.

Eppoi, non è vero? Ogni faro è sempre in capo al mondo ove tutti vorremmo essere”

Un po’ di storia

L’isola di Zannone è la più settentrionale dell’Arcipelago Pontino, ed il faro è situato a Nord dell’isola sul promontorio di Capo Negro. Progettato già nel 1879 venne attivato nel 1884.

All’epoca le isole di Ponza e Zannone erano sotto la giurisdizione dell’antica provincia di Terra di Lavoro con Capoluogo Caserta. Infatti presso l’omonimo Archivio di Stato abbiamo rinvenuto alcuni documenti che testimoniano la costruzione del faro.

 

 

 

 

Il Fondo Prefettura (contratti) conserva la planimetria del Capo Negro (datata 1883) con l’indicazione della zona di suolo di proprietà del Comune di Ponza occupata dall’Amministrazione dei Lavori Pubblici per la costruzione del nuovo faro e suoi accessori.

 

Nella figura successiva è riportata la registrazione dei verbali per l’appalto dei lavori per la realizzazione dell’edificio e delle sue pertinenze, datata 1880.

 

L’altro documento che segue è il progetto del faro.

 

 

 

Con legge n. 4969 del 19/06/1879 vennero stanziati i fondi per la costruzione del faro.

 

 

Un estratto del capitolato speciale con la descrizione dell’opera, l’apparato lenticolare verrà commissionato all’estero.

 

 

Nella raccolta degli Atti stampati per ordine della Camera dei Deputati dal 26/5/1880 al 25/9/1882 abbiamo trovato l’elenco per provincie dei lavori appaltati; a pag. 8 al numero d’ordine 25 è indicata l’assegnazione dei lavori per la costruzione di un faro di 5° ordine a luce scintillante nell’Isola di Zannone presso Ponza. Il contratto di appalto è datato 2 Settembre 1880, la ditta appaltatrice è l’Impresa Angelo Paone, la durata prefissa dei lavori è di mesi 10, l’importo della spesa approvata secondo il contratto di appalto è di lire 39.000.

 

L’articolo resta aperto per chiunque voglia fornirci proprie testimonianze di vita in questo faro.
Potete scrivere a questo indirizzo email: storiedifariedifaristi@gmail.com

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

LE FANCIULLE DEL MARE

by Felicetta Santomauro |24 Gennaio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

La foto è di Mario De Biasi tratta da un articolo di Alfonso Gatto, apparso sulla rivista Epoca del 1955. In quell’occasione lo scrittore visitò il faro di Punta Scorno sull’Isola dell’Asinara e conobbe le famiglie dei faristi che vi risiedevano. All’epoca il reggente del faro era Antonio Lauro che risiedeva nel faro con tutta la famiglia. L’altro nucleo famigliare che vi abitava  era composto da  Filippo Vitiello, dalla moglie Giuseppina e dalle quattro figlie Anna, Elisa, Ida e Assunta.  Altri due faristi completavano la squadra: Fausto Maurelli e Giuseppe Grieco che però abitavano in una casetta a due piani poco distante dal faro.

Il faro fu costruito nel 1859 al tempo del Regno di Sardegna ad un piano solo, ma la lanterna  toccava la stessa altezza complessiva di 36 metri circa cui oggi arriva l’edificio. I piani successivi hanno incorporato una parte della torre. Dalla lanterna al mare l’altezza dello strapiombo è 80 metri.

Alfonso Gatto scriveva:” Belle e allegre, le donne dei fari, nel vento luminoso di quella domenica, sembravano farsi festa coi propri pensieri d’amore. Concetta, la figlia di Lauro, che nella foto ha vicino il cane e se ne sta abbracciata alle due fiorenti ragazze Vitiello [Anna ed Elisa], s’era messa in testa un berretto da fantino e cantava, motteggiava, correva imbizzarendosi dietro agli asinelli che erano scesi dal Semaforo. Non si sa a quale grazia, che è insieme gioia di vivere e contento della propria sorte, queste fanciulle nate e vissute nei fari attingano la semplicità dei modi, l’abitudine a una parlata così sciolta e canora, il gusto del vestire, la pulizia del corpo e dell’anima. Solo il mare può dare questa civiltà, il mare che scioglie ogni impaccio e propizia le sue lusinghe, i suoi inviti alle più tetre malinconie, portandole come speranze all’orizzonte. Nelle mattine chiare, Ida, Elisa, Anna, Assunta, Concetta cantano e si rispondono dalle proprie stanze annidate sul faro. Il mare batte ai loro specchi luminosi davanti al quale, esse si pettinano i lunghi capelli, guardandosi negli occhi. Tutto è azzurro e pace intorno”.

© Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

Farista cercasi – Nuove ricerche #12

by Felicetta Santomauro |3 Gennaio 2021 |0 Comments | storie di fari e faristi

 

Siamo nel 1955 a Marifari – La Spezia e questo è un gruppo di faristi al termine del loro corso di preparazione,  dopodiché verranno assegnati ai fari o alle zone di loro competenza.

Ne conosciamo uno, il signore con i baffi in basso a sinistra,  perché di lui abbiamo già scritto un articolo: si chiama Davide Criscuolo e verrà assegnato al faro S. Venerio sull’ Isola del Tino.

Pubblichiamo questa foto, oltre che per documentazione storica, anche per motivi di ricerca; sarebbe molto interessante scoprire le identità e le destinazioni degli altri faristi. Lanciamo, pertanto, un appello a chiunque riconosca in questa foto un parente, un amico o un ex collega. Ovviamente, essendo passati tanti anni, molte di queste persone non ci sono più, ma noi facciamo appello ai loro discendenti figli e nipoti. Grazie di cuore a chiunque vorrà darci una mano in questa ricostruzione.

© Felicetta Santomauro – Vittorio Grandi

Ringraziamenti ad Annagrazia Criscuolo per la foto

 

Faro di Portofino: cronaca di una tempesta – Nuove ricerche #11

by Felicetta Santomauro |19 Ottobre 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Quello che accadde la sera del 29 ottobre 2018 resterà per sempre legato alla storia del faro di Portofino e sarà ricordo indelebile del suo farista che visse quell’incredibile esperienza. Mai a memoria  d’uomo di quei luoghi si ricorda una tempesta di siffatta violenza!

 

La storia

In fondo l’esperienza di vita in un faro l’ho avuta anch’io in quanto fidanzata del farista di un meraviglioso faro che si erge come un castello bianco sul promontorio di Portofino, luogo d’incanto e suggestivi tramonti, ma anche di temibili mareggiate. Luogo isolato, raggiungibile solo a piedi attraverso un sentiero dopo un chilometro e mezzo di camminata dal centro del paese. Sicuramente disagevole per alcuni aspetti,  ma la sua bellezza senza eguali ripaga di tutto questo.   Mare tutt’intorno, visibile da ogni finestra, lassù in alto a più di trenta metri, luci e colori sempre diversi tra il Golfo del Tigullio ed il mare aperto.

L’ultimo fine settimana di ottobre di quell’anno ero al faro, il tempo era pessimo era stata diramata un’allerta rossa, pioveva e c’era molto vento ed il mare era mosso. La domenica mattina uscimmo per un breve giro in paese, il mare lambiva la banchina della “Ciapella”. Lì incontrammo Manuel il pescatore il quale ci disse che questa volta la tempesta sarebbe arrivata proprio brutta ed era attesa per l’indomani. Consigliò a Paolo di spostare la macchina di servizio e portarla ai parcheggi in piazza della Libertà perché il mare sicuramente, stando alle previsioni, si sarebbe alzato molto e la banchina non era sicura.

Restammo in casa tutta la domenica pomeriggio controllando sempre il mare. Fuori era impossibile stare, il vento era molto forte. Quella notte, come le due precedenti, fu un problema dormire per via del fragore  delle onde che si infrangevano sulle rocce sotto il faro, in alcuni momenti sembrava che la casa vibrasse.

Il lunedì mattina presto lasciai il faro per rientrare al lavoro a Torino. Avevo un’ansia incredibile per l’allerta  diramata e per quello che ci aveva detto il pescatore il giorno prima. In stazione feci mille raccomandazioni a Paolo di stare attento e salii sul treno.

Paolo rientrò al faro, era solo.

Alle ore 12.00 il mare era sempre grosso e fu così per tutto il pomeriggio. Ci sentimmo verso ora di pranzo la situazione era immutata. Alle 14,03 mi mandò delle foto, aveva messo in sicurezza le finestre più esposte, la mia preoccupazione cresceva.  Alle 17.00 il vento da est fece aumentare ancora di più il moto ondoso. Paolo per tutta la giornata, salì più volte sulla torre per verificare le condizioni del mare proprio perché aveva sempre in mente il fatto che si diceva che sarebbe stata una terribile tempesta. Alle 18,15 ricevette un messaggio dal Comandante B. dall’alloggio sottostante; il mare aveva sfondato la porta d’ingresso della casa ed aveva bisogno di aiuto. Un volta sceso sotto vide che la porta era stata divelta da un’ondata, l’acqua era entrata in casa. Riuscirono a puntellare la porta e B. salì sopra da Paolo, poco dopo però fu chiamato per un’emergenza in  Capitaneria di Porto, c’era un principio d’incendio al quadro elettrico e quindi corse in paese. Nel frattempo, anche la SP227, unica via carrabile che conduce  a Portofino, venne chiusa. Paolo restò di nuovo da solo, mise delle altre assi per sbarrare le finestre ad est, precisamente quelle della sala e dell’ingresso. Cominciava a filtrare acqua e sentiva che le onde erano sempre più alte sulla casa, asciugava acqua dal pavimento in continuazione. Alle 19.00 un’ondata le sfondò nonostante le persiane, i vetri ed il puntellamento con le assi. In sala la violenza dell’onda spinse il divano, il tavolino, ed altri arredi al fondo della stanza accatastando tutto (la sala ha una lunghezza di 8 metri  circa), mentre, nell’ingresso dove si trovava Paolo, travolse lui in pieno.

Preoccupatissima per tutta la giornata, non appena rientrata a casa dall’ufficio  videochiamai Paolo proprio in quel momento. Lo vidi sconvolto e bagnato fradicio, non mi disse esattamente cosa stesse accadendo per non farmi preoccupare ulteriormente mi disse semplicemente che era in un momento difficile e che mi avrebbe richiamata dopo.

Le due finestre non si potevano richiudere, sbattevano per il vento fortissimo e non ci si poteva nemmeno avvicinare, quindi Paolo si rifugiò nella stanza più ridossata della casa. Dopo circa un’ora il vento cambiò direzione questa volta soffiava da sud ovest, e lui riuscì quindi a richiudere alla meglio le due finestre ed a salire sulla torre per controllare nuovamente il mare. Il rumore all’interno era infernale, all’esterno era impossibile uscire per il forte vento. Provò anche ad aprire la porta d’ingresso di casa per poter magari attraversare il terrazzo  ed andare in paese ma non era possibile le raffiche erano fortissime insieme agli spruzzi delle onde. Così riprese ad asciugare il pavimento recuperò la torcia ed il cellulare dalla torre messi lì in carica perché dopo l’ondata che aveva sfondato le finestre la luce nell’appartamento era andata via e ora era ritornata. Ad un certo punto sentì odore di apparati elettrici bruciati provenire dalla torre, scese sotto, alla base, e vide che il mare aveva sfondato la porta di accesso e che l’acqua aveva travolto tutte le sue attrezzature e le apparecchiature del CNR. Proprio mentre stava verificando queste ultime, un’onda sfondò la finestrella soprastante travolgendolo e spingendolo contro il muro. Vista la situazione si rimise in piedi e cercò di risalire la scala a chiocciola della torre per rientrare in casa, ma mentre era sulle scale un’onda sfondò un’altra finestrella e l’acqua lo travolse spingendolo di nuovo di sotto. Per fortuna si riprese e riuscì a rientrare in casa, si asciugò e si mise degli abiti asciutti. Cercò nuovamente di uscire, controllò che  la torre del faro dall’esterno fosse a posto, poi pensò di raggiungere il cancello per andare via ma vide che era bloccato dalle fioriere che il mare aveva travolto ed ammassato contro di esso. Rientrò quindi in casa. Saranno state le 21,30 quando andò in cucina dove filtrava acqua di mare dalla finestra per via delle ondate. Si rifugiò nuovamente nella stanza ridossata con le due micine Wilma e Frida; niente cena, impossibile pensare di mangiare in un contesto simile. Era al buio, la corrente era di nuovo saltata. Mi chiamò, mi disse che alcune ondate erano entrate in casa ma che stava bene e di non preoccuparmi. Non poteva stare molto al cellulare per non scaricare la batteria; anche la power bank era finita sottacqua! Riagganciò e si sdraiò su uno dei lettini ed aspettò sperando che la tempesta si placasse. Alle 23,00 circa uno schianto lo fece soprassalire, non capiva cosa fosse successo, sentiva il rumore dell’acqua che entrava nella stanza, mise i piedi a terra e furono immersi in almeno venti centimetri d’acqua. Accese la torcia, uscì nel corridoio e vide il frigorifero a terra incastrato nella porta della sala, il muro della cucina era parzialmente crollato, direzionò la luce verso la finestra: era spalancata e le ante della persiana giacevano  a terra sotto il frigorifero.

Pensò subito al livello dell’acqua ed al suo peso sul pavimento quindi andò verso l’ingresso per aprire la porta della torre per farla defluire. Quando fu lì si accorse che il portoncino esterno della porta d’ingresso era stato divelto ed era a terra sul pavimento. Si riprese dallo choc ed aprì la porta della torre faro cercando di far defluire tutta l’acqua che poteva. A quel punto tornò indietro; anche uno dei bagni, quello di fianco alla cucina, era semidistrutto. Non potendo uscire perché le onde continuavano ad abbattersi sull’edificio si rifugiò nuovamente nella stanza ridossata. Restò sveglio in ascolto, fino dopo l’una, aspettando che la furia del mare si attenuasse, poi stremato fu vinto dalla stanchezza e si addormentò. Con le luci dell’alba poté rendersi conto dei danni subiti dall’appartamento; era talmente devastato che ne constatò l’inagibilità. La tempesta si era placata, tutt’intorno era devastazione. Era incredibile quello che vide in casa: muri crollati, mobili rotti, porte divelte, suppellettili ed elettrodomestici a terra sottacqua mischiati ai detriti portati dal mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche il promontorio stesso aveva cambiato aspetto, le rocce erano come raschiate senza più vegetazione, i pini d’Aleppo sopravvissuti alla tromba d’aria dell’ottobre 2016 erano tutti spezzati. I muretti di recinzione della terrazza crollati, le onde salite dal lato del mare aperto della terrazza avevano travolto e trascinato ogni cosa dal lato opposto verso il Golfo del Tigullio. Le ringhiere dei balconi sottostanti erano finite in mare. La torre faro era fortunatamente rimasta intatta: solo un po’ d’intonaco staccato e sulla cupola della lanterna un bozzo causato da un masso scaraventato su dal mare a circa quaranta metri d’altezza e poi ritrovato sulla terrazza superiore, dove risultavano danneggiati anche i pannelli solari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella notte in preda all’agitazione non riuscii a chiudere occhio. Dopo la telefonata di Paolo mandai un messaggio al Comandante B. dicendogli che Paolo era solo ed in difficoltà. Mi rispose che era bloccato in capitaneria, anche li erano senza corrente e stava asciugando acqua. Anche lui mi disse di stare tranquilla e che presto tutto sarebbe passato. Non sapevo come aiutare Paolo, dovevo solo aspettare. All’alba arrivò la sua telefonata, stava bene, ma lasciava la casa perché non era agibile. Non potevo crederci, mi sembrava impossibile. Mi mandò le foto e vidi ciò che il mare aveva fatto…

Poiché la tempesta si scatenò quando era già buio e durò per diverse ore della notte non ci sono immagini, ma solo la solitudine ed il coraggio di un uomo che non ha avuto paura di affrontarla.

Soltanto agli inizi di giugno 2020 Paolo è potuto ritornare finalmente nella sua casa al faro, dopo i lavori di ristrutturazione.

L’eccezionalità della tempesta del 29 ottobre 2018

(Fonte Arpal)

 

 

L’evento meteorologico che ha interessato la regione ligure tra il 27 e il 30 ottobre, ha fatto registrare piogge con accumuli anche superiori a 600 mm che hanno portato a locali allagamenti, con innalzamenti significativi dei livelli idrologici, anche se senza particolari criticità dei corsi d’acqua. I venti da Sud Est e in seguito da Sud Ovest sono stati di burrasca forte nel corso del 29 Ottobre, raggiungendo raffiche anche superiori a 180 km/h; il mare ha raggiunto uno stato di mare grosso anche sotto costa, con onda significativa superiore a 6.4 m, massima superiore a 10 m, e un’ampiezza caratterizzata da 11 secondi di periodo. Vento e mare hanno causato una vittima e ingenti danni alle coste, tra cui il crollo della diga foranea di Rapallo e della strada provinciale tra S. Margherita e Portofino e l’interruzione in diversi punti della linea ferroviaria vicino al mare. Molti disagi nei porti per la rottura degli ormeggi.

 

 

Ringraziamenti

Un grazie particolare a Paolo Bassignani, farista del faro di Portofino, per il suo racconto e, per aver accettato di condividerlo pur sapendo quanto sia emotivamente difficile ricordare quei momenti.

Alla Marina Militare per l’autorizzazione alla pubblicazione dell’articolo.

A Cesare Malatesta (www.cesaremalatesta.com) per la foto del faro relativa alla mareggiata del 2 ottobre 2020.

Agli amici del Mondo dei Fari, a Claudio Buralli, agli amici portofinesi per la solidarietà dimostra a Paolo e ad Angelo Canu per il bellissimo dono che ci fece per Natale 2018, una sua opera, un acquerello raffigurante il faro. Adesso il quadro ha trovato la sua giusta collocazione in una stanza del faro.

 

 

 

 

 

 

 

© Felicetta Santomauro

con la collaborazione di Vittorio Grandi

Chi cerca trova – Nuove Ricerche #10

by Felicetta Santomauro |7 Ottobre 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Curiosando  per mercatini dell’antiquariato abbiamo trovato questa particolare carta dei fari italiani del 1916.

Per ogni faro è indicata la propria caratteristica.

 

 

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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Immagini del Golfo di La Spezia nell’Ottocento – Nuove Ricerche #9

by Vittorio Grandi |2 Agosto 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Con l’articolo di oggi vogliamo proporvi un piccolo viaggio attraverso alcuni scorci caratteristici del Golfo della Spezia come apparivano nell’anno dell’unità nazionale. Datano infatti 1861 quattro delle cinque immagini che vi presentiamo e che abbiamo rintracciato presso l’Archivio di Stato della Spezia, che ne conserva gli originali e ne mette a disposizione degli studiosi copie digitalizzate ad altissima risoluzione.

Si tratta di quattro litografie che raffigurano l’isola del Tino, l’isolotto del Tinetto e Torre Scuola cui si aggiunge una carta del golfo rilevata nel 1846 e pubblicata nel 1849 a cura della Ministero della Marina francese.

Le prime due immagini ritraggono rispettivamente l’isola del Tino e il faro di San Venerio. È interessante osservare la presenza di una sola torre, edificata nel 1840 per volontà di Re Carlo Alberto, sul preesistente torrione fortificato di costruzione genovese. Com’è noto, la seconda torre, più alta e l’unica attualmente in funzione, venne edificata solamente nel 1884.

All’epoca della sua costruzione il faro funzionava a luce fissa, contrariamente all’impianto attuale che è a ottica rotante. Questo particolare, assieme all’indicazione della portata ottica di 15 miglia nautiche, risulta riportato sulla mappa del golfo, tanto nella cartografia quanto nel cartiglio, come illustrato dalle immagini seguenti.

 

Si osservi sul cartiglio la tabella di conversione da metri a braccia e piedi. All’epoca la Francia aveva già da tempo adottato il sistema metrico decimale (tant’è che la batimetria sulla carta è riportata in metri), mentre nell’Italia preunitaria erano ancora molti gli stati e le regioni che utilizzavano le antiche unità di misura.

Nell’immagine che segue viene ritratto l’Isolotto del Tinetto, sulla cui sommità si possono osservare i resti, ancora oggi visibili, di un piccolo oratorio, risalente al VI, e di un edificio più complesso, una chiesa a due navate con celle per i monaci, costruita in varie fasi sino all’XI secolo e distrutta definitivamente dai saraceni.

L’ultima immagine che vi proponiamo è quella di Torre Scuola.

Nel XVI e XVII sec. la Repubblica di Genova, per contrastare le mire espansionistiche delle grandi potenze europee, consolidò le fortificazioni lungo le coste adeguandole alle nuove armi da fuoco: le antiche torri quadrangolari furono sostituite da quelle a pianta poligonale o circolare, perché offrivano ai proiettili un angolo di impatto minore.

La torre di S. Giovanni Battista, detta anche Torre Scola, fu progettata e costruita nei primi del Seicento sullo scoglio di fronte alla punta della Palmaria rivolta verso Lerici: essa serviva a coprire due zone “morte” (la cala dell’Olivo che distava 1 Km circa dal borgo di Porto Venere e la piccola baia della costa orientale della Palmaria), dove facilmente potevano sbarcare armate nemiche, senza correre il pericolo di essere colpite dal fuoco delle artiglierie della fortificazione che sovrasta il borgo dal XV secolo.

La Torre, a pianta pentagonale regolare, aveva mura solide e spesse: era un baluardo difensivo apprezzato dalla popolazione che non aveva dimenticato i tanti episodi delle scorrerie dei Saraceni, dei Pisani, degli Aragonesi. Nel forte, armato con dieci cannoni, vi soggiornavano sei soldati, un capo e un “bombardero”.

La torre fu sventrata dalle cannonate delle navi inglesi il 23 giugno del 1800, nel tentativo di scacciare dal Golfo le truppe napoleoniche; fu riparata provvisoriamente e poi del tutto abbandonata già nella prima metà dell’Ottocento.

Nel 1915 il Genio Marina ne progettò l’abbattimento: Ubaldo Mazzini, allora ispettore ai monumenti, segnalò questo tentativo al Ministero della Pubblica Istruzione, salvando la Torre dalla distruzione.

I segni delle numerose cannonate alla base della fortificazione non sono dovuti ad attacchi nemici, ma al fuoco della nostra artiglieria che, in tempi imprecisati, durante le esercitazioni, l’ha presa come bersaglio. La stessa sorte è toccata al Monastero del Tino.

Il nome Scola è piuttosto singolare; ad esso non si deve attribuire il significato che si dà comunemente alla parola “scuola”. Con esso si denominava la vicina punta dell’isola Palmaria, dove sembra ci sia stata un’antichissima fondazione religiosa e dove in seguito sorse il monastero benedettino di S. Giovanni Battista.

Il termine “scola” significherebbe dunque “cappella rurale e parrocchia”. Il nome finì con l’indicare prima la punta dell’isola che si protende verso lo scoglio e poi la torre stessa.

(fonte:  www.isolapalmaria.it)

Con questo articolo, Storie di fari e faristi si congeda dai lettori per le ferie estive. A rivederci a Settembre e buona estate a tutti!

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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Francesco Paradiso – Nuove ricerche #8

by Felicetta Santomauro |23 Luglio 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Un’isola, un forte, un faro… siamo a Capo Focardo estremità nord orientale dell’Isola d’Elba. Il faro inaugurato nel 1863 è costruito lungo  la cortina muraria settentrionale del forte di epoca seicentesca, è qui  che inizia l’attività del farista al quale dedichiamo questo articolo: Francesco Paradiso.

Vogliamo immaginarlo così Francesco nel lontano 1953 a bordo del traghetto che lo porta verso la sua nuova destinazione, c’è vento e un po’ di mare, lui è sul ponte,  e guarda l’orizzonte col cuore pieno di speranza per quella che sarà la sua nuova vita, con lui ci sono la moglie Teresita Falaschetti ed il figlio  Maurizio che ha appena due anni, anche per loro è l’inizio di una nuova avventura.

All’orizzonte ora appare l’isola, Francesco pensa per un attimo al suo passato a quella che è stata fino a quel momento la sua vita, nato  il 4 giugno 1921 a Gioia del Colle (BA), a soli sedici anni di arruola in Marina e dopo pochi anni scoppia la Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la guerra si congeda e si trasferisce a Genova dove prova a cimentarsi in vari mestieri, qui conosce Teresita e la sposa. Nel ’53  in quanto ex sottoufficiale di Marina tenta il concorso come farista, ed ecco che il suo destino  prende un nuovo verso,  supera l’esame e viene assegnato come primo incarico, appunto, al faro di Capo Focardo.

Francesco per impostazione militare è una persona molto osservante delle regole, dimostra subito una grande dedizione al suo lavoro che svolge con passione e spirito di  abnegazione.

I disagi nella nuova dimora non sono pochi, è isolata dal centro abitato ed è priva di molti comfort ad esempio manca la corrente elettrica, per Teresita abituata alla vita di città è una prova molto dura, piange spesso di nascosto ma finirà con l’adattarsi.

Francesco invece essendo abituato  a trovarsi in situazioni di vita difficili non risente dei notevoli disagi.  Dura un anno l’esperienza al faro elbano, fra alti e bassi è stato un po’ il rodaggio di quello che significa la vita in un faro e nel ’54 arriva il primo trasferimento, destinazione l’ isola di Pianosa.

 

 

La famigliola è di nuovo  in movimento, un’altra traversata in mare, un’altra isola più lontana e sperduta dell’arcipelago toscano. Il faro sorge sulla parte più alta dell’isola, si dice sia stato ricavato dalla riduzione della torre stabilimento penale, inaugurato nel 1864, si presenta con una torre cilindrica  con base sopra  un edificio a pianta rettangolare disposto su tre livelli, la loro nuova casa! Non sappiamo se in quegli anni ci fosse un’altra famiglia  con loro, ma sappiamo che un lieto evento ebbe luogo: la nascita del loro secondo genito.

Roberto Paradiso nacque proprio al faro poiché Francesco avendo il grandissimo timore degli scambi di neonati in ospedale, poiché sembra che in quel periodo se ne fossero verificati diversi, non volle mandare sua moglie a partorire in ospedale.

Ed eccolo Roberto in braccio alla sua mamma ed insieme al fratello, nel cortile del faro. E’ il febbraio del 1956 ed anche Pianosa fu imbiancata dalla storica nevicata di quell’anno.

Fu un evento meteorologico eccezionale che colpì l’Europa e l’Italia. Un’insieme di fenomeni determinati da fronti freddi provenienti dal circolo polare artico e dall’Europa Settentrionale crearono una situazione difficilmente ripetibile poiché fu rara la coincidenza di tutte le variabili interessate.

L’evento oltre che intenso per il freddo fu anche molto lungo come durata. In Italia la fase critica iniziò il 1° febbraio e si prolungò fino al 20.

Furono interessate tutte le regioni da Nord a Sud con bufere di neve e gelo, con temperature minime fino a -26°. Nevicò persino a Lampedusa, evento rarissimo considerata la  latitudine in cui di trova.

Cadde tantissima neve ed il gelo paralizzò il paese, in molte città e paesi dovette intervenire l’esercito per liberare le strade con non pochi disagi, in alcuni casi le basse temperature fecero gelare il gasolio dei mezzi.

Immaginate che freddo anche al faro!

Nel 1957 Francesco viene nuovamente trasferito, si torna all’Isola d’Elba, questa volta al faro di Punta Polveraia, ci resterà fino al 1960 anno in cui verrà assegnato ai segnalamenti di Castiglione della Pescaia.

 

 

 

 

 

 

 

 

Della permanenza a Castiglione,  Roberto ricorda le scuole elementari e le sere quando poteva  accompagnare suo padre al porto per accendere i fanali, ci andavano in bicicletta e lui era così contento di aiutare il suo papà.

Attualmente i fanali del porto di Castiglione non sono più come appaiono nella foto sopra, il fanale rosso è stato dipinto totalmente di rosso ed il verde è stato dipinto totalmente di blu perché disattivato in quanto il molo è stato allungato verso il mare e come segnalamento  c’è un’asta metallica con luce verde.

Ma un altro trasferimento arrivò e questa volta la destinazione fu l’Isola del Giglio al faro del Fenaio, siamo nel 1966.

Il faro del Fenaio si raggiunge o via mare o percorrendo un lungo sentiero sterrato. Per andare a fare la spesa a Giglio Campese la via più breve era il mare, quindi usavano la piccola barca a remi che avevano in dotazione, ci voleva circa mezz’ora per andare e mezz’ora per tornare e remare ovviamente era molto faticoso. La vita al faro è una vita di isolamento senza particolari accadimenti, ma un giorno del 1967 Francesco ricevette una comunicazione di servizio con il quale lo si avvisava che sarebbe arrivato in visita il Ministro della Difesa con alcuni ufficiali, gli venne anche recapitato tutto il protocollo al quale doveva attenersi e fra le varie cose era menzionato il fatto che solo il farista e quindi né moglie né figli potessero rivolgere la parola al Ministro. Francesco si attenne scrupolosamente a tutto quanto gli venne ordinato e predispose ogni cosa per l’accoglienza ed il fatidico giorno della visita arrivò. Ma Teresita non ce la faceva proprio a stare zitta lei voleva parlare col Ministro perché alcune cose le rodevano dentro. Così senza farsi vedere da Francesco riuscì ad avvicinare il segretario del Ministro ma questi fu irremovibile alle richieste di Teresita, ne nacque una piccola discussione che attirò l’attenzione del Ministro. Immaginate in quale stato fosse Francesco, era mortificato per quanto accaduto, ma il Ministro volle sentire cosa avesse da chiederle la donna, fu così che Teresita chiese di avere un motore fuoribordo per la barca!

Passò un po’ di tempo ed il motore arrivò ma nel frattempo loro si erano trasferiti a Livorno.

Nel 1968 quindi Francesco  è assegnato ai segnalamenti del faro di Livorno, Secche della Meloria, Secche di Vada, non è da solo ad occuparsene ma insieme ad altri colleghi.

Questa volta il trasferimento è dovuto per motivi di studio del figlio Maurizio per terminare l’istituto nautico già iniziato a Porto Santo Stefano.

Roberto ci ha raccontato un episodio che accadde  a Livorno  che vide protagonisti suo padre ed alcuni colleghi,  per il quale ricevettero un encomio scritto da parte della Marina Militare  degli Stati Uniti d’America poiché presero parte alle ricerche di un marinaio americano caduto in mare dalla nave dove era imbarcato. Nonostante il mare fosse in condizioni proibitive loro uscirono in barca  a cercarlo mettendo a rischio la loro stessa vita. Purtroppo del marinaio non si trovò traccia ma il loro coraggio fu molto apprezzato.

Ed arriviamo così al 1971 ultimo trasferimento questa volta al faro di Portofino, più comodo per vicinanza a Genova, in modo da permettere al figlio Maurizio di proseguire gli studi  alla facoltà di ingegneria navale.

A Portofino Francesco resterà fino al 1986 anno in cui andrà in pensione. Pur sorgendo su un promontorio isolato dal centro abitato, il faro di Portofino non è poi così isolato, spesso al faro giungono turisti curiosi dopo una passeggiata di 1,5 km e personaggi famosi, come nella foto a fianco alcuni membri della famiglia sono con Bruno Vespa. La foto risale al 1979 quando Vespa andò in visita per un servizio sulla Amerigo Vespucci e sul primo aliscafo della Marina.

Roberto si ricorda di quando saliva su in lanterna col padre, all’epoca c’erano ancora le lampadine grandi ad incandescenza, lui ne era affascinato.

Circondato dai pini, al faro di Portofino ci si poteva rendere conto se il faro funzionava, senza uscire di casa, bastava guardare il riflesso della luce della lanterna sulla chioma degli alberi. Ora non è più così perché la tromba d’aria del 2016 prima e la tempesta del 2018 dopo, hanno distrutto tutti i pini d’Aleppo che c’erano sul promontorio.

E lo lasciamo così Francesco, al tramonto, seduto sulla sua terrazza a fumare una sigaretta, sappiamo che era un fumatore incallito, un “vizio” che non ha mai voluto perdere. Osserva il suo faro ed il mare, forse è immerso nei ricordi, forse fa un bilancio della sua vita, o semplicemente pensa a quello che dovrà fare il giorno dopo.

Ne è passato di tempo dal suo primo incarico, molte cose sono cambiate anche nel suo lavoro, la tecnologia avanza anche per i fari, forse anche il mestiere del farista un giorno scomparirà, chissà! Un mestiere da molti romanzato e da alcuni invidiato ma che comunque è stato un mestiere di grandi sacrifici.

E’ una storia semplice questa che vi abbiamo narrato, la storia di una persona magari ai più sconosciuta ma che vuole essere al contempo un omaggio a Francesco e simbolicamente a tutti quelli che in silenzio e con sacrificio hanno ricostruito il nostro paese dalle rovine della guerra.

Un ringraziamento particolare va a Roberto Paradiso per aver voluto condividere con noi ricordi e foto di famiglia.

Felicetta Santomauro e Vittorio Grandi

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Ricordi di un farista per caso-seconda parte-Nuove Ricerche #7

by Vittorio Grandi |9 Luglio 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Ubaldo mi venne incontro allungando la mano e mostrando un sorriso pieno di denti bianchissimi, tanto perfetti da sembrare finti. La stretta fu forte, forse esageratamente forte, in contrasto con un palmo privo di ruvidezze, a ricordarmi quello che già sapevo di lui: un uomo più abituato a comandare che a eseguire. Ma ciò che più mi colpì in lui, in quella circostanza, fu il colore della pelle, lo stesso di una vecchia valigia di cuoio, una pelle combusta dal sole che la mise completamente bianca amplificava, così come il colore dei capelli, talmente bianchi da virare all’azzurro e tenuti un po’ lunghi, che un fresco grecale muoveva come le onde che in quel momento frangevano sugli scogli appuntiti. Anche lo sguardo, diretto e senza incertezze, denotava un carattere forte, al limite dell’autoritario, stemperato solamente da quel sorriso che solo raramente, come in un attimo di distrazione, si piegava in una smorfia amara.

Dopo un breve saluto all’equipaggio e pochi ordini sbrigativamente impartiti agli uomini della manutenzione, Ubaldo ci guida lungo la mulattiera che sale dal moletto e porta, dopo una breve salita, al faro. Ci aggiorna subito sullo stato dei lavori, assicurandoci che il faro sarà perfettamente agibile per la data prevista per l’esperimento ed anche della presenza di alcuni dei suoi uomini nei giorni iniziali per aiutarci nell’installazione della strumentazione e nella logistica. Solamente Emilio, cuoco e tuttofare, resterà con noi per l’intero periodo. Nel frattempo, Massimo e gli altri iniziano a trasportare al faro vettovaglie e materiale vario scaricato dal Manning, mentre Giakò collega una manichetta alla condotta che porta al serbatoio che si trova sul tetto dell’edificio e inizia a pompare acqua.

Giungiamo al faro. L’edificio è ben conservato e solo in alcune parti l’intonaco risulta scrostato. Tutt’attorno attrezzi, mattoni e sacchi di cemento. Una betoniera, sul retro macina il suo impasto. Emilio sta apparecchiando una lunga tavola sistemata di fronte all’ingresso principale. Dove non bastano le sedie, vengono aggiunte casse di legno. Un ampio telo bianco ci protegge dal sole. Sento il profumo inconfondibile di sugo di muscoli. Il panino con le acciughe ha esaurito il suo compito.

Ubaldo ci guida all’interno parlandoci brevemente della storia del faro. Il faro, risalente al 1901, venne attivato dalla Marina Militare (all’epoca Regia Marina) per l’illuminazione degli isolotti. Nella sua costruzione vennero impiegati carcerati provenienti dall’Isola d’Elba. Il suo aspetto attuale è stato conferito da una ristrutturazione avvenuta nel 1919. L’interno è diviso in due zone identiche e simmetriche, a testimonianza del fatto che poteva ospitare due fanalisti, ed eventualmente le loro famiglie, anche se risulta che sia stato non presidiato per lunghi periodi di tempo, fino alla sua completa automatizzazione, avvenuta probabilmente alla fine degli anni Sessanta.

Quando, a metà degli anni Settanta, iniziarono le prime attività di ricerca alle Formiche di Grosseto – prosegue Ubaldo – l’edificio del faro versava in un grave stato di abbandono. Un’enorme crepa lo attraversava dal tetto alle fondamenta, l’interno era stato vandalizzato e pieno di rifiuti, i muri devastati da scritte di ogni sorta, gli infissi mancanti o tanto danneggiati da essere inservibili. Solo la torre si presentava in uno stato sufficientemente decoroso da garantirne la funzionalità. All’epoca, e fino alla metà degli anni Ottanta, la luce del faro veniva alimentata con l’acetilene contenuto in grosse bombole disposte alla base della torre.

Il faro in un disegno tratto dall’ELENCO dei FARI E FANALI del 1930

I lavori di ristrutturazione, iniziati in quegli anni, furono volti inizialmente a stabilizzare la struttura con catene e tiranti. Il passo successivo fu quello di sostituire gli infissi e installare porte e scuri a prova di effrazione, principalmente allo scopo di evitare che turisti estivi, sempre numerosi durante la bella stagione, potessero entrare e danneggiare strumenti e apparecchiature fisse in assenza di personale stanziale. Lo sbarco di persone estranee avveniva più o meno regolarmente, anche se ovviamente l’isola era considerata off limits per chiunque non fosse autorizzato. La disposizione dei locali venne quindi parzialmente modificata per adattarla alle nostre esigenze. Vennero ricavati due dormitori, il principale, con annesso bagno, cui si accedeva solamente dall’entrata posteriore e che ospitava due letti a castello. Un secondo dormitorio era invece stato ricavato dal locale adiacente la cucina. Completavano l’edificio un secondo bagno, un ampio laboratorio e un locale magazzino.

E a proposito del magazzino, riporto qui una storia che recentemente mi è stata raccontata dall’ amico ed ex collega Orfeo Chiappini, che colgo l’occasione di ringraziare per i numerosi ricordi e aneddoti che ha voluto condividere con me a proposito delle nostre permanenze sulla Formica Grande.

Successe, molti anni prima degli eventi che andiamo narrando, che una barca naufragasse sull’isola per le pessime condizioni del mare. La barca, a causa delle rocce aguzze e taglienti che non lasciavano scampo né agli umani né alle imbarcazioni, andò completamente distrutta ed affondò nel giro di secondi.  I naufraghi, due amici tedeschi che erano usciti per una battuta di pesca, finirono fortunosamente sull’isola. La loro sopravvivenza fu affidata a poche cose che trovarono all’interno del faro, prevalentemente razioni K provenienti da Camp Darby. Riuscirono infatti a penetrare all’interno, prima forzando, con attrezzi di fortuna, la porta esterna di accesso alla torre e poi sfondando un muro divisorio di mattoni non intonacato, che era stato eretto dagli uomini della manutenzione per separare la zona di competenza della M.M. da quella di competenza del Centro. Nel frattempo, veniva ovviamente diramato l’allarme, ma nessuno sapeva dove fossero finiti, dove fosse avvenuto il naufragio e soprattutto se fossero sopravvissuti. Furono recuperati dalla guardia costiera alcuni giorni dopo perché, pur non avendo mezzi per comunicare, riuscirono a spegnere la luce del faro chiudendo le bombole di acetilene e questo ovviamente provocò l’intervento della squadra manutenzione fari della M.M., che si recò il giorno dopo sull’isola e recuperò i naufraghi. Un messaggio venne ritrovato dai tecnici del Centro, sopraggiunti alcuni giorni dopo per riparare i danni, che diceva: “Siamo venuti a morire su quest’isola”. Da quel giorno la porta del magazzino che dà sull’esterno venne sempre lasciata aperta e nel locale vennero lasciati a disposizione, per chiunque ne avesse avuto bisogno, viveri, acqua, canne da pesca e salvagenti.

Ma torniamo a quel giorno di primavera di tanti anni fa. Visitati i locali e preso nota degli spazi disponibili per i nostri strumenti, disposizione delle prese elettriche, discese per le antenne, ingressi a parete per i cavi di collegamento con la strumentazione da disseminare sull’isola e da mettere a mare, Ubaldo ci accompagna a visitare il faro vero e proprio. Vi accediamo dalla porta esterna posta alla base della torre e saliamo per una stretta scala a chiocciola in muratura che ci porta rapidamente all’interno della lanterna. La delusione per ciò che vedo è in qualche modo forte perché, non so cosa immaginassi di trovare, noto solamente una lampada a incandescenza, e mi stupisco di quanto sia piccola rispetto a come me l’ero immaginata, alcune batterie e una piccola scatola che, mi dicono, contiene l’elettronica per l’accessione notturna e lo spegnimento diurno della lampada e per generare la sequenza di luce ed eclissi caratteristica di quel faro. L’ottica che circonda la lampada è fissa, dunque nessuna parte in movimento, per minimizzare i consumi, immagino. Usciti poi sul tetto dell’edificio, notiamo i pochi pannelli solari che generano l’energia elettrica necessaria ad alimentare quelle poche cose. Tutto qui, tutto molto semplice, molto asettico

Eppure, quel faro aveva visto ben altra complessità. Con l’aiuto dei ricordi di alcuni ex colleghi, e principalmente di Piero Guerrini che ringrazio, sono riuscito a ricostruire il funzionamento del faro quando ancora veniva alimentato ad acetilene. In breve, una piccola fiamma pilota rimaneva sempre accesa. Il lampo avveniva grazie a una maggiore immissione di gas la cui pressione faceva ruotare un piccolo cilindro di metallo pieno cui però mancavano determinati settori. In questo modo la rotazione del cilindro interrompeva periodicamente l’afflusso di gas alla fiamma pilota, causandone la maggiore o minore brillantezza secondo la sequenza di lampi ed eclissi programmata per quel faro. Una valvola sensibile alla luce (in pratica un’ampolla di vetro contenente un elemento sensibile al calore del sole e collegata al tubo del gas) teneva spento il faro in presenza della luce diurna. L’elettronica ci ha certamente semplificato la vita, ma quanta poesia abbiamo perso e soprattutto quanta sapienza tecnologica. Gli impianti a gas dei fari venivano spesso innovati con apparati pensati e costruiti nelle officine dei nostri arsenali militari i cui tecnici si occupavano anche dell’installazione e della manutenzione con soluzioni flessibili e originali per adattarsi alle diverse situazioni operative.

“Pronto in tavola!!!”. Emilio dalla cucina ci chiama, e tutti, veloci come percorsi da una scossa elettrica, ci ritroviamo seduti attorno alla tavola spartanamente apparecchiata. Ubaldo, seduto a capo tavola, impartisce direttive a Emilio e mesce vino ai più vicini. È lui il padrone di casa e quella è la sua isola. Direttamente dal pentolone vengono distribuite gigantesche porzioni di spaghetti ai muscoli. Un vino bianco freddo e frizzante gira per la tavola e subito la conversazione si anima. Sento Jörg discutere di lavoro con Ubaldo in un inglese duro come la sua lingua madre. Io preferisco scherzare con Massimo e con gli altri buttando subito il discorso sulle famose tedesche in topless che d’estate paiono prediligere la solitudine dell’isola. Una brezza fresca e leggera spira da levante e muove il grande telo bianco facendolo ondeggiare sopra le nostre teste. È un momento perfetto per me. Sto entrando in questo nuovo mondo e questo nuovo mondo mi sta accogliendo con affetto. Mi chiedo quanto durerà questo idillio, ma per il momento mi godo questa giornata di sole, questo cielo azzurro e rimando alla crociera che verrà ogni dubbio, ogni preoccupazione.

Il pomeriggio passa in fretta. Sul piccolo gommone del Manning pilotato da Giakò, Jörg e io perlustriamo la zona di mare dove dovremo posare i sensori più vicini all’isola. Grazie a due riflettori laser che in mattinata erano stati posizionati sull’isola, riusciamo a triangolare precisamente le coordinate dei sensori utilizzando un binocolo laser. All’epoca il sistema GPS non consentiva ancora localizzazioni sufficientemente accurate per i nostri scopi. Jörg prende accuratamente nota di tutto mentre io gli passo i valori della bussola e delle relative distanze.

Tre colpi di sirena ci informano che è tempo di rientrare, il Manning deve nuovamente volgere la prua al mare per rientrare a Porto Santo Stefano. Issato il gommone sul Manning, saliamo velocemente al faro per recuperare le nostre cose e ridiscendiamo lungo la mulattiera accompagnati da Ubaldo e dagli altri. Ci salutiamo con un arrivederci al Centro, Pino dà ordine di mollare gli ormeggi e lasciamo la banchina.

L’aria ora è ferma e la luce del sole che va scendendo sull’orizzonte colora di rosa le poche nuvole che ci accompagnano nel viaggio di ritorno. Il mare è immobile e io finalmente riesco a godermi il viaggio seduto in plancia accanto a Pietro immerso anche lui nei propri pensieri. Penso al lavoro di preparazione che mi aspetta, alle molte cose da fare, all’elettronica che ha ancora qualche problema da risolvere. Penso che luglio arriverà più velocemente di quanto io desideri e che per la prima volta starò lontano così tanto tempo dalla mia nuova famiglia. Ma è presto per la nostalgia e comunque questa è un’altra storia, una storia che magari racconteremo un’altra volta.

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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Ricordi di un farista per caso-prima parte-Nuove Ricerche #6

by Vittorio Grandi |2 Luglio 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Il racconto che segue, come altri che verranno, non è frutto della fantasia degli autori di questa rubrica, ma resoconto di fatti realmente accaduti. In questo caso Vittorio Grandi, funzionario in pensione del NATO Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE), ricorda alcuni momenti trascorsi presso il faro della Formica Grande di Grosseto in occasione di campagne di sperimentazione scientifica. Solamente i nomi propri di persona sono di fantasia, a tutela della privacy dei protagonisti del racconto.

I colleghi più anziani la chiamavano la “malattia del ferro”, una nostalgia di lamiere e legno e del dondolio continuo che ti accompagna giorno e notte e che ti fa contrarre i muscoli anche quando, ormai a terra, cerchi di compensare il movimento di un mare che ormai non c’è più.

A me sarebbero occorsi ancora molti anni perché mi ammalassi di quella sindrome misteriosa che contagia i marinai di tutto il mondo. E io, in quella tenue mattinata d’inizio primavera del 1994, marinaio certamente non ero ancora, a bordo del Manning che, salpato da Porto Santo Stefano due ore prima, alla volta della Formica Grande di Grosseto, stava tagliando un mare tanto calmo da sembrare avvolto in un telo oleoso, con i dieci nodi che il suo vecchio cuore diesel ancora gli permetteva.

Era una vecchia unità da trasporto truppe che l’esercito americano aveva donato al Centro molti anni prima. Importanti lavori di ristrutturazione l’avevano trasformato in un vero e proprio laboratorio galleggiante di diciotto metri per la ricerca sottomarina in acque costiere. Eppure, nonostante quella trasformazione, conservava ancora quel profilo che sembrava disegnato da un bambino, con il gigantesco bigo di prua e il cassero centrale come una casa posata sul mare.

No, non sono un marinaio, pensavo. Me ne stavo sdraiato sulla panca di legno addossata alla plancia, con lo stomaco in subbuglio e la testa che scoppiava. Quel mare lungo, memoria di una libecciata di qualche giorno prima, proprio non riuscivo a reggerlo, nonostante la Xamamina che avevo ingoiato subito prima della partenza.

Giacomo, il nostromo, detto Giakò, compare ogni tanto dal boccaporto di prua per accertarsi che io sia ancora vivo. La mitologia del Centro vuole che Giakò sia la reincarnazione di un cinghiale, come nemesi delle sue ben note battute di caccia. Giakò ha un corpo imponente che muove con il passo oscillante di chi ha passato la sua intera vita di adulto a bordo di qualunque cosa stia a galla. Il busto è perennemente piegato in avanti come a dover portare un peso o ad afferrare una cima. È in grado di trasportare una billetta da cinquanta chili da prua a poppa come fosse un beauty case, ma anche di fare una gassa d’amante a occhi chiusi e con una mano sola.  Pietro, il comandante, un uomo rubizzo che vira al rosso alla fine di ogni pasto quando si surriscalda iniziando a parlare di politica, sorride paterno come uno che di scene così deve averne viste tante su quella barca. Anche Gianfranco, macchinista e cuoco, si interessa a me. Mi porta un panino con le acciughe assicurandomi che avrei smesso di soffrire, e io, per tutta risposta, mi precipito alla murata di dritta a dare fuori l’anima.

Detesto sentirmi così. È la mia prima volta sul Manning e anche la mia prima “crociera”, come chiamiamo le attività di ricerca che si svolgono a bordo. Mi chiedo se io sia davvero portato per questo lavoro. E a chiederselo deve essere anche Jörg, lo scienziato tedesco con cui mi sono imbarcato e che se ne sta seduto in plancia a conversare amabilmente con il comandante senza dare alcun segno di malessere. Jörg è uno specialista di geomagnetismo e ha da poco ottenuto un contratto di ricerca quinquennale con il Centro. Io gli sono stato affiancato come responsabile della parte ingegneristica e logistica degli esperimenti che condurrà nei prossimi anni. Cominciamo a luglio e questo è un viaggio esplorativo per conoscere il faro della Formica Grande che ospiterà noi e le nostre attrezzature, l’isola dove installeremo alcuni sensori, e il fondale del mare che la circonda dove poseremo altri strumenti di misura.

Siamo due novellini. Nessuno di noi ha mai lavorato in mare. Lavoro al Centro da meno di un anno e sono discretamente preoccupato. Tutti noi chiamiamo “il Centro”, quello che con denominazione più pomposa è noto come SACLANT Undersea Research Centre, il centro di ricerca della NATO per l’acustica subacquea e l’oceanografia.

Agli inizi degli anni ’70 la Marina Militare Italiana concesse al Centro l’uso dell’isola, e del faro che si erge sulla sua sommità, per scopi di ricerca scientifica. A seguito di questo accordo, il Centro eseguì importanti lavori di ristrutturazione trasformando il faro in un vero e proprio laboratorio dotato di foresteria per tecnici e scienziati, di cucina, servizi e di un generatore di corrente. Periodicamente una squadra di operai del Centro parte alla volta dell’isola per eseguire lavori di manutenzione al faro, lavori necessari per rimediare ai danni che le frequenti mareggiate e i venti impetuosi carichi di sale infliggono alla struttura. Sono proprio loro che ci stanno aspettando e ci faranno gli onori di casa.  I colleghi parlano di questa casa come della miglior nave del Centro e io non vedo l’ora di mettere i piedi a bordo.

Pietro annuncia all’interfono che manca mezz’ora all’arrivo e io riprendo colore. Riesco a sollevarmi dal mio giaciglio di legno e vedo l’isola, lì davanti a me. La nausea passa all’improvviso e chiedo a Gianfranco dov’è finito quel panino con le acciughe. Il Manning rallenta la sua corsa lanciando una nuvola di fumo nero e passando l’estremità orientale dell’isola vira a sinistra per accostare all’unico approdo. Al riparo dall’onda lunga, il mare si spiana e posso godermi la vista dell’isolotto che mi appare meno desertico di quanto pensassi, circondato come è da una folta vegetazione mediterranea, per gran parte composta da piccoli arbusti, e ginestre. Alla sua sommità, valuto non più di una decina di metri sul livello del mare, sta il faro, quello che sarà la mia casa-laboratorio per molti anni a seguire. La torre cilindrica, in muratura bianca e sormontata da una lanterna metallica grigia, si appoggia a un edificio basso e rettangolare anch’esso dipinto di bianco. Per arrivarci c’è una mulattiera, in parte cementata, che sale dal piccolo molo al quale stiamo approdando.

Sul moletto un piccolo gruppo di persone ci sta salutando. Riconosco Ubaldo, colui che coordina i lavori, e poi Massimo e Paolo. Con tutti avrò modo di lavorare, e ancora non so quanto preziosa diventerà la loro amicizia. Immerso nella bellezza selvaggia del luogo non mi sono accorto che siamo approdati. La scaletta viene rapidamente fatta scendere a terra e, per la prima volta in vita mia, metto piede sulla Formica Grande di Grosseto.

(continua)

Vittorio Grandi e Felicetta Santomauro

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Nuove ricerche #5

by Felicetta Santomauro |18 Giugno 2020 |0 Comments | storie di fari e faristi

Negli anni che seguirono la nascita del Regno d’Italia, si assistette al processo di progressiva armonizzazione delle legislazioni che avevano regolato la vita dei regni nei quali era diviso il territorio della penisola.

La cosiddetta legge Ricasoli (legge 20 marzo 1865, n. 2248) determina l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia, confermando l’adozione del preesistente sistema accentratore di imitazione francese, caratterizzato da una potente Amministrazione centrale, che si avvale, su base provinciale, dell’istituto prefettizio per vigilare e provvedere affinché l’amministrazione locale si svolga sempre secondo le proprie direttive e indirizzi.

Questo processo di accentramento amministrativo interessò, com’è ovvio, anche la gestione dei fari che illuminavano le coste italiane nonché del reclutamento e dell’addestramento dei fanalisti che sarebbero stati incaricati della loro conduzione.

Prima dell’Unità d’Italia, infatti, ogni stato provvedeva con proprie leggi all’illuminazione della costa e all’eventuale costruzione e manutenzione dei fari.

Per quanto riguarda le coste del sud, ad esempio, il Regno delle due Sicilie si era dotato di una specifica legislazione in materia.

Il 27 Settembre 1848 i Borboni avevano emesso il “Regolamento del Servizio dei Fari presentato dalla Commissione dei Fari e Fanali”, che contemplava le norme per la costruzione, la manutenzione e la conduzione dei fari, comprese anche le mansioni dei guardiani e gli orari di accensione e spegnimento della lanterna e già in precedenza, nel 1841, la monarchia borbonica era stata la prima in Italia ad adottare il Sistema di fari da diporto con segnalazione lenticolare a luce costante.

Fu tuttavia necessario attendere il 2 aprile del 1885 per avere la prima legge italiana sui Fari, la N° 3095, con la quale Umberto I approvava il T. U. del 16 luglio 1884 n. 2518 con le disposizioni del titolo IV su porti, spiagge e fari.

 

       

Già prima di quella legge, però, era l’amministrazione centrale dello Stato a occuparsi, in ogni dettaglio, della gestione dei fari, come dimostra questo avviso d’asta che riguarda l’elettrificazione del faro dell’isola del Tino, datato in Genova il 5 luglio 1880, e che compare nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 163 dell’8 luglio 1880.

Ma dal punto di vista del racconto delle vite dei faristi, o meglio dei fanalisti, come venivano chiamati allora, che andiamo narrando in questa nostra rubrica, sono particolarmente interessanti i regolamenti concernenti il reclutamento e le mansioni dei fanalisti, che vennero pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Ne è un esempio il REGIO DECRETO 12 gennaio 1896, n. 17 che approva il:

Regolamento […] pel servizio dei fari e fanali esistenti nelle coste marittime e nelle isole del Regno, approvato al fine di coordinare […] per quanto si riferisce alla divisione del personale dei fanalisti; e di meglio regolare le disposizioni vigenti circa la prestazione delle cauzioni, per parte dei fanalisti, e l’applicazione delle pene disciplinari. Questo Regolamento resterà in vigore fino al 1o ottobre 1910. Nel 1911, vista l’importanza strategica della loro posizione sotto l’aspetto militare, il Regio Decreto n. 294 trasferì la competenza del Servizio Fari dal Ministero dei Lavori Pubblici alla Regia Marina.

Questo documento, disponibile presso l’archivio storico della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, getta luce sulla vita dei guardiani dei fari nel ventennio a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Ne riportiamo qui di seguito i punti salienti.

I fanalisti, che si distinguevano in capi fanalisti di 1ª e 2ª classe, e in fanalisti di 1ª, 2ª e 3ª classe, appartenevano al personale subalterno dell’Amministrazione dei lavori pubblici, e potevano essere trasferiti da un faro all’altro, secondo le convenienze di servizio.

Per essere ammesso come fanalista di 3ª classe era necessario:

a) essere regnicolo;

b) avere lodevolmente servito nella marina militare o mercantile, ovvero nelle guardie di finanza di mare;

c) non avere oltrepassata l’età di 40 anni;

d) saper leggere e scrivere bene o conoscere le quattro operazioni fondamentali dell’aritmetica;

e) essere muniti di un certificato di buona condotta del sindaco del Comune in cui ha domicilio l’aspirante;

f) non andare soggetto ad alcuna fisica indisposizione incompatibile col servizio del fanalista.

Prima di essere dichiarati idonei al grado di fanalista di 2ª classe i fanalisti di 3ª classe dovevano prestare, durante un anno, un servizio di prova in uno o più fari.

Terminato il servizio di prova, i fanalisti venivano sottoposti ad un esame che consisteva nelle seguenti prove:

  • di calligrafia applicata alla compilazione degli specchi e dei registri di contabilità dei fari;
  • di aritmetica: le quattro operazioni fondamentali applicate a dati pratici;
  • di composizione: una relazione di servizio;
  • di cognizione dei doveri di fanalista: questa prova sarà orale;
  • di esercizio pratico del maneggio degli apparecchi delle lampade e dei loro accessori.

Oltre al risultamento di questo esame si terrà conto del modo con cui avranno prestato il servizio di esperimento per determinare il merito relativo tra i candidati da promuoversi alla classe superiore.

Gli stipendi annui dei fanalisti erano determinati dalla seguente tabella:

Capi fanalisti di 1ª classe         L. 1000

Id. di 2ª classe                           L.   900

Fanalisti di 1ª classe                L.   800

Id. di 2ª classe                          L.   700

Id. di 3ª classe                          L.   600

Rapportato al 2020, il potere di acquisto dello stipendio annuo di un capo fanalista di prima classe del 1896 sarebbe di poco meno di 5000 euro! (fonte il Sole 24 ORE https://www.infodata.ilsole24ore.com/2015/04/14/se-potessi-avere-calcola-il-potere-dacquisto-in-lire-ed-euro-con-la-macchina-del-tempo/?refresh_ce=1).

Fortunatamente il regolamento prevedeva che, oltre allo stipendio, i fanalisti godessero dei seguenti vantaggi:

a) l’alloggio nel faro per sé e per la famiglia, ove ciò sa possibile, o nelle vicinanze. I fanalisti di 3ª classe non godranno del vantaggio dell’alloggio per le proprie famiglie;

b) la mobilia per ciascun fanalista (esclusa la famiglia), consistente in un letto corredato di saccone, materasso e traversina, ma senza biancheria, quattro sedie comuni, un armadio ed una tavola;

c) una razione di brace per ogni faro dal novembre al marzo inclusivamente per il riscaldamento della stanza di servizio e pel disgelo dell’olio;

d) una barca a due remi pei fari isolali nei quali sia possibile di conservarla con sicurezza, ed anche per gli altri fari pei quali sia indispensabile;

e) una indennità per provvista d’acqua potabile, quando si debba attingerla ad oltre due chilometri di distanza dal faro, od altra impresa non abbia l’obbligo di fornirla;

f) una indennità di vettovaglia pei fari situati sopra isolette prive di abitato, e per quelli posti a distanze maggiori di 10 chilometri dal centro dove sia possibile di far provviste.

I fanalisti avevano diritto alla pensione.

Nonostante queste indubbie facilitazioni, a causa del magro stipendio e per effetto del relativo isolamento geografico in cui si trovavano in genere gli edifici, non era raro trovare un cortile interno con un piccolo spazio ricavato per l’orto o il pollaio che potesse garantire, nei periodi più difficili, un minimo di sostentamento.

Il numero dei fanalisti che dovevano prestare servizio in ciascun faro dipendeva dalla importanza del faro, dalla sua posizione più o meno isolata, e dalla difficoltà delle comunicazioni, sia per terra che per mare, con i più vicini centri abitati.

Nelle circostanze ordinarie erano assegnati:

tre fanalisti, compreso il capo fanalista, ai fari di 1° e 2° ordine; due fanalisti, anche compreso il capo fanalista, a quelli di 3° ordine; un fanalista a quelli di 4° ordine e dagli ordini inferiori.

In ciascun faro il capo fanalista era incaricato della regolarità del servizio e del mantenimento dell’ordine.

Egli aveva la custodia e la contabilità dell’olio, del petrolio e degli oggetti di grande e piccola dotazione, sorvegliava il servizio degli altri fanalisti, curava l’istruzione dei fanalisti di 3ª classe, partecipava all’esame dei medesimi e riferiva direttamente all’ufficiale del Genio civile delegato. Doveva concorrere, per turno, al servizio d’illuminazione, ed a quello in genere del faro, come i fanalisti.

I capi fanalisti erano particolarmente responsabili dell’andamento del servizio e della sua regolarità, del consumo dell’olio, del petrolio e di altri oggetti necessari alla illuminazione, della manutenzione ordinaria degli edifici, e di ogni dipendenza del faro, ed i fanalisti subalterni dovevano scrupolosamente osservare gli ordini e le istruzioni di servizio che venivano loro impartite dai capi fanalisti.

I fanalisti erano inoltre responsabili della fiamma della lanterna e della conservazione e del buon utilizzo degli apparecchi d’illuminazione.

Per la regolare sorveglianza della fiamma, era stabilito fra i fanalisti, non escluso il capo fanalista, un turno di veglia durante la notte.

Nessun fanalista poteva assentarsi dal faro né aveva diritto a congedi che per cause di malattia o per affari di famiglia.

Anche la disciplina veniva rigidamente regolamentata.

Erano infatti puniti disciplinarmente:

1° Il giuoco nell’interno dello edilizio;

2° L’ubriachezza senza disordini;

3° I dissidi tra i colleghi che non producano irregolarità di servizio;

4° La disobbedienza semplice;

5° La negligenza o le omissioni in servizio;

6° La mancanza di rispetto verso i superiori;

7° L’assenza dal faro senza autorizzazione;

8° La mala fede nell’uso dell’olio, del petrolio e di altri oggetti di consumazione e di dotazione del faro.

Anche le relative punizioni erano oggetto di norma:

  • L’ammonizione;
  • La consegna al faro;
  • Il servizio di rigore;
  • L’ammenda da centesimi 50 a lire 10;
  • La ritenuta da lire 10 fino a metà dello stipendio mensile;
  • La sospensione dallo stipendio e dal servizio;
  • Il ricollocamento nella classe o grado immediatamente inferiore;
  • Il licenziamento;
  • La destituzione.

Il servizio di rigore consiste nella ripetizione del turno di servizio di pulizia del fabbricato, fino a dieci giorni consecutivi, nella duplicazione del turno di servizio di, fatica e de’ trasporti.

La vita dei fanalisti di fine Ottocento non doveva dunque essere tra le più agiate. Lo testimonia una vicenda che vede protagonista la moglie del fanalista di S. Venere a Vibo Valentia. La signora, nel 1907, venne denunciata perché vendeva derrate alimentari privatamente per arrotondare la scarsa retribuzione del marito (L. 700 annue). Non si procedette tuttavia nella denuncia solo a motivo del fatto che il tenore di vita cui la donna era soggetta a causa del lavoro del coniuge, definito come “uno dei più umili agenti dell’Amministrazione”, venne ritenuto così basso che l’espediente economico messo su dalla signora venne considerato legittimo. (Prefettura di Catanzaro, Serie I, Cat. XXII, b. 65, fasc. 5).

Felicetta Santomauro – Vittorio Grandi

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