Una luce nel buio

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |2 Gennaio 2021 |0 Comments | Una luce nel buio

“LA LANTERNA”

LA SIGNORA CHE DA SETTE SECOLI DOMINA GENOVA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.: 44° 24,3` N – Long.: 8° 54,3` E

 

 

Il Medioevo è stato definito l’epoca dei secoli bui, ma è proprio in questo periodo che si trovano alcune tra le più belle costruzioni fatte dall’uomo. Grandi palazzi dall’aria severa e chiese il cui stile è un misto tra il romanico, oramai affermato, e il nuovo stile gotico vengono erette ovunque ed a Genova se ne trova un bellissimo esempio nella Cattedrale di San Lorenzo, consacrata nel 1118. Ma in questo stesso periodo storico sorgono anche altri monumenti lungo le coste, i primi fari, ed è proprio a Genova che inizia a prendere forma quello che poi diventerà il faro più “civettuolo” e più “cittadino” di tutti, quello che nei secoli perderà la sua denominazione di faro per essere chiamato semplicemente “LA LANTERNA” e diventerà il simbolo stesso di Genova.

In questo primo millennio, la navigazione aveva già avuto un grande sviluppo e Genova era un centro commerciale molto importante. Dal 950 è un comune autonomo, è una delle quattro Repubbliche Marinare, dal 1200 si alternano al potere i podestà, rappresentati dalle due potenti famiglie ghibelline, i Doria e gli Spinola a cui poi seguirono i Dogi, e anche il suo porto era già troppo frequentato per non essere provvisto di un qualsiasi segnale che facilitasse l’avvicinamento dei vascelli che arrivavano da tutto il mondo conosciuto, carichi delle loro preziose ed esotiche mercanzie. Ci voleva una luce che nella notte potesse guidare queste navi all’ingresso del porto.

Le origini della lanterna sono molto incerte e avvolte nella leggenda. Alcune fonti fanno risalire la costruzione della prima torre al 1128, ma pare quasi certo che intorno al 1129, in una località chiamata Capo di Faro, alla base del colle di S. Benigno, dal nome di un convento di benedettini che si trovava sulla sua sommità, verso il ponente genovese, sia stata eretta una torre, la cui cura, con un decreto, detto “delle prestazioni”, venne affidata agli abitanti della zona circostante “Habent facere guardiam ad turrem capiti fari”, questo il loro compito insieme a quello di rifornire costantemente la torre con fasci di “brugo” (erica secca) e “brisca” (ginestra secca) che servivano per alimentare il fuoco sulla torre. Questo combustibile era facilmente reperibile su tutte le alture che circondano la città, ma doveva essere un compito arduo raccogliere e trasportare grandi quantità di sterpi, forse l’incarico era svolto da schiavi o prigionieri. Tuttavia, per rendere più facile l’avvicinamento a Genova, si continuavano a tenere accesi anche dei fuochi sulle alture intorno alla città, anch’essi alimentati con erica ginestra.

Dai registri della locale autorità marittima del XII secolo risulta che niente veniva tralasciato per la cura e la manutenzione della torre e nel 1161 un decreto obbligava ogni nave in arrivo a pagare una tassa di approdo per contribuire alle spese di accensione del fuoco. Non doveva essere un’impresa facile alimentare ogni notte quella torre, che oggi non possiamo immaginare come fosse, né come gli uomini potessero accedere alla sua sommità, forse con delle scale di legno poste al suo interno, come risulta anche dalle cronache posteriori, oppure tramite una “coffa” o cesta, sicuramente di ferro, che veniva riempita con il combustibile e poi sollevata fino alla cima, ma dobbiamo affidarci all’immaginazione perché la prima immagine della lanterna si trova riprodotta a penna sulla copertina di un manuale del “Salvatori del Porto”, risalente al 1371. Questa copertina è stata recentemente restaurata e può essere ammirata nel Museo Marinaro di Genova.

Questa Corporazione, che gestì il porto a partire dal 1290 e che nel 1340, divenne anche i custode del faro, aveva provveduto a far dipingere sulla facciata Nord della torre inferiore lo stemma di Genova, una croce rossa in campo bianco, opera del pittore Evangelista di Milano. Questo stemma si deve essere perso nel tempo perché quello che vediamo oggi è stato progettato e dipinto dall’architetto Pettondi nel 1785 e restaurato, nel corso di lavori alla torre, nel 1991. In questo semplice disegno del manuale, tratto a mano da un ignoto, la Lanterna appare formata da tre tronchi ornati da merli, quello inferiore piuttosto largo e i due superiori, più stretti e sovrapposti, con solo due aperture nelle parti alte. Nello stesso manuale si trovano anche registrate le spese sostenute per l’illuminazione del faro e le nomine dei guardiani.

Nel frattempo però la torre aveva già affrontato molte traversie. La Lanterna poteva essere definita un faro “ghibellino” per lacaratteristica forma dei suoi merli a coda di rondine, diversi da quelli “guelfi”, a profilo perpendicolare. A Genova le due fazioni sono state in lotta per parecchi anni e questa guerra civile rischiava di indebolire la sua potenza. Nel 1318, in particolare, questi contrasti s’intrecciarono con la storia della Lanterna. I Guelfi si erano chiusi nella torre, assediati dalla fazione opposta che li bombardava con pesanti massi e pietre usando una rudimentale catapulta. I Guelfi riuscivano a resistere grazie ai rifornimenti che ricevevano da una galea ancorata nel porto, tramite una specie di teleferica che dal faro arrivava all’albero maestro della nave. I Ghibellini, visto l’inutilità dell’assedio, cominciarono a scavare le fondamenta della torre, rischiando di farla crollare, ma riuscirono solo a stanare i loro nemici per i quali non ebbero nessuna pietà. Le fondamenta del faro rimasero danneggiate e furono consolidate solo nel 1321.

Naturalmente nei secoli seguenti la Lanterna ha subito altri cambiamenti, non era ancora quella che noi vediamo oggi. E’ del 1326, come ci dice lo storico genovese Giustiniani, l’installazione sulla cima della torre della prima lanterna, chiusa da vetri e alimentata con olio d’oliva. Il vetro non era ancora perfezionato, il primo vetro, entrato in uso proprio nel Medio Evo, era spesso e poroso e si anneriva facilmente per via della fuliggine, così il combustibile veniva variato, secondo le condizioni atmosferiche, proprio per ovviare a questo inconveniente.

Nel 1400 la Lanterna fu usata anche come prigione. Per diversi anni (alcune fonti dicono 5, altre 10) vi furono rinchiusi come ostaggi, in cambio del trono di Cipro a Pietro Lusignani, Jacopo Lusignani e sua moglie Eloisa che in una piccola stanzetta diede alla luce il loro figlio Giano. Questi ostaggi furono in seguito liberati dal Doge Leonardo Montaldo. Viene da pensare come può essere cresciuto quel bambino, sospeso tra mare e cielo, cullato dalla musica delle onde e terrorizzato dall’infuriare delle tempeste che squassavano il faro, tra quelle mura umide e fredde.

Tra storia e leggenda la Lanterna continua a sfidare il tempo. Si sa che nel 1405 i guardiani del faro erano sacerdoti e che per questo sulla sua sommità furono innalzati un pesce e una croce, simboli cristiani; nel 1413 un decreto dei “Consoli del Mare” stanziò “36 lire genovine” per la gestione del faro, ormai considerato indispensabile per il porto di una Genova marinara, includendo anche le paghe dei guardiani e stabilendo le multe per quelli che non avessero portato a termine il loro compito con diligenza. Alcune delle storie che circondano la Lanterna raccontano che nel 1449 uno dei guardiani del faro era Antonio Colombo, zio paterno del più celebre Cristoforo che per un incarico di due mesi ottenne una paga di “21 lire genovine”.

La Lanterna si trova, e si trovava, in una posizione molto esposta, arrivando dal mare la si vede svettare sul porto, e si può immaginare com’era quando si trovava a picco su una roccia. Durante le tempeste era spesso colpita dal fulmine ed esistono registrazioni di questi avvenimenti e dei danni subiti dalla torre e dagli uomini che vi si trovavano. La Lanterna fu colpita dalle saette nel 1596 e nel 1602, con danni alla sommità e il ferimento di alcuni uomini. Siccome non esisteva nessun tipo di prevenzione per questi eventi naturali l’unico rimedio che i guardiani trovarono fu quello di far murare su ciascun lato della torre della targhe di marmo con incise delle preghiere. Ma altri fulmini caddero nel 1675 e nel 1778, finché, poco dopo, grazie alla recente invenzione di Benjamin Franklin, e all’intermediazione di Padre Glicerio Sanxais, un fisico dell’Università di Genova, sulla cima della torre fu installato un parafulmine.

Un’altra, truce leggenda narra che nel 1543, quando la Lanterna raggiunse la sua forma definitiva, l’architetto che l’aveva progettata fu gettato dalla cima della torre per ordine del Doge perché non potesse mai più eguagliare una simile costruzione. I malpensanti sostengono che forse l’ordine era stato dato per non pagare la parcella !! Tuttavia il nome del suo costruttore rimane un mistero, c’è chi dice che fu Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati. Chissà quale dei due ha fatto il famoso volo dalla cima della torre ? Ma si dice che, qualunque sia stato il costruttore avesse fatto un patto con il diavolo per portare a termine quella che doveva essere una delle più belle torri al mondo.

E’ facile raccontare la storia della Lanterna perché le sue “avventure” sono state registrate dalle varie Autorità Marittime che si sono succedute nei secoli: i “Consoli del Mare”, i “Salvatori del Porto”, i “Padri del Comune e Salvatori del Porto” ed i “Conservatori del Mare”.

Salendo le scale interne del faro per arrivare alla lanterna si provano sensazioni indescrivibili, come se le sue mura fossero intrise di tutti gli avvenimenti che l’hanno circondata. Su un pianerottolo un cancello nero, chiuso, cela una scala a chiocciola che sale vero l’alto, verso il buio, dove porterà ? Forse verso la prigione degli sfortunati Lusignani ? Altre porte murate dove conducevano una volta ? E’ un mistero che rende la salita ancora più interessante ed emozionante.

Bisogna però arrivare al 1500 perché la Lanterna raggiunga la sua forma definitiva, e questi avvenne in seguito a tragici avvenimenti. Sembra che la storia di questo faro sia legata indissolubilmente a fatti di guerra, a cospirazioni e lotte intestine.

Il 26 Agosto 1502 Luigi XII, Re di Francia, arrivò a Genova, chiamato dalle famiglie patrizie genovesi. All’inizio fu accolto con grandi festeggiamenti, ma in seguito la situazione cambiò e Luigi XII, che da ospite era diventato occupante, fece costruire ai piedi della torre il forte “Briglia”, così chiamato perché l’onere e la fatica della costruzione toccò tutto ai Genovesi e furono proprio questi, capitanati da Andrea Doria, che, per liberare la città dai francesi, la assalirono dal mare nel 1512 e con una cannonata tranciarono a metà la torre, che rimase monca per trent’anni, lasciando Genova priva del suo faro.

Su questo troncone nel 1543 fu edificato il nuovo faro come lo conosciamo oggi, su commissione del Doge Andrea Centurione e finanziato dal Banco di San Giorgio. Furono impiegati molti materiali, come riportato dagli storici: 120.000 mattoni, 2.600 palmi di pietra lavorata a scalpello, 160 metri quadrati di pietre provenienti dalla cava di Carignano. In questa fase la primitiva merlatura ghibellina fu sostituita con un muro in pietra e all’interno è stata costruita una scala in pietra per sostituire quelle precedenti in legno che potevano essere rimosse in caso di attacco alla torre. Una lapide, ancora visibile all’interno del faro, celebra l’avvenuta costruzione del Faro di Genova. (1)

Dunque, nel 1543 la Lanterna ha finalmente raggiunto la sua forma definitiva e sulla sua sommità fu posta una nuova cupola che subirà diverse modifiche e riparazioni nel corso dei secoli successivi anche per i danni subiti a seguito di eventi bellici. Un portolano manoscritto del XVI secolo riporta: “a miglia 14 da Peggi (Pegli, pochi Km a ponente di Genova), città con buonissimo porto e alla parte di ponente, vi è una lanterna altissima e dà segni alli vascelli che vengono a piè di detta lanterna”.

A quell’epoca la luce della Lanterna si poteva già vedere da molto lontano, anche se non si trova specificata la portata, perché la sua nuova cupola era stata ricoperta con cristalli nuovi particolarmente lavorati e curati da maestri vetrai liguri, provenienti da Altare o da Masone e alla fine non mancarono anche i vetrai veneziani, chiamati per migliorare ancora la luminosità della Lanterna.

I custodi del faro, chiamati “turrexani della torre”, dovevano porre una cura particolare nella manutenzione e nella pulizia di questi cristalli e per compiere bene il loro lavoro ricevevano bacinelle, spugne di mare, panni di cotone e bianco d’uovo; tutto dipendeva da questo perché la luce potesse diffondersi il più lontano possibile. Inoltre i guardiani, per eseguire meglio i loro compiti, avevano l’obbligo di vivere all’interno della struttura con le loro famiglie.

Tra il 1711 e il 1791 vi furono altri interventi sulla torre: vi furono posti tiranti e chiavarde per irrobustire la costruzione, visibili ancora oggi all’interno, e furono consolidate le fondamenta.

Agli inizi del 1800 un ingegnere francese, Augustin Fresnel (1788-1827) aveva inventato un’ottica rivoluzionaria destinata ai fari che stavano prendendo campo perché considerati di grande ausilio alla navigazione a vela. Si trattava di speciali lenti diottriche assemblate in modo da far convergere la luce in un punto al centro a occhio di bue e fare uscire i raggi luminosi parallelamente all’asse, aumentando così il loro potenziale e spingendoli lontano moltiplicati e ingranditi. Queste lenti di Fresnel furono installate nel 1841 nel faro di Genova, che allora funzionava ancora con olio d’oliva, insieme a un’ottica rotante sospesa in un bagno di mercurio, che funzionava con un congegno ad orologeria che doveva essere caricato a mano ogni 5 ore, cambiandone definitivamente la fisionomia e aumentandone la portata a 15 miglia.

Più tardi, nel 1881, la Lanterna rischiò di essere declassata perché era stato deciso di costruire un nuovo faro sul promontorio di Portofino, ma, superato questo pericolo, fu invece deciso di potenziarlo, e nel 1898 l’olio d’oliva fu sostituito dal gas di acetilene che, a sua volta, fu ancora sostituito nel 1904 da petrolio pressurizzato, e nel 1936 la Lanterna fu finalmente elettrificata. Negli anni successivi nella cupola avvennero altri cambiamenti dovuti all’avanzare della tecnologia: l’antico impianto di rotazione a orologeria che era manovrato a mano fu sostituito con un impianto di rotazione elettrico e il vecchio apparato rotante a bagno di mercurio fu sostituito con uno nuovo montato su cuscinetti a sfere e vi fu inoltre installato un faro elettrico indipendente di riserva.

La sua storia non finisce qui, la maestosa signora da sette secoli domina il porto e la città dall’alto dei suoi 77 metri (117 sul livello del mare), a Lat. 44° 22′ 15″ Nord – Long. 8° 54′ 20″ Est, ed è il secondo faro più alto d’Europa, ma la sua base non si bagna più nel mare, come nei tempi antichi.

Ormai da qualche tempo il porto è stato ampliato, nuovi moli sono stati costruiti e un moderno aeroporto le fa da sfondo, ma lei è sempre lì, come una gran dama altera e immutabile, e ogni notte lancia sul mare il suo fascio luminoso che può essere visto a 26 miglia di distanza. La sua caratteristica luminosa : luce 0.25 eclisse 4,75 luce 0’25 eclisse 14,75 = 20s di periodo. Oggi è anche radiofaro circolare di atterraggio per la radionavigazione Se qualcuno vuole avventurarsi a salire i suoi 365 gradini si trova davanti una vista mozzafiato a 360° su Genova, sulla Riviera e sui monti che circondano la città.

C’è chi dice che oggi i fari non sono più necessari perché le navi moderne sono dotate di mezzi e tecnologie di ausilio alla navigazione che rendono superato qualsiasi tipo di segnalazione a vista, ma è bello pensare che anche i marinai di oggi, rientrando nel porto di Genova, sulle più moderne e sofisticate navi da crociera vedendo brillare in lontananza la luce della Lanterna sentano di tornare a casa, come accadeva ai loro antenati.

Il faro è curato da Angelo De Caro, da anni suo custode e amico, Come gli antichi “turrexani” Angelo sale ogni giorno fino alla cupola usando un piccolo montacarichi che vi è stato installato diversi anni fa e si prende cura delle lenti di Fresnel, tenendole lucide e brillanti, così come della lampadina da 1000 Watt. Angelo De Caro è solo sulla Lanterna, ormai completamente automatizzata, e suo compito principale è solo controllare che tutto funzioni a dovere ma Angelo è anche un personaggio.

La Lanterna è molto conosciuta, sia per la sua forma piuttosto insolita, sia perché è il simbolo stesso della città di Genova, e Angelo riceve spesso richieste d’informazioni sulla “sua” Lanterna, informazioni che lui fornisce di buon grado raccontando di come si senta tutt’uno con lei, di come ne sia geloso e orgoglioso. Angelo de Caro fa il farista da molti anni, ha girato tutta l’Italia, ha anche salvato la vita a dei naufraghi quando si trovava al faro di Capo Rossello in Sicilia, e questa sua vita di romitaggio la si sente tutta nel suo parlare, lento, cadenzato che ricorda il rotare della lanterna.

Angelo si definisce un romantico eremita e dice che anche in un faro grande si sente la solitudine, che se uno strano non è, strano diventa, un po’ orso anche, ma Angelo De Caro è un uomo grande, questo lo ha reso lo stare tutto il giorno a contatto con la grande, antica signora, il vivere in simbiosi con lei, il prendersi cura della sua bellezza, fare in modo che la sua luce brilli il più lontano possibile perché chi la vede lampeggiare durante la notte possa dire: “Guarda, la Lanterna!!!”.

 

(1) “Nell’anno 1543, sedicesimo della restituita libertà, Pietro Giovanni Cibo Clavica, Giovanni Battista Lercari fu Domenico e Luciano Spinola fu Guglielmo, Padri del Comune, rinnovarono questa torre che una volta i nostri nobili antenati costruirono, e che nel 1512, nell’assedio della Fortezza della Lanterna, fu distrutta dal lancio di proiettili”

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |26 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CAPO CACCIA

ALGHERO, SARDEGNA

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. : 40° 02’ Nord – Long. : 8°29’ Est.

 

Questo faro che porta il numero 1418 nell’elenco Fari italiani si trova a circa 25 Km a ovest di Alghero, in Sardegna.

La sua collocazione è molto particolare : si trova in cima ad un dirupo, proprio al di sopra delle famose Grotte di Nettuno, una formazione geologica antichissima, scavata nella roccia a livello del mare, un trionfo di stalattiti e stalagmiti, raggiungibili via mare o a mezzo di un’interminabile a scalinata di 656 gradini, la  “Escala del Cabriol”, che parte proprio dal punto in cui inizia il sentiero verso il faro.  Qui si incontra un piccolo cancello verde con la solita targa gialla che recita “Zona Militare – Divieto di accesso” che, naturalmente, serve a dissuadere anche il più fanatico e curioso amante dei fari.   Come aggirare l’ostacolo ?  Beh, ognuno ha i suoi segreti.

La storia del faro nasce nel 1800, il secolo della farologia, il secolo in cui è stata costruita la maggior parte dei fari in tutto il mondo e più esattamente nel 1864, lo stesso anno di quello di Capo Sandalo, sull’Isola di San Pietro, ed è sempre stato in attività.

La sua lanterna è stata illuminata con i combustibili più diversi, tra cui l’acetilene fino a circa il 1880, seguito dai vapori di petrolio finché, nel 1961,  è arrivata l’elettricità.  Monta un’ottica rotante, una delle dieci che si trovano in Sardegna,  con lenti di Fresnel con 4 pannelli a 90° equidistanti tra loro di tipo O.R. 375/4 a luce bianca e lampi singoli, costruita dalla B.B.T. di Parigi nel 1951.   Ora è illuminata da una lampada alogena da 1000 Watt come tutti gli altri fari italiani. La sua luce  è visibile a 34 miglia di distanza, uno dei fari con maggiore visibilità nel Mediterraneo, e la sua luce ha un periodo di 5” (0,2” di luce e 4,8” di eclisse) e l’ottica compie un giro completo ogni 20”. Se questo può sembrare troppo tecnico o magari astruso, ecco più semplicemente : la lanterna emette un lampo bianco ogni 5”.  Funziona inoltre come faro d’atterraggio per gli aerei in arrivo all’aeroporto di Alghero.

Il faro si trova proprio in cima allo strapiombo che segna l’estremità del golfo di Porto Conte, a picco sul mare ed è un grande caseggiato bianco a tre piani, avvolto nella gabbia di Farday che lo protegge dai fulmini e che gli da uno strano aspetto a quadretti.   E’ una costruzione imponente, sulla cui sommità svetta una torre di circa 24 metri che, sommati, all’altezza della scogliera, porta l’altezza totale del faro a 186 metri sul livello del mare e che fa di Capo Caccia il faro più alto d’Italia.  L’aspetto architettonico di questo faro ricorda, nella sua tipologia, quello di molti altri fari italiani costruiti dal Genio Civile  e dal Ministero dei Lavori Pubblici nella seconda metà del 1800, quando si era reso necessario illuminare, magari in fretta, le coste di un’Italia ormai unificata.  Queste costruzioni sono state purtroppo innalzate da ignoti ingegneri o architetti i cui nomi forse giacciono in qualche vecchio archivio dove sarebbe possibile trovare i piani per questa e altre costruzioni, ma non è facile arrivarci.

Il casamento centrale, quadrato, con la torre che svetta al centro, era il modello più comune, pur diversificando i materiali utilizzati ed i colori per distinguere i vari fari.  Non bisogna dimenticare che parallelamente alla costruzione di questi imponenti signori della notte corrono eventi storici che ne hanno influenzato lo stile e la collocazione.

Quando si parla di un faro si intende parlare anche del suo guardiano. Molti anni fa  guardiani e fari erano strettamente legati uno all’altro, in quanto questi dipendevano strettamente dall’uomo che si prendeva cura di lui.  Oggi i fari automatizzati splendono sempre nella notte e i guardiani sono una specie in via d’estinzione, ma qualcuno rimane e, quando c’è, questo legame si fa sempre sentire.

L’ultimo guardiano, o farista, come si chiamano oggi, del faro di Capo Caccia è stato  Luigi Critelli, genovese, che vi è entrato nel Dicembre del 1994.  La sua è una storia particolare : impiegato presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare a Genova non aveva una particolare inclinazione per i fari, ma solo un grande amore per il mare e la pesca e, forse, anche una certa idiosincrasia per la vita di città quando, per puro caso, si trovò tra le mani un foglio della Marina che cercava personale disponibile a lavorare nei fari.   Fu quasi una folgorazione e, dopo aver convinto la sua famiglia, fece domanda alla Marina che l’accettò. Tra lui e il faro c’era ancora in corso di farista  a cui Luigi partecipò e alla fine, il 21 Dicembre 1994, arrivò a Capo Caccia.  Era una scommessa, la moglie, Maria Teresa, insegnante, i figli, Vincenzo e Fiorenza, ancora piccoli, erano rimasti a casa in attesa che lui si sistemasse e lui si sistemò, superando le difficoltà dell’inizio con l’entusiasmo di un neofita.    La famiglia si riunì presto e hanno vissuto tutti nel faro  in una beata solitudine che non dispiace a nessuno.   Conducevano una vita come quella di tutte le altre famiglie, la moglie insegnava ad Alghero, i figli, ormai grandi, andavano a scuola e Luigi aveva le sue quotidiane mansioni a cui attendere, ma quando si riunivano lo facevano in una casa bomboniera, affacciata sull’infinito.

Luigi aveva anche due colleghi che dividevano con lui il lavoro non solo sul faro, ma anche su tutti gli altri segnalamenti che fanno parte della reggenza di Capo Caccia, fino a Bosa Marina e a Porto Conte, perché le luci in mare sono importanti e devono essere viste molto chiaramente.  Naturalmente il faro occupava la maggior parte del suo tempo, c’era da fare la manutenzione ordinaria e straordinaria e, soprattutto, da tenere puliti i vetri della lanterna e le lenti di Fresnel.  Il faro è alto sul mare, ma quando gli elementi si scatenano il mare può fare dei danni anche lassù.  Davanti a Capo Caccia si trova una piccola isola,  La Foradada, e quando il  mare è in tempesta le onde frangono sull’isolotto e l’acqua nebulizzata arriva fino alla cima della lanterna portando con sé tutto il sale del mare.

Ogni faro ha la sua storia da raccontare, spesso sono storie fantastiche legate alla sua costruzione o alla vita dei guardiani che si sono susseguiti nel tempo, alle volte in queste storie entrano anche i fantasmi, e abbiamo chiesto a Luigi se il suo faro aveva una di queste storie da raccontare.  Lui ha detto di no, non ne conosceva, poi, però ha ricordato uno strano episodio che gli era capitato nei primi tempi, dopo due mesi che abitava lassù, da solo.   Un pomeriggio, stanco, si era appisolato, si trovava in uno stato di dormiveglia e forse stava sognando, non ricorda, ma ha sentito chiaramente bussare alla porta, poi qualcuno è entrato, gli si è avvicinato e ha detto a una terza persona : “Sta dormendo, veniamo un altro giorno”  .  Luigi si è svegliato, e non ha visto nessuno, così nei giorni seguenti ha chiesto a tutte le poche persone che conosceva se erano andati al faro  ma nessuno era arrivato fin lassù e nessuno era andato a cercarlo il giorno seguente.  Lui la racconta così, come una cosa strana che gli è capitata e che gli è rimasta impressa e a cui non sa dare una spiegazione, anche se forse una spiegazione ce l’ha, ma quale ?

Ecco la storia del faro di Capo Caccia,  un faro in cima al mondo, dove chiunque di noi vorrebbe trovare il suo paradiso privato.

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |19 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

FARO DI ILE VIERGE

NORD FINISTERE, BRETAGNA – FRANCIA

 di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 48° 38’  Nord   Long. 04° 34’  Ovest

 

Vierge è una piccola isola che si trova lungo la costa Nord Occidentale della Francia, in quella Regione, Finistère (Finis Terrae, la fine del mondo) tristemente nota ai naviganti per le sue coste frastagliate e pericolose.  Vierge stessa non è altro che uno scoglio più grande in mezzo ad una barriera di scogli, bassi e disseminati in mare, un pericolo costante anche a causa delle alte maree.  Il governo francese acquistò l’isola nel 1840 per costruirvi un faro, una torre quadrata in granito alta 32 metri, con una portata di 14 miglia, inaugurata il 15 Agosto 1845, che si rivelò subito inadatta ad illuminare quel largo tratto di mare.

 

Nel 1882 la autorità decisero di costruire un nuovo faro, senza abbattere il vecchio, ma i lavori iniziarono solo nel 1897 per terminare nel 1902.  Il risultato è grandioso : una torre cilindrica in granito scuro di Kersanton, con una base di 13,20 metri e alta 82 metri che diventa il più alto faro d’Europa, superando anche la Lanterna di Genova, che, con i suoi 77 metri, aveva detenuto il primato fino a quel momento.  Per salire in cima al faro si devono salire 365 gradini, più altri 35 per raggiungere la lanterna, per un totale di 400 scalini.   Una cosa che lascia senza fiato, tutta la parete che circonda la lunga scala a chiocciola, fino al soffitto, è ricoperta da 12.500 piastrelle di opalina azzurra di origine italiana, che dà a tutto l’insieme l’aspetto di un acquario.  In realtà pare che questa copertura abbia una funzione pratica : l’opalina è costituita da polvere d’osso e di vetro mescolate insieme e queste piastrelle proteggono le pareti dalla polvere e dall’umidità.  Un altro faro francese ha questa decorazione lungo la scala, il faro di Eckmühl, con la differenza che queste ultime provengono dalla manifattura francese di Saint-Gobin.

 

All’inizio il faro funzionava a petrolio, ed è stato elettrificato nel 1956.  L’energia è fornita da una batteria ad accumulatore alimentata da un  impianto eolico ed è illuminato da un bulbo alogeno da 650 Watt che emette un lampo bianco ogni 5 secondi con una portata di 27 miglia.  Il corno da nebbia che emette un suono di 3 secondi ogni 3 minuti è stato sistemato nel vecchio faro, dove si trovano anche gli alloggi dei guardiani.

 

 

 

 

Benché si trovi su un’isolotto ad un chilometro e mezzo dalla terraferma, questo faro è considerato a tutti gli effetti “un faro d’alto mare” .  Se la marea lo permette la torre è visitabile da Giugno a Settembre ed i guardiani, che vi si trovano ancora, guidano volentieri i visitatori su per la lunga scala per fare ammirare la superba vista dall’alto del faro.

 

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |18 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

Introduzione di Annamaria “Lilla”Mariotti

Pubblico qui una storia che si è svolta durante la seconda guerra mondale,  scritta da Cristina Palumbo Grandinetti, una cara amica e una persona che l’ha vissuta in prima persona, da bambina, la figlia di Enrico Mario Aristogitone Palumbo Grandinetti allora farista del  faro di Marettimo e che, diventata adulta, ha voluto scrivere un omaggio a  suo padre, che  ha compiuto  un’impresa coraggiosa e molto pericolosa per quei tempi, conservando il faro di Punta Libeccio, a Marettimo, per i posteri. Mi è giunta voce che il faro è in vendita, forse diventerà un altrto albergo di lusso, ma senza  il  coraggio e l’intraprendenza di quell’uomo oggi il faro non esiterebbe più

 

Come mio padre salvò il faro di Marettimo

durante la 2ª guerra mondiale

di Cristina Palumbo Grandinetti

Mio padre, ha trascorso 20 anni nella Regia Marina, asumendo anche la carica di guardiano dei fari. Cominciò a riflettere sui fari dopo un lungo imbarco sulla Cristoforo Colombo, allorché allo sbarco sul molo Beverello di Napoli, vide la reazione d’un bimbetto che per la lunga assenza del genitore, non volle accettare le carezze dello stesso, perché sconosciuto alla sua mente puerile. Quello episodio fu decisivo per mio padre e giurò che non doveva mai capitare a lui una cosa del genere, se un giorno avesse messo su famiglia, la sua vita doveva svolgersi a terra. Passò, quindi, ai sommergibili della base di Taranto e dopo al Corpo delle Capitanerie di Porto. Pertanto, allo scoppio della seconda guerra mondiale si trovò a prestare servizio, col grado di nostromo, presso il comando di Trapani.

 

Ritengo opportuno tornare un po’ indietro nel tempo e descrivere l’inizio della sua vita militare. Il suo grande amore per il mare sbocciò all’età d’otto anni, quando lasciò il suo paese natio in Sila: Paterno Calabro, in provincia di Cosenza, in cui era nato il 28.12.1914. Avendo perso il padre all’età di soli tre anni durante la prima guerra mondiale per un attentato a un treno, la sua esistenza subì una svolta determinante. Dal padre avrebbe avuto sicuramente una buona guida allo studio, essendo stato questi un insegnante di latino e greco a Roma. Ma a otto anni percepì il primo odore di salsedine a Napoli, dove dovette trasferirsi presso uno zio, generale e comandante della scuola militare “Statela “.

Il contatto con i militari forgiò e fortificò il suo corpo e la sua mente, fu così che decise di diventare marinaio e a sedici anni fuggì per arruolarsi in Marina. S’imbarcò sulla nave scuola “ Amerigo Vespucci”, passando poi a studiare presso la scuola navale “ Morosini “ di Venezia. Della sua vita, anche pericolosa, egli ne ha fatto delle storie, testimoniate anche dalle foto, e che noi figli da piccoli ascoltavamo in quei silenzi del faro, dove solo il vento e i rumori della notte ci riportavano all’ordine per andare a letto convinti di essere anche noi dentro quei fantastici racconti. Inizia così la vita militare di mio padre Enrico Mario Aristogitone Palumbo Grandinetti…..

Durante il periodo della guerra, con tutte le sue vicissitudini, ho detto già prima che prestava servizio col grado di nostromo alla Capitaneria di Porto di Trapani e subito dopo fu assegnato all’isola di Marettimo, il cui segnalamento marittimo: Punta Libeccio, era di vitale importanza per i naviganti. In occasione di questo trasferimento, conobbe mia madre, una bellissima isolana di cui si innamorò perdutamente e che sposò.  Senza dubbio, i meno giovani si ricorderanno di Caterina Campo, della famiglia intesa di Iacu Cristu, in via G. Pepe (u canaluni da pilusa ai lati della ex-chiusa).

Marettimo, 29 ottobre 1942

Nozze di Caterina ed Enrico Palumbo Grandinetti

Questo trasferimento quasi voluto dal destino, fu avvantaggiato dal fatto che certamente la vita non era tanto facile per il nostro protagonista, poiché proprio in quel periodo si avvicinava lo sbarco degli americani, ed essendo questi allora dichiarati nostri nemici, i tedeschi facevano di tutto per ostacolarli, facendo anche saltare le banchine del porto di Trapani per impedirne lo sbarco. Ma col senno del poi, con questa distruzione, anziché ostacolare, facilitarono lo sbarco dei mezzi anfibi statunitensi che trovarono tutto spianato.

Tali piani non erano condivisi da papà e perciò in mezzo a tutto quel grande caos, chiese apposta di passare ai fari e essendo un conoscitore del luogo non ebbe difficoltà a diventare guardiano del faro di Marettimo.

Fu a quel punto della guerra che mio padre ebbe l’ordine dall’Ammiraglio Manfredi di distruggere anche il faro, facendolo saltare con l’esplosivo, proprio come era stato fatto con le banchine di Trapani. Indubbiamente, il faro era un punto di riferimento molto importante e fondamentale per il nemico, ecco il motivo di tale scelta strategica militare.

In quel periodo il Comandante del Porto era un certo Di Leo, descritto da mio padre uomo capace, di grande valore e pregio. Per eseguire l’ordine, arrivarono da Trapani 250 kg di tritolo, trasportati addirittura da un mezzo privato, mettendo così a repentaglio la vita di un equipaggio formato da marinai e pescatori marettimari. Il comandante del natante in questione era zio Mario Torrente.

Venne sbarcato tutto sotto la costa del faro, zona impervia e rischiosa, non esistendo un approdo sicuro e l’esplosivo venne accuratamente sistemato nelle adiacenze del faro, affinché nulla restasse dopo la deflagrazione.

Il tenente Tarantino, allora capoposto, lasciò la postazione, tornando in paese per una strada scoscesa lunga 9 km. Capo Russo fece lo stesso con i marinai ai suoi ordini, intuendo il grave pericolo di vita che correvano.

Rimasero così solo mio padre e l’artificiere che gli disse: “Capo, io non me la sento, è troppo pericoloso perché la miccia è troppo corta e non c’è il tempo di mettersi in salvo, moriremo tutte e due senza pietà”. Comprendendo ciò, mio padre prese una decisione definitiva cambiando tattica. Quindi entrò nel faro, prese una tronchesina che mio padre poi conservò gelosamente per tutta la vita ed è tuttora esistente, e tranciò una parte della miccia per fermare la combustione.

Era però necessario fare qualcosa per non trasgredire agli ordini, altrimenti si sarebbe trattato di tradimento da corte marziale…. Allora mio padre lanciò una bomba a mano verso la zona minata lungo la scogliera. La tal cosa causò una forte esplosione che fece volare per lo spostamento d’aria i due uomini per un paio di metri. All’epoca, papà aveva 28 anni e pertanto i danni fisici furono limitati.

Il boato fu sentito distintamente in paese e tutti si chiesero se i due eroi fossero sopravvissuti, furono quindi accolti con grande esultanza quando ritornarono sani e salvi. Il faro di Punta Libeccio, tanto conteso oggi dai marettimari, esiste ancora per merito suo suo

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Anni ’50, al faro con la famiglia i Palumbo Grandinetti al completo

La vita di mio padre cambiò un poco dopo questo episodio, ebbe parecchi problemi, ma la sua capacità di difendersi ebbe la meglio e divenne in paese l’amico di tutti. Rimase nell’isola fino a quando i figli non furono cresciuti e nacque la necessità di trasferirsi sulla terraferma per farli studiare.

Questo era mio padre, uomo di grande valore, padre eccezionale, eroico guardiano del faro, che terminò la sua carriera a Siracusa, da lui amata profondamente e dove oggi riposa. Non dimenticherò mai la luce dei suoi occhi cerulei, il giorno in cui nel porto di Siracusa entrò a vele spiegate il suo primo amore: l’Amerigo Vespucci.

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |12 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CAPE BYRON

NUOVA GALLES DEL SUD  – AUSTRALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 28° 38’ Sud    Long 153° 38’ Est

 

 

Sulla costa orientale della Nuova Galles del Sud, in Australia, si trova una ridente cittadina turistica, Byron Bay, meta di vacanze per Australiani, ma anche per turisti da ogni parte del mondo, 800 chilometri a Nord di Sydney e 175 a Sud di Brisbane.

Sul lato est della città si trova un piccolo promontorio, Cape Byron, il punto più ad Est del Continente Australiano, che si dimostrò una località ideale per la costruzione di un faro.

L’Australia, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, stava diventando sempre più importante anno dopo anno e, secondo le parole dell’allora Governatore del Nuovo Galles del Sud, John See, “Il Governo aveva fatto quanto altri nel mondo per rendere le coste più sicure possibile perché era necessario mantenere la via aperta”   Si racconta che sia stato il capitano Cook a chiamare quella zona  Cape Byron in onore di John Byron, nonno del celebre poeta inglese.

Il 1° Dicembre 1901 a Cape Byron fu inaugurato un faro costruito in blocchi di cemento armato dall’architetto  Charles Harding,  nello stile del suo predecessore  James Barnet, per molti anni architetto della colonia, dove aveva costruito anche il faro di Macquire e al quale Cape Byron somiglia.  Le lenti di Fresnel di primo ordine installate nella lanterna erano state costruite dalla ditta francese Henry Lepante di Parigi, pesavano 8 tonnellate, erano formate da 760 pezzi di vetro prismatico e funzionavano con un sistema ad orologeria.  Il bruciatore concentrico a sei stoppini aveva una potenza di 145 candele.   Questo sistema è stato sostituito nel 1922 da un bruciatore a vapori di kerosene che sviluppava una potenza di 500 candele.   Nel 1956, quando il faro è stato elettrificato, la sua potenza è stata portata a 2.200 candele con una portata di 27 miglia, diventando così il faro più potente di tutta l’Australia e il meccanismo ad orologeria è stato sostituito da un motore elettrico.   Una luce rossa ausiliaria è stata installata per segnalare due pericolosi scogli a Nord Est.

Il giorno dell’inaugurazione venne preparato un grande banchetto per festeggiare l’evento e furono invitate tutte le più importanti personalità, tra le quali l’allora Governatore John See.

Il caso volle che il mal tempo e il mare in tempesta non consentissero alla nave che trasportava il Premier di arrivare in tempo.  Nonostante questo il banchetto fu tenuto ugualmente quel giorno, mentre nuovi festeggiamenti si tennero il giorno seguente all’arrivo dell’importante personaggio.

Il faro più antico dell’Australia (il Macquire) e i più potente (Cape Byron) sono molto simili nella struttura, un caseggiato bianco sormontato da un’alta torre massiccia che termina con una grande lanterna al di sopra di un terrazzino con la ringhiera di metallo, un omaggio dell’architetto che lo ha costruito al suo predecessore.

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |5 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

FARO DI ILE VIERGE

NORD FINISTERE, BRETAGNA – FRANCIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 48° 38’  Nord   Long. 04° 34’  Ovest

 

Vierge è una piccola isola che si trova lungo la costa Nord Occidentale della Francia, in quella Regione, Finistère (Finis Terrae, la fine del mondo) tristemente nota ai naviganti per le sue coste frastagliate e pericolose.  Vierge stessa non è altro che uno scoglio più grande in mezzo ad una barriera di scogli, bassi e disseminati in mare, un pericolo costante anche a causa delle alte maree.  Il governo francese acquistò l’isola nel 1840 per costruirvi un faro, una torre quadrata in granito alta 32 metri, con una portata di 14 miglia, inaugurata il 15 Agosto 1845, che si rivelò subito inadatta ad illuminare quel largo tratto di mare.

 

Nel 1882 la autorità decisero di costruire un nuovo faro, senza abbattere il vecchio, ma i lavori iniziarono solo nel 1897 per terminare nel 1902.  Il risultato è grandioso : una torre cilindrica in granito scuro di Kersanton, con una base di 13,20 metri e alta 82 metri che diventa il più alto faro d’Europa, superando anche la Lanterna di Genova, che, con i suoi 77 metri, aveva detenuto il primato fino a quel momento.  Per salire in cima al faro si devono salire 365 gradini, più altri 35 per raggiungere la lanterna, per un totale di 400 scalini.   Una cosa che lascia senza fiato, tutta la parete che circonda la lunga scala a chiocciola, fino al soffitto, è ricoperta da 12.500 piastrelle di opalina azzurra di origine italiana, che dà a tutto l’insieme l’aspetto di un acquario.  In realtà pare che questa copertura abbia una funzione pratica : l’opalina è costituita da polvere d’osso e di vetro mescolate insieme e queste piastrelle proteggono le pareti dalla polvere e dall’umidità.  Un altro faro francese ha questa decorazione lungo la scala, il faro di Eckmühl, con la differenza che queste ultime provengono dalla manifattura francese di Saint-Gobin.

 

All’inizio il faro funzionava a petrolio, ed è stato elettrificato nel 1956.  L’energia è fornita da una batteria ad accumulatore alimentata da un  impianto eolico ed è illuminato da un bulbo alogeno da 650 Watt che emette un lampo bianco ogni 5 secondi con una portata di 27 miglia.  Il corno da nebbia che emette un suono di 3 secondi ogni 3 minuti è stato sistemato nel vecchio faro, dove si trovano anche gli alloggi dei guardiani.

 

Benché si trovi su un’isolotto ad un chilometro e mezzo dalla terraferma, questo faro è considerato a tutti gli effetti “un faro d’alto mare” .  Se la marea lo permette la torre è visitabile da Giugno a Settembre ed i guardiani, che vi si trovano ancora, guidano volentieri i visitatori su per la lunga scala per fare ammirare la superba vista dall’alto del faro.

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |29 Novembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CABO MAYOR

Santader, Cantabria, Spagna

Lat 43°29’ Nord – Long 3°47’ Ovest

 

Santader è una grande città fino dal 1755, quando ha ottenuto il titolo, è capitale regionale della Cantabria, è, ed è sempre stata  un porto molto importante con il suo traffico di merci e persone, soprattutto nel XVI secolo, per il commercio della lana con le Fiandre.  La città si trova all’interno della stretta baia omonima che forma un porto naturale,  situata sulla costa Nord della Spagna, che si apre sul Golfo di Biscaglia e sull’Oceano Atlantico.  L’accesso a questa baia è molto pericoloso a causa di alcune piccole isole e  di una lingua di sabbia che restringono il suo ingresso, inoltre i venti dominanti da Ovest e, specialmente durante l’inverno, le tempeste molto frequenti sulle coste Nord della Spagna, rendono ancora più pericolose e difficoltose le manovre per entrare nella baia.

 

Fino dai tempi più antichi a Cabo Mayor, un piccolo promontorio che si trova a destra dell’ingresso della baia,  si trovava una torre di segnalazione sulla quale veniva acceso un fuoco durante le notti tempestose per guidare il ritorno delle molte barche dei pescatori, mentre di giorno le segnalazioni erano fatte per mezzo di bandiere colorate.  Ma tutto questo non era più sufficiente per il traffico marittimo, che andava aumentando negli anni, così nel 1776 un locale uomo d’affari chiese l’autorizzazione per costruire un faro a Cabo Mayor, chiedendone anche la gestione che avrebbe ottenuto con il pagamento dei diritti pagati dalle navi in arrivo.   Il permesso non gli fu accordato e il capo e la baia rimasero ancora al buio.

 

Il progetto fu ripreso due anni dopo, nel 1778, quando le autorità proposero un sistema per illuminare la baia e il porto di Santader, e fu deciso che l’opera sarebbe  stata realizzata a spese del Tesoro Reale.   La zona di Cabo Mayor fu subito esclusa a causa della sua lontananza dal porto, vennero quindi presi in considerazione due progetti : il primo prevedeva la costruzione di un faro all’ingresso  della baia proprio sulla lingua di sabbia che ne restringeva l’entrata, abbastanza alto da essere visto dal mare al di là di Cabo Mayor;  il secondo, invece, proponeva la costruzione di una fortezza sulla cui sommità sarebbe stato posto il faro, in modo da raggiungere due obiettivi, quello di proteggere la città e di illuminare il mare.   Per motivi che non sono giunti ai posteri, entrambi i progetti furono abbandonati.

 

Dovevano passare ancora molti anni prima che fosse presa una decisione. Si era arrivati al XIX secolo, i commerci con le Americhe avevano apportato grandi cambiamenti alla città, la popolazione era cresciuta,  il porto e i cantieri navali si erano espansi, non era più possibile dilazionare la costruzione di un faro, ormai divenuta indispensabile.

 

Nel 1833 le Autorità Portuali decisero quindi di costruire il faro, che sarebbe stato pagato con i tributi delle navi in arrivo, esattamente a Cabo Mayor, nello stesso posto scelto nel lontano 1776 e che era stato in seguito scartato, dove il faro si trova ancora oggi.   Il faro fu acceso solennemente per la prima volta  il 15 Agosto 1839, mentre ai suoi piedi la gente ballava e cantava. Per l’occasione la torre era stata ricoperta di piccole bandierine di carta, forse per ricordare l’antico faro che, di giorno, indicava la strada ai pescatori proprio con le bandiere.  La lanterna era illuminata da tre stoppini circolari funzionanti ad olio, la cui luce era aumentata da un sistema di riflettori. L’apparato ottico aveva otto lenti e cento specchi nella parte superiore e sessanta specchi in quella inferiore per riflettere la luce.  A quel tempo la lanterna consumava circa 200 grammi di olio all’ora.

 

Il faro ha subito molti cambiamenti nel corso del tempo, ma non nella sua struttura, che é rimasta quella originale. Nel 1893 fu anche testimone di una grande tragedia del mare, il mercantile Cabo Machichaco esplose nel porto, con la perdita di più di 500 vite umane e molti danni alle strutture a terra.

 

Con la tecnologia che avanzava, solo la lanterna ha subito modifiche, la più importante delle quali è stata l’elettrificazione nel 1920 e poi, nel 1954 l’installazione di un moderno segnale da nebbia e nel 1958 è diventata anche un radiofaro.

 

La torre è imponente, bianca, alta 30 metri, con una larga base circolare situata su un grande piazzale a picco sul mare e la sua luce spazza il mare con una portata di 21 miglia.  Vicino si trovano due basse costruzioni che servivano una volta per gli alloggi dei guardiani e per il combustibile e che oggi vengono usati come magazzini per i macchinari.

Il faro è di proprietà del Governo Spagnolo ed è gestito dall’Autorità Portuale di Santander. All’interno del faro si trova una targa posta dal Dipartimento del Commercio di Santander :

“Questo faro fu costruito con molti tormenti

guida sicura su coste incerte

utile nei giorni di bel tempo

necessario in quelli tempestosi

e onorabile in altri più quieti

Anno 1838”

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |29 Novembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CABO DE SÃO VICENTE

ALGARVE – PORTOGALLO

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Latitudine   37° 01’ Nord –  Longitudine  08° 59’ Ovest

 

Dall’estremità Sud Ovest della Regione di Algarve (dall’arabo “al gharb”, cioè “giardino dell’Occidente) in Portogallo, si protende verso l’Oceano Atlantico uno sperone con le pareti rocciose, un esteso promontorio a forma di triangolo, l’ultimo lembo di terra portoghese che vedevano i navigatori che lasciavano la loro patria.   E’ il Promontorio di Sagres che termina con il Cabo de São Vicente, un punto nevralgico per il traffico marittimo che dal Mediterraneo, attraverso lo Stretto di Gibilterra, si dirige verso il Nord Europa e anche verso le Americhe.

Era importante  era anche nei tempi antichi, prima dell’avvento delle navi a vapore, quando i grandi velieri, difficili da manovrare controvento, per poter affrontare la traversata Atlantica dovevano prima scendere lungo le coste del Portogallo per trovare i venti favorevoli che li avrebbero spinti verso le Americhe e tutti questi vascelli dovevano passare da Cabo de São Vicente.   In questa zona la costa rocciosa e scoscesa del Nord lascia il posto ad un più dolce paesaggio, un susseguirsi di bianche spiagge sabbiose rivolte verso Est, fino ad arrivare al  confine con la Spagna.

 

Alcuni monaci francescani avevano qui costruito un riparo per i pellegrini in tempi remoti, ma nel 1515 esisteva già un piccolo monastero i cui monaci accendevano un fuoco per indicare la via alle navi, oltre ad alcune piccole fortificazioni.  Ma questa, per la sua conformazione, non era una zona tranquilla e  nel 1587 il pirata da corsa della Regina Elisabetta I, Sir Francis Drake, raggiunse le coste Iberiche e, dopo aver attaccato  Cadice, si diresse verso Nord e distrusse le piccole fortezze e tra questa anche quella vicina a Cabo de São Vicente, la Fortaleza do Beliche.

 

 

Intanto il monastero cresceva e sul suo tetto l’ingegnere Perreira da Silva costruì nel 1846 un faro, una torre cilindrica bianca alta 25 metri (88 metri sul livello del mare) che ha una caratteristica unica : una lanterna enorme, alta 4 metri e con un diametro di 1,33 metri, tutta dipinta di rosso.  Nel 1906 sono state installate nella lanterna delle lenti di Fresnel iper-radiali con una portata di 32 miglia,  che rendono questo faro uno dei più potenti al mondo.  Nel 1982 il faro è stato automatizzato, ma continua a vegliare sulle navi di passaggio lanciando un potente lampo bianco ogni 5 secondi.

 

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |21 Novembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

 

I FARI DI KAP ARKONA – RUEGEN, GERMANIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

54° 41’ Nord  13° 26’  Est

 

Kap Arkona si trova sull’isola di Ruegen, la più grande isola in Germania, collegata alla terraferma da un ponte e la cui capitale è Bergen, affacciata sul Mar Baltico e rivolta  verso la Penisola Scandinava.

L’isola ha in diametro di 50 chilometri ed ha una grande varietà di paesaggi : all’interno colline boscose si alternano a prati erbosi e lungo la costa scogli, baie e piccole insenature sono interrotte da ampie spiagge sabbiose.   Questa terra porta ancora le tracce della presenza di antiche popolazioni che vi sono vissute in epoche remote, come mostrano le tombe megalitiche, ed è anche stata teatro delle lotte tra le popolazioni germaniche e i vicini scandinavi, fino alla cristianizzazione della Regione.

Sull’estremità settentrionale dell’isola si trovano due fari fisicamente vicini, ma costruiti in due diverse epoche e con due differenti storie.

Il primo, il più antico, è stato costruito dall’architetto Karl Friedrich Schinkel nel 1827 come aiuto alla navigazione, ha una base quadrata in mattoni che somiglia ad una fortezza di gusto classicheggiante, costruita su diversi livelli, interrotti da finestre rettangolari e termina con una fila di merli che contornano una terrazza su cui è posata una semplice lanterna rotonda.  Questo faro è alto 19 metri e aveva una portata di  circa 20 miglia.   Un faro di quell’altezza e con una portata limitata non doveva essere molto utile sulla costa del Mar Baltico, così, invece di intervenire con opere di ristrutturazione, agli inizi del 1900 è stato deciso di costruirne uno nuovo.

Questo nuovo faro è stato costruito tra il 1901 ed il 1902 ma prima di metterlo in uso è stato sottoposto ad un periodo di prova di tre anni che terminò il 1° Aprile 1905 con l’inaugurazione ufficiale.  Questa nuova struttura ha la forma classica di tutti i fari, è rotondo, poggia su una base più larga, atta a sostenerne il peso,  si eleva per 35 metri di altezza ed ha una portata di 24 miglia.

Sotto la lanterna, dipinta di rosso e con il tetto a pagoda, si trovano due terrazzini circondati da una ringhiera di ferro.  Questo faro è diventato il più importante della zona.

 

Recentemente i due fari sono stati dichiarati monumenti nazionali e tutta l’area è ora di proprietà della Regione che, per reperire i fondi necessari al mantenimento delle strutture e unitamente all’associazione “Amici di Kap Arkona”, creata appositamente, organizza al loro interno manifestazioni pubbliche e private, dalle conferenze ai matrimoni.

All’nterno del faro più antico si trova anche la sede di una Museo Marinaro.

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |14 Novembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CASTRO URDIALES,

CANTABRIA – Spagna

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 43°23” N – Long. 3°12”  W  

La Spagna è considerata una nazione Mediterraea, in realtà le sue coste a Nord e a  Occidente, si aprono sull’Atlantico e sono illuminate da un gran numero di fari d’altura, fari, cioè, la cui portata arriva almeno a 20 miglia.  Non esistono in Spagna fari costruiti su rocce in  mezzo al mare, come in Inghilterra, semplicemente  perché non esistono barriere di scogli lungo le sue coste.

Il mare è profondo fin quasi alla riva e in certi punti le navi, anche di grosso tonnellaggio, possono tranquillamente avvicinarsi alla costa senza pericolo.  Così i fari spagnoli sono molto meno drammatici di quanto può esserlo un faro come quello di Eddystone, che si innalza dal mare, quasi vi galleggiasse sopra, per segnalare uno scoglio molto pericoloso, i fari spagnoli sono prevalentemente costruiti per segnalare i promontori che si protendono in mare e l’ ingresso dei porti.

Castro Urdiales è un’antica città marinara che si trova nella Regione di Cantabria, sulla costa Nord della Spagna,  a 62 chilometri da Santader e a 29 da Bilbao.  Il suo stesso nome, Castro, evoca i romani, e la città ha avuto fortune alterne in un lontano passato, riprendendosi dopo la scoperta dell’America con l’accaparramento dei traffici commerciali con con il nuovo mondo, la sua popolazione fu decimata dalla peste nel XVI secolo, fu quasi distrutta durante la guerra con i francesi nel 1813, ma riuscì sempre a riprendersi e oggi, con l’industria mineraria, la pesca, l’inscatolamento del pesce e, soprattutto, il turismo, è una fiorente città.

Come ogni porto, anche quello di Castro Urdiales aveva bisogno del suo faro, ma in una piccola città come quella non era facile identificare un sito adatto per costruirlo e a volte questa ricerca può portare alla realizzazione di un faro in qualche posto insolito.

 Il faro di Castro Urdiales fu quindi costruito sulla torre Sud Orientale del castello  di S. Anna, una costruzione medioevale che, pare appartenesse all’ordine dei Templari. L’abitazione per i guardiani venne costruita sopra il tetto del castello e l’antica cappella fu utilizzata per depositarvi i macchinari e come stanza per la manutenzione.

Il faro di Castro Urdiales è una torre conica in pietra, che si restringe leggermente verso l’alto, sormontata da un’alta lanterna in bronzo, il tutto alto 20 metri, che si innalza sopra una delle cinque torri della fortezza, portando l’altezza della lanterna a 49 metri sul livello del mare.

l faro fu acceso la prima volta il 19 Novembre 1853 e la sua luce, a quell’epoca, aveva una portata di sole 13 miglia e la manutenzione era curata da due guardiani.   L’unico accesso alla torre era tramite le scale del castello, mentre all’interno del faro una scala conduceva alla lanterna.  Dietro al faro si trova la chiesa di Santa Maria, una costruzione in puro stile gotico, che, con i suoi contrafforti laterali, sembra una farfalla con le ali aperte, pronta per spiccare il volo in netto contrato con la severità della fortezza.

Questo non è l’unico esempio di un faro costruito sopra una fortezza, ve ne sono altri sparsi per il mondo e non si sa a chi sia stata affidata la sua costruzione,  non certo a un architetto famoso, di quelli il cui nome venga tramandato dalla storia.

Questa particolare parte della costa spagnola è molto piovosa e spesso la pioggia si trasforma in una fitta nebbia e quando questo succede a Castro Urdiales tutto viene avvolto da un’atmosfera ovattata  e l’unica cosa visibile è la luce del faro che fende la coltre grigia.

All’’inizio la lanterna era illuminata con  olio d’oliva, sostituito anni dopo con una lampada  a petrolio e l’8 Febbraio 1919 la lampada originale è stata sostituita con una lampada elettrica da 100 Watt.   Fino a quel momento il movimento rotatorio della lanterna era manovrato tramite un’apparecchiatura ad orologeria, sostituita nel 1926 con un sistema fluttuante a mercurio.  In quello stesso anno sono state apportate consistenti modifiche :  è stata installata una nuova lanterna di 1,80 mt di diametro con l’interno in mogano e inoltre la vecchia scala in pietra per l’accesso alla lanterna è stata sostituita con una metallica.  Nel 1953 è stato installato un corno da nebbia e ancora negli anni ’80 del 1900 è stata sostituita la lanterna a vetri piatti con una dai vetri ricurvi e la sua portata è arrivata a 20 miglia.

In anni recenti ci sono state delle petizioni per cambiare la collocazione del faro, considerato un “affronto architettonico” al castello che avrebbe potuto essere usato per altri scopi.  Tuttavia ormai l’aspetto tradizionale della cittadina era entrato nell’’immaginario collettivo con il suo porto, la chiesta gotica di Santa Maria ed il faro sopra al castello ; il tutto era ormai parte del tesoro culturale della città ed è risultato impossibile pensare di cambiarlo.

E’ stato comunque creato un ingresso indipendente per il faro e la vecchia cappella è stata liberata dai macchinari, spostati in un piccolo edificio costruito appositamente nelle vicinanze, in modo da poter  restituire il castello   alle Autorità Cittadine che hanno potuto utilizzarlo come museo.  Così il faro è ancora lì, e lì resterà, come tutti lo hanno sempre visto.

Oggi il faro è di proprietà dello Stato ed è gestito dall’Autorità Portuale di Santader