Una luce nel buio

UNALUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |6 Marzo 2021 |0 Comments | Senza categoria, Una luce nel buio

IL FARO DI CAPO SANDALO, ISOLA DI SAN PIETRO, SARDEGNA

UN UOMO E LA SUA LANTERNA

di Annamaria “Lilla” Mariotti”

 

L’Isola di San Pietro si trova vicino alla costa Sud Occidentale della Sardegna ed è meglio conosciuta semplicemente come “Carloforte” dal nome della sua unica città. E’ una piccola isola, la strada principale che l’attraversa da Nord a Sud è lunga 12 Km., eppure è un piccolo mondo a sé;  i suoi abitanti parlano un arcaico dialetto genovese perché discendono da quei pescatori di corallo originari di Pegli a cui l’isola fu donata dal Re Carlo Emanuele III di Savoia nel 1738, dopo averli liberati dalla schiavitù di Tabarka.

La costa Est dell’isola è delimitata da bianche spiagge sabbiose, mentre la costa Ovest è un continuo susseguirsi di scogliere rocciose ed è su una di queste rocce dominanti il mare che si trova il Faro di Capo Sandalo.

Bruno Colaci, il guardiano del faro è un uomo di 58 anni, cordiale e austero nello stesso tempo, un moderno eremita, uno di quegli uomini che possono ancora condurre una vita silenziosa ed appartata in un’epoca in cui la fretta regna sovrana.

Salendo i 124 scalini delle torre per arrivare alla lanterna, Bruno racconta la storia della sua vita e le situazioni che lo hanno portato a diventare guardiano del faro. E’ entrato per la prima volta in un faro all’età di quattro anni quando, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, suo padre, che era stato in Marina, aveva ottenuto il suo primo incarico come guardiano di faro nel 1945 e da bambino Bruno ha viaggiato lungo le coste italiane e ha vissuto nei diversi fari a cui suo padre veniva di volta in volta assegnato. Alcuni di questi fari si trovavano sulla terraferma mentre altri erano situati su piccole, lontane isole dove, egli ricorda, qualche volta, durante le tempeste, avevano dovuto aspettare anche 15 giorni prima di poter avere aiuto e cibo. Mentre viveva in alcuni fari sulla terraferma si era trovato a dover camminare anche cinque o sei chilometri per poter andare a scuola.

Quando per Bruno è arrivato il momento di entrare nel mondo del lavoro, egli pensò che sarebbe stato bello trovare qualcosa di diverso da quello che faceva suo padre, ma la vita nei fari ormai gli era entrata nel sangue e, apparentemente, era nel suo destino per cui, dopo un concorso, accettò un lavoro di “farista”, come vengono ora chiamati i guardiani, e, dopo essere stato in un certo numero di fari, nel 1972 è approdato al Faro di Capo Sandalo e da allora, salvo una breve parentesi alla “Lanterna di Genova”, è ancora lì.

Bruno è particolarmente fiero della sua lanterna e mostra con orgoglio le lucidissime lenti di Fresnel. Benché il faro sia stato costruito nel 1864 e mostri i segni del tempo si può facilmente vedere che lui ama il suo faro e lo tratta quasi come se fosse uno dei suoi figli.

Quando gli chiedo come è la vita in questo solitario angolo del mondo, su questa roccia ventosa e isolata, Bruno risponde che lui è felice qui, in questo piccolo paradiso. Bruno parla lentamente, poche parole, poi un lungo silenzio, parole intermittenti come la luce che scaturisce dalle lenti della torre. Lui dice che si diventa così vivendo in un faro, non si conosce la fretta.

Bruno ha una famiglia che ama profondamente e che vive nella vicina città di Carloforte. I suoi figli devono andare a scuola e lui vuole che conducano una vita più confortevole di quella che ha condotto lui da bambino, ma lui dice che non si sente solo. Va a trovare la sua famiglia ogni volta che può e ogni estate la moglie ed i figli lo raggiungono al faro.

Bruno mostra l’antico meccanismo rotante che, prima che l’elettricità raggiungesse il faro nel 1980, doveva essere manovrato a mano ogni quattro ore, ma ora il faro è automatizzato e richiede molto meno lavoro di una volta, eppure Bruno sale la lunga scala ogni giorno e pulisce e lucida ogni cosa nella stanza della lanterna, da dove gode la bellissima vista del mare, delle rocce e della natura.

Improvvisamente si ferma e mi mostra un volo di falchi, sono i “falchi della regina”, ormai rarissimi, che nidificano nelle vicinanze del faro.

 

Bruno dice che trovarsi nella stanza della lanterna è come passare ogni giorno in cima al mondo. Quando dice questo io posso capire come si sente, perché io mi sento come se avessi scalato non solo i 124 scalini, ma la montagna più alta del mondo !!

 

Quando ci siamo incontrati qualche anno dopo, quando lui era già in  pensione, durane la presentazione dei miei libri a Carloforte ho regalato a Bruno Colaci una copia del mio libro FARI con una dedca per lui

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |26 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria, Una luce nel buio

L’EVOLUZIONE DEI FARI DALLE ORIGINI AL REGNO D’ITALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Estratto da una pubblicazione  commisionata dall’Agenzia del Demanio a Lilla Mariotti

e pubblicata dal Poligrafico e Zecca dello Stato

per la distribuzione agli intervenuti a un convegno sui fari organizato dal Demanio nel 2007

SECONDA PARTE

 

…………   Si trattava di lenti molto pesanti, che funzionavano appoggiate su un bagno di mercurio ed azionate dal sistema ad orologeria già in uso. Il mercurio venne in seguito abbandonato a causa della sia tossicità, le lenti furono ridimensionate, rese più leggere e maneggevoli, e, con il tempo, si è arrivati al movimento su cuscinetti a sfere azionato da motori elettrici. Le lenti di Fresnel si trovano ancora oggi in tutti i fari del mondo.

Nonostante questa innovazione restava sempre il problema del combustibile. I fari funzionavano adesso ad olio, che però era costoso e   necessitava di un continuo controllo. Nella prima metà del 1800 si passò al gas ricavato dal carbone e nei fari a terra questo combustibile funzionava abbastanza bene. Nel 1859, negli Stati Uniti, venne trivellato il primo pozzo di petrolio e questo cambiò il sistema di illuminazione dei fari che cominciarono a funzionare con oli estratti dal petrolio, soprattutto a base di paraffina che, abbinati alla lampada di Argan, dettero ottimi risultati. Nel 1885 l’austriaco Carl Auer Welsbach (1858- 1929) inventò un prototipo di lampadina : si trattava di una reticella di seta ricoperta di metallo alimentata da una miscela di gas di carbone che produceva una fiamma molto luminosa. Nel 1892 la scoperta dell’acetilene, un composto chimico di idrogeno e carbone, anche se andava trattato con una certa precauzione, dette una svolta all’illuminazione dei fari, rendendola molto luminosa e permettendo di illuminare anche i segnalamenti in mezzo al mare. Tra la fine del 1800 ed i primi anni del 1900 cominciò gradualmente l’elettrificazione dei fari, che fu completata solo molti anni dopo. Dove non era possibile collegare i fari ad una rete elettrica, come in quelli in alto mare, l’elettrificazione avvenne tramite generatori elettrici a motore o, in tempi più recenti, per mezzo di energia alternativa, come la eolica o la solare. Anche le lampadine hanno subito modifiche nel corso degli anni ed ora vengono utilizzati bulbi alogeni di 1000 Watt.

Ma mentre tecnici e studiosi cercavano soluzioni per l’illuminazione dei fari la storia non si fermava. In Italia c’era voglia di unità nazionale e questa è stata raggiunta dopo anni di lotte clandestine, moti popolari, battaglie vinte e perse, eroi che hanno scritto il loro   nome nei libri della storia, altri, altrettanto valorosi, il cui nome è svanito nel nulla, non è stato certo indolore, ma finalmente l’unità di’Italia è stata proclamata a Torino dal Re Vittorio Emanuele II° il 17 Marzo 1861, con l’esclusione di Roma, che ne diverrà parte e capitale solo dopo la sua conquista nel 1870.

A questo punto è diventato indispensabile provvedere ad una revisione dei fari esistenti, pochi e antichi, se si considera che nel 1861 i fari in Italia erano circa 50, e alla costruzione di nuovi, per illuminare gli 8000 Km. di coste italiane e tutte le zone pericolose per la navigazione, che nel frattempo aveva subito una grande evoluzione. I traffici marittimi si erano intensificati, ormai si navigava per tutti gli Oceani, si stava gradualmente passando dalla vela al vapore, e il faro era diventato un elemento indispensabile per evitare disastri marittimi. Anche se alcuni fari erano già stati fatti costruire nella prima metà del 1800 su iniziativa del Regno Sabaudo nei suoi territori, molti ancora ne dovevano sorgere e occorreva intervenire, e in fretta, ma i problemi erano molti. Prima di tutto bisognava considerare la ripartizione delle spese per la manutenzione dei manufatti, che prima dell’Unità d’Italia erano a carico di ciascuno degli Stati a cui appartenevano, così il 20 Marzo 1865 venne emanata una legge sulle opere pubbliche che comprendeva anche questa voce, e venne deciso che la ripartizione delle spese sarebbe stata a carico dello Stato per quello che riguardava tutti i segnalamenti in alto mare, mentre le spese concernenti i fari nei porti di prima e terza classe sarebbero stati divisi in ugual misura tra lo Stato e gli Enti interessati, mentre quelli nei porti di quarta classe sarebbero state completamente a carico dei Comuni in cui si trovavano. In seguito, Vittorio Emanuele II° istituì nel 1868 la “Reale Commissione dei Porti, Spiagge e Fari”, uno dei primi, importanti passi per la regolamentazione delle segnalazioni luminose esistenti sulle nostre coste. Nel 1873 venne realizzato dal Ministero dei Lavori Pubblici l’”Album dei Fari”, la prima pubblicazione che comprendeva la planimetria dei fari, costruiti o in costruzione, indicando per ognuno il prospetto, la pianta ed alcuna caratteristiche tecniche, come la portata della luce, ed era completato da una carta intitolata “Carta del Regno d’Italia indicante la posizione geografica e portata massima della luce dei fari”. E’ del 1876 il primo elenco completo dei fari italiani, pubblicato dall’’Ufficio Centrale Idrografico della Regia Marina, con sede a Genova, che richiese anche al Ministero dei Lavori Pubblici di poter istituire un Ufficio Tecnico a cui affidare la direzione generale di tutto il “Servizio fari e segnalamenti marittimi” in Italia. Questa proposta non ebbe seguito, comunque ci fu una lunga serie di “Commissioni” ed “Enti” preposti allo studio della situazione fari, finché il problema arrivò, nel 1879, al Parlamento. Venne istituita un’altra commissione, e poi altre ancora, ma solo nel 1885 fu varata la prima legge sui Fari, la N° 3095 del 2 Aprile, che stabiliva un “Programma organico dei Fari nazionali” che fu affidato al Ministero dei Lavori Pubblici. Ma nel frattempo le cose si erano mosse e i primi fari erano già stati costruiti.   Anzi, tra i fari che l’Italia aveva “ereditato”, alcuni dei quali, come abbiamo già visto, molto antichi e bisognosi di restauri, ce n’era uno che era stato appena costruito per volontà del Regno Borbonico, quello di San Vito Lo Capo, vicino a Trapani in Sicilia un grandioso faro la cui costruzione era iniziata nel 1854 e che fu acceso la prima volta il 1° Agosto 1859. La torre cilindrica alta 43 metri sul livello del mare, poggiava su un caseggiato ad un piano destinato ad alloggiare i guardiani del faro, il tutto dipinto di bianco, e la lanterna montava lenti Fresnel, costruite in Francia, con una portata di 18 miglia. Nel 1860 la Sicilia scelse per plebiscito l’annessione al Regno d’Italia ed il nuovissimo faro Borbonico diventò anch’esso italiano poco più di un anno dopo la sua inaugurazione. Bisogna dire che i Borboni non erano insensibili al problema fari, infatti il 27 Settembre 1848 era già stato emesso un “Regolamento del Servizio dei Fari presentato dalla Commissione dei Fari e Fanali, approvato da S.M. il Re (di Napoli), colle aggiunzioni ordinate con reale rescritto de’ 15 Novembre 1856”, il quale contemplava tutte le norme per la costruzione, la manutenzione e la conduzione dei fari, comprendendo anche le mansioni dei guardiani e gli orari di accensione e spegnimento della lanterna. E’ interessante notare come alcune delle mansioni dei faristi elencate in questo antico Regolamento siano valide ancora oggi.

Nel 1865 un professore di nautica, il Cav. Luigi Lamberti, aveva pubblicato un volume intitolato “Descrizione generale dei FARI E FANALI e delle principali osservazioni esistenti sul litorale marittimo del globo, ad uso dei naviganti” nel quale dedicava molte pagine ai fari italiani, oltre a quelli di tutto il mondo, descrivendo per ognuno le coordinate geografiche, le caratteristiche della luce, la condizione, e indicando anche quelli che erano stati progettati o già in costruzione. Faceva anche un particolare appello perché il faro della Meloria, a quel tempo già approvato, venisse al più presto attivato data la pericolosità di quel tratto di mare. Faceva presente inoltre, con un avviso ai naviganti, a pag. 8, di quanti gradi era variata la bussola in Italia dal 1823, dando consigli su come seguire queste variazioni onde evitare “funestissime conseguenze”. Una cosa interessante da notare è che l’autore raccomandava di tenersi alla larga dagli scogli alla base della Lanterna di Genova. Questo faro, innalzato su uno scoglio in riva al mare, dopo la costruzione dell’aeroporto e l’allargamento del porto, ai giorni nostri è venuto a trovarsi ormai in mezzo ad un piazzale.

Mentre la parte burocratica seguiva il suo iter con leggi ed interpellanze, la costruzione dei fari lungo le coste italiane era già iniziata. Anche se l’”Album dei Fari Italiani” redatto dal Ministero dei Lavori pubblici nel 1873 disegnava le piante ed elencava le tipologie dei fari costruiti e da costruire, a quell’epoca i 50 fari “ereditati” dallo Stato Italiano erano già diventati un centinaio, per diventare circa 1000 ai giorni nostri, tra fari, fanali, mede e boe, sparsi lungo tutte le nostre coste. La tipologia dalla costruzione era piuttosto semplice, tenendo però conto di una certa diversità architettonica che si ispirava a stili precedenti, a seconda della località in cui erano posizionati. La caratteristica basilare del faro era quella di essere una torre, sulla cui sommità veniva situata la lanterna, una struttura circondata da vetri, all’interno della quale si trovava l’apparato di illuminazione, il cui combustibile subirà nel tempo diverse variazioni, fino ad arrivare, ai primi del 1900, all’elettricità. Al di fuori della torre correva un terrazzino che aveva lo scopo di permettere al custode di tenere puliti i vetri dall’esterno. Dentro la torre una scala a chiocciola conduceva alla “camera di servizio”, e da qui una scaletta di ferro introduceva nella stanza della lanterna.   Nella camera di servizio si trovava l’apparecchio ad orologeria che, a mezzo di due pesi che scendevano lungo il vuoto della torre, faceva girare l’apparato e che in quei tempi, andava azionato a mano ogni quattro o cinque ore, per tutta la notte.   Da qui la necessità che in ogni faro si alternassero almeno due guardiani.

I fari situati all’ingresso dei porti erano solitamente costruiti come una torre, non essendo previsti gli alloggi per i guardiani, il cui stile variava, poteva essere a pianta rotonda o quadrata, ornata da una merlatura sotto la lanterna, o senza alcun ornamento, mentre quelli edificati in zone isolate, che necessitavano della presenza dell’uomo sia per il suo funzionamento che per le piccole opere di riparazione, prevedevano un caseggiato ad uno o più piani per gli alloggi delle famiglie, al di sopra del quale si trovava la torre. Può sembrare che quasi tutti i fari italiani costruiti dopo il 1861, pur variando nello stile e nelle dimensioni, abbiano una tipologia molto simile : una costruzione che può essere quadrata o rettangolare, o a base trapezoidale da una parte e cilindrica dall’altra, come nel caso di quello dell’Isola di Cavoli, un isolotto disabitato che si trova all’ingresso del porto di Cagliari. Questo faro è datato 1858, ed è forse servito come esempio per quelli costruiti dopo l’unità d’Italia. Al centro, o a un lato della casa che fa da base, svettava la torre, la cui altezza poteva variare a seconda dell’altezza a cui era situato il faro. Se il faro era a livello del mare la torre avrebbe dovuto essere molto alta, se si trovava in cima ad un promontorio, la sua torre avrebbe avuto dimensioni più modeste. In tutti i fari però si cercava di combinare il lato estetico della costruzione con la sua funzionalità.

Subito dopo il 1861 iniziò una vasta campagna di costruzione di fari, che sorsero un po’ dappertutto. Uno dei primi fari ad essere costruiti in quello stesso anno è stato quello di Capo Ferro, sulla costa Nord Orientale della Sardegna, su un promontorio a 40 metri sul mare, quasi nel centro di quella che oggi è la turistica Costa Smeralda, ma che ai tempi della costruzione era completamente isolato e l’unico mezzo di trasporto erano gli asini. Il faro è formato da un bianco caseggiato a due piani, al centro del quale svettava la torre, a 66 metri sul livello del mare, sulla cui cima si trovava la lanterna, sormontata da una cupola. Sotto la lanterna un terrazzino in pietra sporgeva verso l’esterno.   Tutto l’edificio, come molti altri fari in Sardegna e soprattutto quelli situati in posizione elevata, è avvolto nella gabbia di Faraday, così chiamata dal suo inventore Michael Faraday (1791-1867), che la sperimentò nel 1836, una specie di enorme parafulmine, che evita che la struttura sia colpita dalle saette durante i temporali, e che l’avvolge tutta, dando spesso alla struttura un curioso aspetto a quadretti. Questo sistema sostituì o affiancò gradualmente i parafulmini, non sempre sufficienti ad evitare disastri. Quello di Capo Ferro è ancora uno dei pochi Fari abitati da un guardiano e dalla sua famiglia.

Le costruzioni si susseguivano ad un ritmo abbastanza veloce, nel giro di pochi anni, sempre in Sardegna, vennero costruiti altri fari, quello di Capo Bellavista, lungo la costa orientale dell’isola, vicino ad Arbatax, costruito nel 1866 : un grande caseggiato a due piani a strisce bianche e nere, sormontato da un lato da una bassa torre quadrangolare su cui è posata una grande lanterna, un po’ civettuola, in stile liberty, di costruzione francese, che poggia su un parapetto merlato, l’unico particolare che da a tutta la struttura un aspetto militaresco. L’altezza della torre sul livello del mare è 165 metri e la portata luminosa è di 25 metri. Tra i fari sardi non si può non citare quello di Capo Caccia, situato su un promontorio roccioso a circa 25 Km a Ovest di Alghero, proprio al di sopra delle famose Grotte di Nettuno. La sua collocazione è una delle più suggestive, al di sopra di uno strapiombo che porta l’altezza della torre, alta solo 24 metri, ad un altezza totale sul livello del mare di 186 metri. Questo faro è stato costruito nel 1864, è un caseggiato a due piani tutto bianco, anch’esso avvolto dalla gabbia di Faraday e recentemente ristrutturato, con una torre laterale che lancia la sua luce sul mare a 24 miglia. Anche questo faro è abitato dal Guardiano con la sua famiglia. Un altro importante faro, sempre in Sardegna, è quello di Capo Sandalo, che si trova sull’isola di San Pietro, il faro più occidentale d’Italia, davanti a lui passa tutto il traffico marittimo da e per lo Stretto di Gibilterra.   Anche la tipologia di questo faro e simile ad altri, una casa in pietra a due piani, costruita nel 1864 a prezzo di grandi sacrifici, in quanto si trova su una roccia isolata, quasi una piramide, e le pietre venivano portate via mare, sbarcate ai piedi della roccia, e portate con i muli fino alla cima. Al centro della costruzione svetta la torre alta 30 metri, 138 metri sul livello del mare e lancia la sua luce a 28 miglia ogni notte. Il faro ora è disabitato. Anche lungo la penisola vecchi fari antecedenti l’Unità d’Italia vengono presto affiancati da nuovi fari, da Nord a Sud, e dal Tirreno all’Adriatico, nel giro di pochi anni tutte le coste italiane risplendevano di luce nella notte. Il faro di Capo Mele, situato nella Riviera Ligure di Ponente, è uno di quelli costruiti poco prima dell’Unità d’Italia, nel 1856, ma è già comunque incluso negli elenchi dei fari italiani ed è uno dei primi che si incontrano in Liguria arrivando dalla Francia. E’ una bella palazzina a tre piani, colorata di quel rosso che tanto risalta nelle case della terra ligure, a cui è addossata una torre ottagonale bianca, alta 24 metri, che si eleva sul mare per 94, e la cui luce ha una portata di 24 miglia. Sulla Riviera di Levante, di fronte a La Spezia, si trova l’Isola del Tino, già famosa per il monaco San Venerio, sulla quale, nel 1885, è stata costruita una torre al di sopra di un forte napoleonico, che si eleva per 117 metri sul livello del mare. Al di sopra della torre spicca un’alta lanterna di fabbricazione inglese, un’eccezione rispetto alle altre lanterne italiane costruite quasi tutte in Francia.

Scendendo lungo la costa Tirrenica incontriamo la magica Isola di Capri, sulla quale si trova una dei più suggestivi fari italiani, situato sul lato Sud/Ovest dell’Isola, il faro di Punta Carena, costruito nel 1867, proteso sul mare su uno scoglio che assomiglia appunto alla carena di una nave rovesciata. E’ una bellissima costruzione in tufo di Sorrento, dipinta a colori pastello, un caseggiato a due pianti su cui troneggia la torre poligonale con gli angoli bianchi, alta 25 metri, 73 sul livello del mare, sormontata da una grande lanterna a otto facce, la cui luce raggiunge le 25 miglia. Sull’estremità Sud/Orientale della Sicilia troviamo il faro di Cozzo Spadaro, costruito nel 1864, ha un’architettura particolare, diversa da quella di altri fari. Sopra un edificio ad un solo piano, la torre ottagonale, alta 36 metri poggia su un basamento di forma vagamente cinquecentesca, che da a tutta la costruzione un aspetto imponente. La lanterna si eleva a 83 metri sul livello del mare ed ha una portata di 34 miglia. Al largo della costa occidentale della Sicilia si trova l’Isola di Marettimo, una delle Egadi, e sulla costa Sud dell’Isola, a Punta Libeccio, si erge il faro omonimo, costruito nel 1856, arroccato su uno strapiombo a 24 metri sul mare. E’ un casone bianco, a due piani, interrotto da una striscia nera sulla quale è scritto il nome del faro, sormontato da una torre poligonale, anch’essa bianca con una striscia nera, che lancia un lampo fino a 37 miglia, quasi incrociando la luce del faro di Capo Bono, in Tunisia, che è proprio al di la del mare. Ritornando sulla penisola e risalendola troviamo per primo il faro di Capo Spartivento, nel punto un cui la Calabria più si avvicina all’Africa, una costruzione bianca, a due piani, risalente al 1867, sormontata da una torre quadrata alta 19 metri, che si eleva sul mare per 81, e che lancia una luce non molto potente, visibile solo a 11 miglia. Arriviamo sull’estremo lembo Sud d’Italia ed incontriamo il faro di Santa Maria di Leuca, risalente al 1886, sempre un fabbricato bianco a due piani, come se la fretta di costruire non avesse permesso alla fantasia degli ingegneri ottocenteschi di uscire da un certo schema, ma comunque è ingentilito dalla bellezza del paesaggio che lo circonda e la torre, alta 48 metri che si eleva a 102 metri sul mare, lancia il suo lampo bianco a 34 miglia.

Risalendo per la costa orientale della penisola, lungo le coste dell’Adriatico, fino a Trieste, incontriamo ancora molti fari, anche se inferiori per numero e portata di quelli della costa Tirrenica, e costruiti in tempi più recenti, ma non è possibile soffermarsi su tutti, ogni faro avrebbe la sua storia da raccontare, e con il passare degli anni ormai il Regno d’Italia è riuscito ad illuminare le sue coste. Questo lavoro di consolidamento continuerà nel tempo, considerato che nuovi fari sono stati costruiti in Italia fino al 1965. Ma intanto i fari vanno gestiti, bisogna fare lavori di manutenzione, così vicini al mare le strutture vengono rose dalla salsedine, e questo è compito del Ministero dei Lavori Pubblici, finché nel 1910 appare su un portolano inglese una nota con la quale si avvisano i naviganti di quella nazione che “I fari ed i segnalamenti marittimi lungo le coste del Regno d’Italia non danno affidamento alcuno per cui i naviganti si regolino di conseguenza……….”. Una simile annotazione, scritta dagli inglesi, da sempre considerati abili navigatori, doveva aver creato non poco scompiglio, infatti fu deciso di correre subito ai ripari, e in quello stesso anno vennero emanate due leggi, la N° 2 e la N° 75 con le quali la Regia Marina diventava responsabile di tutti i servizi marittimi e con Regio Decreto 17 Luglio 1910, N° 568 venne stabilito che “Il servizio dei fari e degli altri segnalamenti marittimi, fatta soltanto eccezione per la costruzione e la riparazione straordinaria dei manufatti, passa dal Ministero dei Lavori Pubblici alla dipendenza del Ministero della Marina” che era sicuramente l’Ente più adatto a gestire e segnalazioni marittime e che iniziò un progetto di ammodernamento e di nuove costruzioni, tanto che nel 1916 i fari in Italia erano diventati 512.

Ma non si può parlare di fari senza parlare del Guardiano del faro, questo personaggio che ha tanto colpito l’immaginario collettivo, quest’uomo sospeso tra mare e cielo, padrone di una nave ancorata al terreno, uomo di terra, ma in realtà marinaio, di solito un uomo reso schivo dalla solitudine, ma coraggioso, capace di assistere alla più terribili tempeste, ed alle volte eroe, quando gli capita di salvare dei naufraghi di un vascello che si è schiantato ai piedi del suo faro. I primi fari costruiti dopo l’Unità d’Italia funzionavano ancora con combustibili diversi, alcuni addirittura con olio d’oliva, paraffina, vapori di petrolio, acetilene, fino all’arrivo graduale dell’elettricità ai primi del 1900 e la presenza dell’uomo era indispensabile per il funzionamento della lanterna. Questi primi fari prevedevano almeno tre appartamenti per un guardiano capo, un assistente e una terza persona sottoposta per tutte le altre mansioni. La figura del guardiano era necessaria perché le lanterne dei fari dovevano essere accese e spente a mano e continuamente alimentate, i vetri andavano tenuti puliti, qualunque fosse il combustibile usato, il congegno ad orologeria doveva essere caricato a ore precise per non fermare la rotazione della lanterna, all’interno della quale si trovavano spesso delle tende, che andavano chiuse durante giorno perché il sole non danneggiasse l’apparato lenticolare, e tutto questo richiedeva la presenza di più di un uomo. In quell’epoca era normale che i guardiani portassero con loro le famiglie, anche se in zone isolate e disagiate, così si creava una piccola comunità dove anche le donne avevano le loro mansioni, come ad esempio fare il pane, nel forno di cui molti fari erano dotati, ed essere coraggiose come i loro uomini. Spesso i bambini devono percorrere a piedi dei lunghi tratti per andare a scuola, ma anche questo faceva parte di quella scelta di vita. Il problema maggiore erano gli approvvigionamenti, e allora ecco crescere vicino ai fari dei piccoli orti, si vedevano galline razzolare, una gabbia con qualche coniglio, e gli uomini, nei momenti liberi, si dedicavano alla pesca per variare la tavola.   Nei fari su isolotti in mezzo al mare, dove poteva succedere che a causa delle condizioni atmosferiche i rifornimenti tardassero per giorni, la situazione poteva diventare tragica, e uomini, donne e bambini dovevano sopportare i crampi della fame o ingegnarsi, magari cacciando gabbiani, come si racconta sia veramente successo sull’Isola di Cavoli negli anni ’30 del 1900. Le lanterne sono state quasi tutte automatizzate e anche la figura del guardiano sta gradualmente sparendo, l’unico che ancora poteva prendersi cura del faro, ripararlo, tenerlo in piedi. Per alcuni guardiani moderni ancora in servizio è un punto d’orgoglio mostrare le scale a chiocciola della torre ben pulite, gli ottoni lucidi, i vetri della lanterna luccicanti, l’apparecchiatura ad orologeria, ormai inservibile, ma sempre al suo posto, tenuta in ordine come se da un momento all’altro la manovella dovesse essere azionata per far girare tutto l’apparato illuminante.

Si dice che i fari non siano più necessari, che sofisticate attrezzature elettroniche e satellitari possono guidare le navi nel buio più assolto, ma forse non è vero, il faro continua ad essere una presenza rassicurante, un amico del navigante, quando lo vede brillare. Il faro non è solo uno strumento dotato di una segnalazione ottica luminosa situata in mezzo al mare per indicare un pericolo, è un guardiano della notte, è una sentinella del mare, il suo fascio di luce dice alla nave che passa entro la sua portata “Stai attento, vira e destra, o a sinistra, qui c’è un pericolo serio, gira alla larga”. Molti si augurano di vederli funzionare per molti anni ancora.

 

 

 

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UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |19 Febbraio 2021 |0 Comments | Senza categoria, Una luce nel buio

L’EVOLUZIONE DEI FARI DALLE ORIGINI AL REGNO D’ITALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Estratto da una pubblicazione  commisionato dall’Agenzia del Demanio a Lilla Mariottiae pubblicata dal Poligrafico e Zecca dello Stato

per la distribuzione agli intervenuti a un convegno sui fari organizato dal Demanio nel 2007

PRIMA PARTE

Quella dei fari è una storia affascinante, che si risale alla notte dei tempi e che va di pari passo con l’evolversi della navigazione.

Superato un primo momento di terrore verso l’elemento sconosciuto, appena costruita la prima zattera, forse fatta di pelli o anche una canoa, ottenuta scavando un tronco d’albero, l’uomo ha scoperto molto presto che poteva muoversi agevolmente sull’acqua, dove ha imparato a spostarsi facilmente per raggiungere altre coste trasportando merci e persone. Intorno al 1200 a.C. fecero la loro comparsa nel Mediterraneo i Fenici, gli abitanti di una zona costiera oggi divisa tra Libano, Siria e Israele, che cominciarono ad espandersi verso il mare, dimostrandosi i più grandi navigatori dell’antichità, arrivando ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, quel limite fino ad allora considerato invalicabile, l’uomo temeva che al di là vortici marini e creature mostruose avrebbero inghiottito navi e uomini, e arrivarono a toccare le coste meridionali britanniche. In realtà non è noto il vero nome di questo misterioso popolo di navigatori, furono i Greci a chiamarli “φοινίκός” (phoinikòs), cioè “rossi di porpora” dal colore di quelle rosse stoffe, tinte con una strana conchiglia, che commerciavano, insieme ad olio d’oliva, vino e legno di cedro.

La navigazione all’inizio era comunque prevalentemente costiera e diurna, poi nacque la necessità di navigare anche di notte e l’uomo imparò ad orientarsi con le stelle, ma questo non bastava ad evitare scogli affioranti, banchi di sabbia, correnti, così nacquero i primi “fari”, che non erano altro che falò di legna accatastata, situati nei luoghi più pericolosi per segnalare la rotta ai naviganti. Questi primi fuochi necessitavano di continua cura, dovevano restare accesi tutta la notte, il buio significava pericolo e morte, ci voleva la presenza costante dell’uomo per procurare il combustibile e per tenerli accesi. Probabilmente i primi “guardiani del faro” sono schiavi o prigionieri, a cui tocca questo compito così gravoso.

Omero (VIII Secolo a.C.), nel XIX libro dell’Iliade paragona lo scudo sfavillante di Achille ad uno di questi fuochi : “[Achille] s’imbracciò lo scudo / Che immenso e saldo di lontan splendea / Come luna, o qual fuoco ai naviganti / Sovr’alta apparso solitaria cima / Quando, lontani da’ lor cari, il vento / Li travaglia nel mar……. “ (vv. 373-378)

Altri poeti classici dell’antichità, da Ovidio a Virgilio, hanno rappresentato il faro come un mito ispirandosi alla leggendaria Ero, sacerdotessa di Afrodite, che aspettava ogni notte Leandro, il suo amante, sulla riva dell’Ellesponto, che egli attraversava a nuoto per raggiungerla, guidandolo con una fiaccola accesa, il faro appunto. Una notte il vento spense la luce e Leandro si perse tra i flutti, così Ero, disperata, seguì la sua sorte.

Con l’evolversi della navigazione sulle rotte più importanti del Mediterraneo furono costruiti i primi grandi porti e i falò vennero sostituiti da impianti di segnalazione più potenti. E’ proprio in questo momento che hanno fatto la loro apparizione i due fari più conosciuti di tutta l’antichità, due monumenti che non saranno mai più eguagliati.

Uno di questi, inserito intorno al 200 a.C. nell’opera “De septem orbis spectaculis”, attribuita a Filone di Bisanzio, tra le sette meraviglie del mondo, è il Colosso di Rodi, un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano. L’iconografia classica la descriveva alta 70 cubiti, circa 32 metri, costruita a cavallo dei due bracci del porto, con le navi che passavano tra le sue gambe, ma in realtà non si conosce la sua esatta collocazione. Questa enorme statua era stata eretta da Cario di Lindos intorno al 290 a.C, costruita in pietra e ricoperta da piastre di bronzo, ebbe però vita breve, crollò in mare a causa di un terremoto 80 anni dopo la sua costruzione

Il Colosso non è stata l’unico rappresentazione antropomorfa di un faro nella storia. La Statua della Libertà, collocata  all’ingresso del porto di New York nel 1886, con i suoi 93 metri di altezza da terra alla fiaccola, fino al 1902 fu definita “Aid to navigation” (aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa, era gestita dal Servizio Fari americano ed è stato elettrificata poco tempo dopo la sua collocazione, il primo faro in assoluto ad essere elettrificato negli Stati Uniti.

Il faro dei fari, il faro per eccellenza, quello che veniva considerato un’altra delle sette meraviglie del mondo, fu quello di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da Alessandro Magno nel 332 a.C. Questo monumento ebbe una vita lunga, ma assai travagliata. Fu costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di “Ψάρος” (Pharos), oggi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed in seguito, il nome di quella località, in tutte le lingue di origine greca e latina, è diventato sinonimo di quel genere di struttura.

La sua costruzione fu iniziata sotto il regno di Tolomeo I° (305-283 a.C.), già generale di Alessandro Magno, e venne terminata durante il regno di suo figlio Tolomeo II° (285-246 a.C.), i Faraoni di un Egitto ellenistico, l’ultima dinastia di Faraoni che sarebbe terminata con la morte di Cleopatra nel 30 a.C. e con la dominazione romana. Era la struttura di segnalazione più famosa al mondo, era alta 120 mt., rivestita di pietra bianca e il fuoco acceso sulla sua sommità, grazie ad un gioco di specchi, poteva essere visto a più di 30 miglia. Aveva una base quadrata alta 71 mt., sormontata da una parte centrale ottagonale di 34 metri che terminava con una lanterna cilindrica, sulla cui sommità svettava una statua di Zeus, perché i greci Tolomei avevano portato dalla terra d’origine anche i loro dei cheavevano affiancato a quelli Egiziani. All’interno un larga rampa consentiva di portare alla lanterna, per mezzo di muli la legna resinosa per il fuoco e inoltre alloggiava anche una guarnigione di soldati di guardia al porto. Nel 641 d.C. il faro fu danneggiato dall’assedio posto dagli Arabi che conquistarono Alessandria e cessò di operare, pur rimanendo al suo posto, ma venne in seguito distrutto da una serie di terremoti. Nel 700 d.C. crollò la lanterna, nel 1100 la struttura ottagonale e l’ultimo terremoto, nel 1302, fece crollare in mare anche la base quadrata che, nel frattempo, era diventata una moschea. Nel 1995 una spedizione di archeologi subacquei francesi, guidati da Jean Yves Empereur, mentre esplorava i fondali del porto di Alessandria alla ricerca di vestigia dell’antica città, si è imbattuta in enormi blocchi di granito che sembrerebbero provenire dalla base del faro.

Dopo questa meraviglia i fari sembrarono sparire, si ritornò ai falò, fino a quando un’altra grande civiltà si affacciò su Mediterraneo : quella dei Romani.  Furono loro a costruire le prime vere torri sulla cui sommità si teneva acceso un fuoco di fascine e di legna, fu per opera dei Romani che queste torri uscirono dal bacino del Mediterraneo per accendersi sulle coste spagnole e francesi,arrivando fino al Canale della Manica, dovunque giungesse la conquista romana. In Italia, a Ostia, venne costruito dall’imperatore Claudio nel 50 d.c. un porto, poi ampliato da Traiano come sbocco sul mare della capitale, e al suo ingresso fu eretto un faro che emulava quello di Alessandria, almeno nell’aspetto se non nelle dimensioni, e ancora oggi lo si può vedere rappresentato nel pavimento a mosaico del piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica. Altri fari sorsero dovunque vi fosse un porto Romano, dal Tirreno all’Adriatico, e i fari vennero anche rappresentati su monete e bassorilievi. Altri fari sono stati ricordati da Plinio e da Svetonio : quelli di Ravenna, Pozzuoli, Capri e Messina. Prima della caduta dell’Impero Romano 30 torri di segnalazione illuminavano il mare lungo le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico

 

Un faro costruito dai romani è ancora in funzione dopo 2000 anni, si tratta di quello di La Coruña, in Spagna, chiamato Torre de Hèrcules per via delle molte leggende che lo circondano legate al mitico eroe. Fu costruito da Caio Sevio Lupo, proveniente dalla Lusitania, l’odierno Portogallo, intorno al 100 d.C. durante il regno dell’Imperatore Traiano, fu dedicato a Marte e l’architetto pose allora alla sua base una targa con questa iscrizione che è tutt’ora leggibile :

MARTI AUG. SACR./ C. SEVIVS LUPUS

/ARCHITECTUS AEMINIENSIS / LUSITANUS EX.VO

(” Consacrato a Marte / Caio Sevio Lupo / architetto di Aemium / in Lusitania, a compimento di una promessa”)

Un altro faro romano, costruito intorno al 41 d.C. vicino a Boulogne, sulla costa francese della Manica per volere di Caligola, una torre alta 37 metri, dopo essere stato abbandonata dai Romani aveva iniziato ad andare inesorabilmente in rovina. Sembra che lo stesso Carlomagno avesse ordinato di restaurarlo nell’800 d.C. e che sia stato acceso di tanto in tanto, ma a causa dell’erosione marina e delle intemperie è definitivamente crollato nel 1644.

Dopo la caduta dell’Impero Romano nel primo Medio Evo, i secoli bui che seguirono oscurarono anche il mare. Le torri erette dai romani erano ormai andate in rovina, così si ritornò ai falò sulle colline nei punti pericolosi per la navigazione o a bracieri a bracci mobili posti soprattutto all’ingresso dei porti. In Inghilterra e Francia, governate già dalle grandi dinastie, furono soprattutto le torri dei monasteri in riva al mare a svolgere la funzione di fari, sempre alimentati con fascine di legna e gestiti da ordini monastici e dai grandi ordini religiosi cavallereschi, come i Templari, gli Ospitalieri ed i Cavalieri di Malta. In Germania la Lega Anseatica riunì molte città costiere tedesche e scandinave e favorì la costruzione di fari a protezione delle coste e dei porti. Ma c’erano anche dei monaci eremiti che svolgevano questo compito, se ne trovavano in tutta Europa : in Italia possiamo ricordare il monaco San Raineri che teneva un falò acceso a protezione dello Stretto di Messina, dove, su un vecchio bastione, nel 1857 è stato eretto un faro, ma il più famoso di tutti è certo San Venerio (560 ca. – 630), che viveva da eremita sull’Isola del Tino, nel Golfo di La Spezia e che ogni sera, all’imbrunire, accendeva un fuoco sul punto più alto dell’Isola, per aiutare i naviganti ad attraversare sani e salvi quel tratto di mare. San Venerio dal 1961 è diventato il protettore dei Faristi d’Italia ed in ogni faro si trova una piccola pergamena bordata di rosso con una preghiera a lui dedicata.

 

E’ solo a partire dai secoli XI e XII, con la ripresa dei commerci, soprattutto con l’Oriente, che lungo le coste d’Italia, su cui si affacciavano le quattro Repubbliche Marinare, ma pur sempre divisa tra Signorie e Comuni, vennero erette alcune torri sulla cui sommità continuarono a bruciare brugo e ginestra secca, il combustibile più comune nell’area Mediterranea. Venne eretta una lanterna alla foce del fiume Ausa, vicino a Rimini, sull’Adriatico, poi insabbiatosi, e sul Tirreno le torri di Genova, quella di Porto Pisano, della quale ormai non rimane più niente, la torre sulle secche della Meloria, il primo faro costruito in mare aperto nel Mediterraneo, e venne ristrutturato il vecchio faro romano di Capo Peloro, a Messina.    Fra tutti solo il faro di Genova, ricostruito in epoca rinascimentale, è ancora attivo ai giorni nostri.    Il mantenimento dei fari nei porti era molto oneroso, ma veniva assicurato dalle tasse che le navi in entrata dovevano pagare alle autorità preposte per permettere la cura e l’alimentazione del fuoco sulla sommità del faro stesso. Intanto si era evoluta anche la navigazione, era entrata in uso la bussola che la rendeva più sicura, e vennero anche redatti i primi portolani che riportavano le posizioni dei segnali luminosi. Sul finire del Medio Evo l’architettura ebbe un nuovo sviluppo e anche i fari non vennero più visti come una nuda torre che indichi la via o l’ingresso di un porto, ma come monumenti architettonici e come tali dovevano essere costruiti. Nel 1304, per volere di Cosimo I° De Medici, è stato costruito presso l’imboccatura Sud del porto di Livorno, diventato lo sbocco a mare per i traffici marittimi della Toscana, un faro alto 47 metri costituito da due torri cilindriche merlate, più larga quella alla base, più stretta quella superiore, la cui sommità era raggiungibile per mezzo di una scala ricavata all’interno delle mura. Nel porto di Genova, alla base della collina di San Benigno, su uno scoglio proteso sul mare, esisteva già, fin dal 1129, una semplice torre di segnalazione, tanto importante che un intero quartiere aveva il compito di fare la guardia alla costruzione e di rifornirla di combustibile. Nel 1371 anche questo faro aveva già subito delle trasformazioni, un disegno tratto a penna sulla copertina di un manuale dei “Salvatori del Porto” ce lo mostra come una costruzione a tre livelli, con merlatura ghibellina, la fazione predominante a Genova, alleggerito da finestre a ogiva e sormontata da una lanterna, da cui poi il faro ha preso il suo nome. In questo manuale della corporazione, che gestiva sia il porto che il faro in quell’epoca, venivano registrate le spese occorrenti per la manutenzione della torre e le nomine dei guardiani. Si racconta che nel 1449 divenne uno dei guardiani del faro di Genova, che venivano chiamati “turrexani” , Antonio Colombo che risulta essere lo zio del più famoso Cristoforo. Intanto aveva fatto la sua apparizione il vetro, che, benché conosciuto fin dall’antichità più remota, ora veniva prodotto in lastre soprattutto da vetrai di Altare, vicino a Savona, noti fino dal XIII secolo, e poteva essere utilizzato per innalzare sulla sommità dei fari delle lanterne chiuse da vetri, che ne miglioravano la conduzione, in quanto vento e pioggia non minacciavano più il fuoco. Anche i combustibili erano variati nel tempo, nell’area mediterranea si era passati dal brugo all’olio d’oliva. Però questi vetri non erano  ancora raffinati, erano spessi e porosi e la fuliggine li anneriva facilmente, per cui dai registri delle Corporazioni Genovesi, risultava che i “turrexani” venivano riforniti di spugne di mare, bacinelle, stracci e bianco d’uovo per la pulizia dei vetri. Bisogna spettare il 1700 perché il vetro si evolva e diventi simile a quello in uso oggi.

In epoca rinascimentale e barocca il faro viene sempre più considerato come una struttura architettonica, un monumento degno di ammirazione. In Francia Louis de Foix, verso la fine del 1500, costruì il faro di Le Cordouan, all’estuario della Gironda, un fiabesco castello in mezzo al mare, un trionfo di colonne, statue, guglie e pinnacoli, sormontato da un’elegante lanterna a 27 metri d’altezza. All’interno si trovavano due stanze reali, che nessun Re ha mai frequentato e una cappella dove forse nessuno ha mai pregato. Questo faro venne definito “Le Roi des phares, le phare des Rois. In Inghilterra un estroso personaggio, Henry Winstanley, verso la fine del 1600, era riuscito a erigere su Eddystone, un pericolosissimo scoglio situato all’ingresso occidentale della Manica, un fantasioso faro in legno, dotato di una grande veranda aperta, un terrazzo e un’elaborata lanterna, sempre di legno. Ma una notte, all’inizio del 1700, una terribile ondata portò via il faro con tutti quelli che si trovavano all’interno, compreso il suo costruttore. Si trattava di monumenti architettonici belli e ricercati, ma spesso inadatti a svolgere il loro compito di faro, ed assolutamente incapaci di resistere alla furia del mare.

In Italia il più bell’esempio di architettura rinascimentale lo abbiamo nel faro di Genova “la Lanterna”. La torre del vecchio faro costruito nel 1129 era stata tranciata da una cannonata sparata dalla stessa flotta genovese, guidata da Andrea Doria, che nel 1512 stava cercando di cacciare i francesi che si erano asserragliati nel Forte Briglia, alla base della torre.  Dopo circa 30 anni il Doge Andrea Centurione, con un finanziamento del Banco di San Giorgio, decise di ricostruire la torre ed affidò l’incarico ad un architetto sul cui nome le fonti non sono concordi, alcuni indicano Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati, comunque nel 1543 il nuovo faro rinacque dal troncone del precedente. In realtà la sua linea più che ispirata al rinascimento sembra richiamare le linee medioevali, è costruito in due settori, quello inferiore, che finisce con una terrazza, è più largo ed è sovrastato da un altro troncone più stretto, su cui svetta un’imponente lanterna. La primitiva merlatura ghibellina è stata sostituita da un muro in pietra e all’interno è stata costruita una scala in muratura per sostituire quella in legno del faro precedente. Il faro ha subito danni provocati dai fulmini, la lanterna è stata modificata nel tempo e sono stati eseguiti diversi interventi di manutenzione, ma dall’alto dei suoi 77 metri, che diventano 117 sul livello del mare, questa altera signora domina ancora Genova ed il suo fascio di luce è visibile per 26 miglia.

In un’Italia non ancora unita ogni Signoria, Repubblica o Principato che avesse uno sbocco al mare, e quindi un porto, costruiva il suo proprio faro.   Ne abbiamo un esempio a Portoferraio, dove nel 1778 l’Arciduca Leopoldo di Lorena, che allora governava la Toscana, fece costruire sul bastione settentrionale di Forte Stella, eretto dai Medici, una torre alta 25 metri, in stile vagamente medioevale, con una merlatura sotto la lanterna. Solo nel 1860, quando anche l’Isola d’Elba entrò a far parte del Regno d’Italia la torre è diventata un faro a tutti gli effetti, con una portata di 16 miglia. Questo è uno dei tanti fari italiani costruiti al di sopra di fortificazioni preesistenti, se ne possono citare altri : quello dell’isola del Tino, al largo di La Spezia, di Porto Azzurro, sempre sull’Isola d’Elba, il Faro di Forte la Rocca a Porto Ercole e la Torre di San Raineri a Messina. A Rimini, allora facente parte dello Stato Pontificio, nel 1733 l’architetto Luigi Vanvitelli progettò un nuovo faro, che fungeva anche da torre fortino per l’avvistamento dei pirati. Il faro fu terminato nel 1754 da G.F. Buonamici, ha una forma quadrangolare, è alto 25 metri, è tutto dipinto di bianco, ed ha una portata luminosa di 15 miglia.

Intanto anche l’illuminazione dei fari era in continua evoluzione, era necessario renderla sempre più visibile in modo che la loro luce si distinguesse da quelle della costa dove stavano crescendo nuove città e nuovi porti.   Molti scienziati si dedicarono a studi innovativi e nel 1782 il fisico svizzero Aimé Argand (1755-1803) inventò un bruciatore circolare con dieci stoppini alimentati ad olio che duravano 10 giorni, ai quali vennero in seguito aggiunti degli specchi parabolici rotanti che ne aumentavano la luminosità, sistema messo a punto da Jonas Norberg (1711-1783). Questa tipo di lampada venne in seguito ancora perfezionato dall’ orologiaio francese Bertrand Carcel (1750-1812) ed entrò anche in funzione un meccanismo rotante ad ingranaggi, azionato da contrappesi che scendevano lungo la torre, e manovrato a mano. Questo antico sistema, ancora presente in molti fari, può venire usato in casi di emergenza.

E’ stato però a partire dal 1800, il secolo della “farologia”, che, grazie ad un innovativo sistema di illuminazione, la luce dei fari raggiunse il suo massimo splendore. Un fisico francese, Augustin Jean Fresnel (1788-1827), che si era specializzato nello studio della rifrazione della luce, progettò nel 1822 una lente rivoluzionaria, basata in realtà su un principio molto semplice : la sua forma era vagamente ovale ed una serie di anelli prismatici posti in alto ed in basso dirigevano i raggi luminosi verso il centro, dove la lente principale, li raccoglieva e li proietta verso l’esterno.

……………….. segue

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |2 Gennaio 2021 |0 Comments | Una luce nel buio

“LA LANTERNA”

LA SIGNORA CHE DA SETTE SECOLI DOMINA GENOVA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.: 44° 24,3` N – Long.: 8° 54,3` E

 

 

Il Medioevo è stato definito l’epoca dei secoli bui, ma è proprio in questo periodo che si trovano alcune tra le più belle costruzioni fatte dall’uomo. Grandi palazzi dall’aria severa e chiese il cui stile è un misto tra il romanico, oramai affermato, e il nuovo stile gotico vengono erette ovunque ed a Genova se ne trova un bellissimo esempio nella Cattedrale di San Lorenzo, consacrata nel 1118. Ma in questo stesso periodo storico sorgono anche altri monumenti lungo le coste, i primi fari, ed è proprio a Genova che inizia a prendere forma quello che poi diventerà il faro più “civettuolo” e più “cittadino” di tutti, quello che nei secoli perderà la sua denominazione di faro per essere chiamato semplicemente “LA LANTERNA” e diventerà il simbolo stesso di Genova.

In questo primo millennio, la navigazione aveva già avuto un grande sviluppo e Genova era un centro commerciale molto importante. Dal 950 è un comune autonomo, è una delle quattro Repubbliche Marinare, dal 1200 si alternano al potere i podestà, rappresentati dalle due potenti famiglie ghibelline, i Doria e gli Spinola a cui poi seguirono i Dogi, e anche il suo porto era già troppo frequentato per non essere provvisto di un qualsiasi segnale che facilitasse l’avvicinamento dei vascelli che arrivavano da tutto il mondo conosciuto, carichi delle loro preziose ed esotiche mercanzie. Ci voleva una luce che nella notte potesse guidare queste navi all’ingresso del porto.

Le origini della lanterna sono molto incerte e avvolte nella leggenda. Alcune fonti fanno risalire la costruzione della prima torre al 1128, ma pare quasi certo che intorno al 1129, in una località chiamata Capo di Faro, alla base del colle di S. Benigno, dal nome di un convento di benedettini che si trovava sulla sua sommità, verso il ponente genovese, sia stata eretta una torre, la cui cura, con un decreto, detto “delle prestazioni”, venne affidata agli abitanti della zona circostante “Habent facere guardiam ad turrem capiti fari”, questo il loro compito insieme a quello di rifornire costantemente la torre con fasci di “brugo” (erica secca) e “brisca” (ginestra secca) che servivano per alimentare il fuoco sulla torre. Questo combustibile era facilmente reperibile su tutte le alture che circondano la città, ma doveva essere un compito arduo raccogliere e trasportare grandi quantità di sterpi, forse l’incarico era svolto da schiavi o prigionieri. Tuttavia, per rendere più facile l’avvicinamento a Genova, si continuavano a tenere accesi anche dei fuochi sulle alture intorno alla città, anch’essi alimentati con erica ginestra.

Dai registri della locale autorità marittima del XII secolo risulta che niente veniva tralasciato per la cura e la manutenzione della torre e nel 1161 un decreto obbligava ogni nave in arrivo a pagare una tassa di approdo per contribuire alle spese di accensione del fuoco. Non doveva essere un’impresa facile alimentare ogni notte quella torre, che oggi non possiamo immaginare come fosse, né come gli uomini potessero accedere alla sua sommità, forse con delle scale di legno poste al suo interno, come risulta anche dalle cronache posteriori, oppure tramite una “coffa” o cesta, sicuramente di ferro, che veniva riempita con il combustibile e poi sollevata fino alla cima, ma dobbiamo affidarci all’immaginazione perché la prima immagine della lanterna si trova riprodotta a penna sulla copertina di un manuale del “Salvatori del Porto”, risalente al 1371. Questa copertina è stata recentemente restaurata e può essere ammirata nel Museo Marinaro di Genova.

Questa Corporazione, che gestì il porto a partire dal 1290 e che nel 1340, divenne anche i custode del faro, aveva provveduto a far dipingere sulla facciata Nord della torre inferiore lo stemma di Genova, una croce rossa in campo bianco, opera del pittore Evangelista di Milano. Questo stemma si deve essere perso nel tempo perché quello che vediamo oggi è stato progettato e dipinto dall’architetto Pettondi nel 1785 e restaurato, nel corso di lavori alla torre, nel 1991. In questo semplice disegno del manuale, tratto a mano da un ignoto, la Lanterna appare formata da tre tronchi ornati da merli, quello inferiore piuttosto largo e i due superiori, più stretti e sovrapposti, con solo due aperture nelle parti alte. Nello stesso manuale si trovano anche registrate le spese sostenute per l’illuminazione del faro e le nomine dei guardiani.

Nel frattempo però la torre aveva già affrontato molte traversie. La Lanterna poteva essere definita un faro “ghibellino” per lacaratteristica forma dei suoi merli a coda di rondine, diversi da quelli “guelfi”, a profilo perpendicolare. A Genova le due fazioni sono state in lotta per parecchi anni e questa guerra civile rischiava di indebolire la sua potenza. Nel 1318, in particolare, questi contrasti s’intrecciarono con la storia della Lanterna. I Guelfi si erano chiusi nella torre, assediati dalla fazione opposta che li bombardava con pesanti massi e pietre usando una rudimentale catapulta. I Guelfi riuscivano a resistere grazie ai rifornimenti che ricevevano da una galea ancorata nel porto, tramite una specie di teleferica che dal faro arrivava all’albero maestro della nave. I Ghibellini, visto l’inutilità dell’assedio, cominciarono a scavare le fondamenta della torre, rischiando di farla crollare, ma riuscirono solo a stanare i loro nemici per i quali non ebbero nessuna pietà. Le fondamenta del faro rimasero danneggiate e furono consolidate solo nel 1321.

Naturalmente nei secoli seguenti la Lanterna ha subito altri cambiamenti, non era ancora quella che noi vediamo oggi. E’ del 1326, come ci dice lo storico genovese Giustiniani, l’installazione sulla cima della torre della prima lanterna, chiusa da vetri e alimentata con olio d’oliva. Il vetro non era ancora perfezionato, il primo vetro, entrato in uso proprio nel Medio Evo, era spesso e poroso e si anneriva facilmente per via della fuliggine, così il combustibile veniva variato, secondo le condizioni atmosferiche, proprio per ovviare a questo inconveniente.

Nel 1400 la Lanterna fu usata anche come prigione. Per diversi anni (alcune fonti dicono 5, altre 10) vi furono rinchiusi come ostaggi, in cambio del trono di Cipro a Pietro Lusignani, Jacopo Lusignani e sua moglie Eloisa che in una piccola stanzetta diede alla luce il loro figlio Giano. Questi ostaggi furono in seguito liberati dal Doge Leonardo Montaldo. Viene da pensare come può essere cresciuto quel bambino, sospeso tra mare e cielo, cullato dalla musica delle onde e terrorizzato dall’infuriare delle tempeste che squassavano il faro, tra quelle mura umide e fredde.

Tra storia e leggenda la Lanterna continua a sfidare il tempo. Si sa che nel 1405 i guardiani del faro erano sacerdoti e che per questo sulla sua sommità furono innalzati un pesce e una croce, simboli cristiani; nel 1413 un decreto dei “Consoli del Mare” stanziò “36 lire genovine” per la gestione del faro, ormai considerato indispensabile per il porto di una Genova marinara, includendo anche le paghe dei guardiani e stabilendo le multe per quelli che non avessero portato a termine il loro compito con diligenza. Alcune delle storie che circondano la Lanterna raccontano che nel 1449 uno dei guardiani del faro era Antonio Colombo, zio paterno del più celebre Cristoforo che per un incarico di due mesi ottenne una paga di “21 lire genovine”.

La Lanterna si trova, e si trovava, in una posizione molto esposta, arrivando dal mare la si vede svettare sul porto, e si può immaginare com’era quando si trovava a picco su una roccia. Durante le tempeste era spesso colpita dal fulmine ed esistono registrazioni di questi avvenimenti e dei danni subiti dalla torre e dagli uomini che vi si trovavano. La Lanterna fu colpita dalle saette nel 1596 e nel 1602, con danni alla sommità e il ferimento di alcuni uomini. Siccome non esisteva nessun tipo di prevenzione per questi eventi naturali l’unico rimedio che i guardiani trovarono fu quello di far murare su ciascun lato della torre della targhe di marmo con incise delle preghiere. Ma altri fulmini caddero nel 1675 e nel 1778, finché, poco dopo, grazie alla recente invenzione di Benjamin Franklin, e all’intermediazione di Padre Glicerio Sanxais, un fisico dell’Università di Genova, sulla cima della torre fu installato un parafulmine.

Un’altra, truce leggenda narra che nel 1543, quando la Lanterna raggiunse la sua forma definitiva, l’architetto che l’aveva progettata fu gettato dalla cima della torre per ordine del Doge perché non potesse mai più eguagliare una simile costruzione. I malpensanti sostengono che forse l’ordine era stato dato per non pagare la parcella !! Tuttavia il nome del suo costruttore rimane un mistero, c’è chi dice che fu Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati. Chissà quale dei due ha fatto il famoso volo dalla cima della torre ? Ma si dice che, qualunque sia stato il costruttore avesse fatto un patto con il diavolo per portare a termine quella che doveva essere una delle più belle torri al mondo.

E’ facile raccontare la storia della Lanterna perché le sue “avventure” sono state registrate dalle varie Autorità Marittime che si sono succedute nei secoli: i “Consoli del Mare”, i “Salvatori del Porto”, i “Padri del Comune e Salvatori del Porto” ed i “Conservatori del Mare”.

Salendo le scale interne del faro per arrivare alla lanterna si provano sensazioni indescrivibili, come se le sue mura fossero intrise di tutti gli avvenimenti che l’hanno circondata. Su un pianerottolo un cancello nero, chiuso, cela una scala a chiocciola che sale vero l’alto, verso il buio, dove porterà ? Forse verso la prigione degli sfortunati Lusignani ? Altre porte murate dove conducevano una volta ? E’ un mistero che rende la salita ancora più interessante ed emozionante.

Bisogna però arrivare al 1500 perché la Lanterna raggiunga la sua forma definitiva, e questi avvenne in seguito a tragici avvenimenti. Sembra che la storia di questo faro sia legata indissolubilmente a fatti di guerra, a cospirazioni e lotte intestine.

Il 26 Agosto 1502 Luigi XII, Re di Francia, arrivò a Genova, chiamato dalle famiglie patrizie genovesi. All’inizio fu accolto con grandi festeggiamenti, ma in seguito la situazione cambiò e Luigi XII, che da ospite era diventato occupante, fece costruire ai piedi della torre il forte “Briglia”, così chiamato perché l’onere e la fatica della costruzione toccò tutto ai Genovesi e furono proprio questi, capitanati da Andrea Doria, che, per liberare la città dai francesi, la assalirono dal mare nel 1512 e con una cannonata tranciarono a metà la torre, che rimase monca per trent’anni, lasciando Genova priva del suo faro.

Su questo troncone nel 1543 fu edificato il nuovo faro come lo conosciamo oggi, su commissione del Doge Andrea Centurione e finanziato dal Banco di San Giorgio. Furono impiegati molti materiali, come riportato dagli storici: 120.000 mattoni, 2.600 palmi di pietra lavorata a scalpello, 160 metri quadrati di pietre provenienti dalla cava di Carignano. In questa fase la primitiva merlatura ghibellina fu sostituita con un muro in pietra e all’interno è stata costruita una scala in pietra per sostituire quelle precedenti in legno che potevano essere rimosse in caso di attacco alla torre. Una lapide, ancora visibile all’interno del faro, celebra l’avvenuta costruzione del Faro di Genova. (1)

Dunque, nel 1543 la Lanterna ha finalmente raggiunto la sua forma definitiva e sulla sua sommità fu posta una nuova cupola che subirà diverse modifiche e riparazioni nel corso dei secoli successivi anche per i danni subiti a seguito di eventi bellici. Un portolano manoscritto del XVI secolo riporta: “a miglia 14 da Peggi (Pegli, pochi Km a ponente di Genova), città con buonissimo porto e alla parte di ponente, vi è una lanterna altissima e dà segni alli vascelli che vengono a piè di detta lanterna”.

A quell’epoca la luce della Lanterna si poteva già vedere da molto lontano, anche se non si trova specificata la portata, perché la sua nuova cupola era stata ricoperta con cristalli nuovi particolarmente lavorati e curati da maestri vetrai liguri, provenienti da Altare o da Masone e alla fine non mancarono anche i vetrai veneziani, chiamati per migliorare ancora la luminosità della Lanterna.

I custodi del faro, chiamati “turrexani della torre”, dovevano porre una cura particolare nella manutenzione e nella pulizia di questi cristalli e per compiere bene il loro lavoro ricevevano bacinelle, spugne di mare, panni di cotone e bianco d’uovo; tutto dipendeva da questo perché la luce potesse diffondersi il più lontano possibile. Inoltre i guardiani, per eseguire meglio i loro compiti, avevano l’obbligo di vivere all’interno della struttura con le loro famiglie.

Tra il 1711 e il 1791 vi furono altri interventi sulla torre: vi furono posti tiranti e chiavarde per irrobustire la costruzione, visibili ancora oggi all’interno, e furono consolidate le fondamenta.

Agli inizi del 1800 un ingegnere francese, Augustin Fresnel (1788-1827) aveva inventato un’ottica rivoluzionaria destinata ai fari che stavano prendendo campo perché considerati di grande ausilio alla navigazione a vela. Si trattava di speciali lenti diottriche assemblate in modo da far convergere la luce in un punto al centro a occhio di bue e fare uscire i raggi luminosi parallelamente all’asse, aumentando così il loro potenziale e spingendoli lontano moltiplicati e ingranditi. Queste lenti di Fresnel furono installate nel 1841 nel faro di Genova, che allora funzionava ancora con olio d’oliva, insieme a un’ottica rotante sospesa in un bagno di mercurio, che funzionava con un congegno ad orologeria che doveva essere caricato a mano ogni 5 ore, cambiandone definitivamente la fisionomia e aumentandone la portata a 15 miglia.

Più tardi, nel 1881, la Lanterna rischiò di essere declassata perché era stato deciso di costruire un nuovo faro sul promontorio di Portofino, ma, superato questo pericolo, fu invece deciso di potenziarlo, e nel 1898 l’olio d’oliva fu sostituito dal gas di acetilene che, a sua volta, fu ancora sostituito nel 1904 da petrolio pressurizzato, e nel 1936 la Lanterna fu finalmente elettrificata. Negli anni successivi nella cupola avvennero altri cambiamenti dovuti all’avanzare della tecnologia: l’antico impianto di rotazione a orologeria che era manovrato a mano fu sostituito con un impianto di rotazione elettrico e il vecchio apparato rotante a bagno di mercurio fu sostituito con uno nuovo montato su cuscinetti a sfere e vi fu inoltre installato un faro elettrico indipendente di riserva.

La sua storia non finisce qui, la maestosa signora da sette secoli domina il porto e la città dall’alto dei suoi 77 metri (117 sul livello del mare), a Lat. 44° 22′ 15″ Nord – Long. 8° 54′ 20″ Est, ed è il secondo faro più alto d’Europa, ma la sua base non si bagna più nel mare, come nei tempi antichi.

Ormai da qualche tempo il porto è stato ampliato, nuovi moli sono stati costruiti e un moderno aeroporto le fa da sfondo, ma lei è sempre lì, come una gran dama altera e immutabile, e ogni notte lancia sul mare il suo fascio luminoso che può essere visto a 26 miglia di distanza. La sua caratteristica luminosa : luce 0.25 eclisse 4,75 luce 0’25 eclisse 14,75 = 20s di periodo. Oggi è anche radiofaro circolare di atterraggio per la radionavigazione Se qualcuno vuole avventurarsi a salire i suoi 365 gradini si trova davanti una vista mozzafiato a 360° su Genova, sulla Riviera e sui monti che circondano la città.

C’è chi dice che oggi i fari non sono più necessari perché le navi moderne sono dotate di mezzi e tecnologie di ausilio alla navigazione che rendono superato qualsiasi tipo di segnalazione a vista, ma è bello pensare che anche i marinai di oggi, rientrando nel porto di Genova, sulle più moderne e sofisticate navi da crociera vedendo brillare in lontananza la luce della Lanterna sentano di tornare a casa, come accadeva ai loro antenati.

Il faro è curato da Angelo De Caro, da anni suo custode e amico, Come gli antichi “turrexani” Angelo sale ogni giorno fino alla cupola usando un piccolo montacarichi che vi è stato installato diversi anni fa e si prende cura delle lenti di Fresnel, tenendole lucide e brillanti, così come della lampadina da 1000 Watt. Angelo De Caro è solo sulla Lanterna, ormai completamente automatizzata, e suo compito principale è solo controllare che tutto funzioni a dovere ma Angelo è anche un personaggio.

La Lanterna è molto conosciuta, sia per la sua forma piuttosto insolita, sia perché è il simbolo stesso della città di Genova, e Angelo riceve spesso richieste d’informazioni sulla “sua” Lanterna, informazioni che lui fornisce di buon grado raccontando di come si senta tutt’uno con lei, di come ne sia geloso e orgoglioso. Angelo de Caro fa il farista da molti anni, ha girato tutta l’Italia, ha anche salvato la vita a dei naufraghi quando si trovava al faro di Capo Rossello in Sicilia, e questa sua vita di romitaggio la si sente tutta nel suo parlare, lento, cadenzato che ricorda il rotare della lanterna.

Angelo si definisce un romantico eremita e dice che anche in un faro grande si sente la solitudine, che se uno strano non è, strano diventa, un po’ orso anche, ma Angelo De Caro è un uomo grande, questo lo ha reso lo stare tutto il giorno a contatto con la grande, antica signora, il vivere in simbiosi con lei, il prendersi cura della sua bellezza, fare in modo che la sua luce brilli il più lontano possibile perché chi la vede lampeggiare durante la notte possa dire: “Guarda, la Lanterna!!!”.

 

(1) “Nell’anno 1543, sedicesimo della restituita libertà, Pietro Giovanni Cibo Clavica, Giovanni Battista Lercari fu Domenico e Luciano Spinola fu Guglielmo, Padri del Comune, rinnovarono questa torre che una volta i nostri nobili antenati costruirono, e che nel 1512, nell’assedio della Fortezza della Lanterna, fu distrutta dal lancio di proiettili”

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |26 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CAPO CACCIA

ALGHERO, SARDEGNA

Di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. : 40° 02’ Nord – Long. : 8°29’ Est.

 

Questo faro che porta il numero 1418 nell’elenco Fari italiani si trova a circa 25 Km a ovest di Alghero, in Sardegna.

La sua collocazione è molto particolare : si trova in cima ad un dirupo, proprio al di sopra delle famose Grotte di Nettuno, una formazione geologica antichissima, scavata nella roccia a livello del mare, un trionfo di stalattiti e stalagmiti, raggiungibili via mare o a mezzo di un’interminabile a scalinata di 656 gradini, la  “Escala del Cabriol”, che parte proprio dal punto in cui inizia il sentiero verso il faro.  Qui si incontra un piccolo cancello verde con la solita targa gialla che recita “Zona Militare – Divieto di accesso” che, naturalmente, serve a dissuadere anche il più fanatico e curioso amante dei fari.   Come aggirare l’ostacolo ?  Beh, ognuno ha i suoi segreti.

La storia del faro nasce nel 1800, il secolo della farologia, il secolo in cui è stata costruita la maggior parte dei fari in tutto il mondo e più esattamente nel 1864, lo stesso anno di quello di Capo Sandalo, sull’Isola di San Pietro, ed è sempre stato in attività.

La sua lanterna è stata illuminata con i combustibili più diversi, tra cui l’acetilene fino a circa il 1880, seguito dai vapori di petrolio finché, nel 1961,  è arrivata l’elettricità.  Monta un’ottica rotante, una delle dieci che si trovano in Sardegna,  con lenti di Fresnel con 4 pannelli a 90° equidistanti tra loro di tipo O.R. 375/4 a luce bianca e lampi singoli, costruita dalla B.B.T. di Parigi nel 1951.   Ora è illuminata da una lampada alogena da 1000 Watt come tutti gli altri fari italiani. La sua luce  è visibile a 34 miglia di distanza, uno dei fari con maggiore visibilità nel Mediterraneo, e la sua luce ha un periodo di 5” (0,2” di luce e 4,8” di eclisse) e l’ottica compie un giro completo ogni 20”. Se questo può sembrare troppo tecnico o magari astruso, ecco più semplicemente : la lanterna emette un lampo bianco ogni 5”.  Funziona inoltre come faro d’atterraggio per gli aerei in arrivo all’aeroporto di Alghero.

Il faro si trova proprio in cima allo strapiombo che segna l’estremità del golfo di Porto Conte, a picco sul mare ed è un grande caseggiato bianco a tre piani, avvolto nella gabbia di Farday che lo protegge dai fulmini e che gli da uno strano aspetto a quadretti.   E’ una costruzione imponente, sulla cui sommità svetta una torre di circa 24 metri che, sommati, all’altezza della scogliera, porta l’altezza totale del faro a 186 metri sul livello del mare e che fa di Capo Caccia il faro più alto d’Italia.  L’aspetto architettonico di questo faro ricorda, nella sua tipologia, quello di molti altri fari italiani costruiti dal Genio Civile  e dal Ministero dei Lavori Pubblici nella seconda metà del 1800, quando si era reso necessario illuminare, magari in fretta, le coste di un’Italia ormai unificata.  Queste costruzioni sono state purtroppo innalzate da ignoti ingegneri o architetti i cui nomi forse giacciono in qualche vecchio archivio dove sarebbe possibile trovare i piani per questa e altre costruzioni, ma non è facile arrivarci.

Il casamento centrale, quadrato, con la torre che svetta al centro, era il modello più comune, pur diversificando i materiali utilizzati ed i colori per distinguere i vari fari.  Non bisogna dimenticare che parallelamente alla costruzione di questi imponenti signori della notte corrono eventi storici che ne hanno influenzato lo stile e la collocazione.

Quando si parla di un faro si intende parlare anche del suo guardiano. Molti anni fa  guardiani e fari erano strettamente legati uno all’altro, in quanto questi dipendevano strettamente dall’uomo che si prendeva cura di lui.  Oggi i fari automatizzati splendono sempre nella notte e i guardiani sono una specie in via d’estinzione, ma qualcuno rimane e, quando c’è, questo legame si fa sempre sentire.

L’ultimo guardiano, o farista, come si chiamano oggi, del faro di Capo Caccia è stato  Luigi Critelli, genovese, che vi è entrato nel Dicembre del 1994.  La sua è una storia particolare : impiegato presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare a Genova non aveva una particolare inclinazione per i fari, ma solo un grande amore per il mare e la pesca e, forse, anche una certa idiosincrasia per la vita di città quando, per puro caso, si trovò tra le mani un foglio della Marina che cercava personale disponibile a lavorare nei fari.   Fu quasi una folgorazione e, dopo aver convinto la sua famiglia, fece domanda alla Marina che l’accettò. Tra lui e il faro c’era ancora in corso di farista  a cui Luigi partecipò e alla fine, il 21 Dicembre 1994, arrivò a Capo Caccia.  Era una scommessa, la moglie, Maria Teresa, insegnante, i figli, Vincenzo e Fiorenza, ancora piccoli, erano rimasti a casa in attesa che lui si sistemasse e lui si sistemò, superando le difficoltà dell’inizio con l’entusiasmo di un neofita.    La famiglia si riunì presto e hanno vissuto tutti nel faro  in una beata solitudine che non dispiace a nessuno.   Conducevano una vita come quella di tutte le altre famiglie, la moglie insegnava ad Alghero, i figli, ormai grandi, andavano a scuola e Luigi aveva le sue quotidiane mansioni a cui attendere, ma quando si riunivano lo facevano in una casa bomboniera, affacciata sull’infinito.

Luigi aveva anche due colleghi che dividevano con lui il lavoro non solo sul faro, ma anche su tutti gli altri segnalamenti che fanno parte della reggenza di Capo Caccia, fino a Bosa Marina e a Porto Conte, perché le luci in mare sono importanti e devono essere viste molto chiaramente.  Naturalmente il faro occupava la maggior parte del suo tempo, c’era da fare la manutenzione ordinaria e straordinaria e, soprattutto, da tenere puliti i vetri della lanterna e le lenti di Fresnel.  Il faro è alto sul mare, ma quando gli elementi si scatenano il mare può fare dei danni anche lassù.  Davanti a Capo Caccia si trova una piccola isola,  La Foradada, e quando il  mare è in tempesta le onde frangono sull’isolotto e l’acqua nebulizzata arriva fino alla cima della lanterna portando con sé tutto il sale del mare.

Ogni faro ha la sua storia da raccontare, spesso sono storie fantastiche legate alla sua costruzione o alla vita dei guardiani che si sono susseguiti nel tempo, alle volte in queste storie entrano anche i fantasmi, e abbiamo chiesto a Luigi se il suo faro aveva una di queste storie da raccontare.  Lui ha detto di no, non ne conosceva, poi, però ha ricordato uno strano episodio che gli era capitato nei primi tempi, dopo due mesi che abitava lassù, da solo.   Un pomeriggio, stanco, si era appisolato, si trovava in uno stato di dormiveglia e forse stava sognando, non ricorda, ma ha sentito chiaramente bussare alla porta, poi qualcuno è entrato, gli si è avvicinato e ha detto a una terza persona : “Sta dormendo, veniamo un altro giorno”  .  Luigi si è svegliato, e non ha visto nessuno, così nei giorni seguenti ha chiesto a tutte le poche persone che conosceva se erano andati al faro  ma nessuno era arrivato fin lassù e nessuno era andato a cercarlo il giorno seguente.  Lui la racconta così, come una cosa strana che gli è capitata e che gli è rimasta impressa e a cui non sa dare una spiegazione, anche se forse una spiegazione ce l’ha, ma quale ?

Ecco la storia del faro di Capo Caccia,  un faro in cima al mondo, dove chiunque di noi vorrebbe trovare il suo paradiso privato.

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |19 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

FARO DI ILE VIERGE

NORD FINISTERE, BRETAGNA – FRANCIA

 di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 48° 38’  Nord   Long. 04° 34’  Ovest

 

Vierge è una piccola isola che si trova lungo la costa Nord Occidentale della Francia, in quella Regione, Finistère (Finis Terrae, la fine del mondo) tristemente nota ai naviganti per le sue coste frastagliate e pericolose.  Vierge stessa non è altro che uno scoglio più grande in mezzo ad una barriera di scogli, bassi e disseminati in mare, un pericolo costante anche a causa delle alte maree.  Il governo francese acquistò l’isola nel 1840 per costruirvi un faro, una torre quadrata in granito alta 32 metri, con una portata di 14 miglia, inaugurata il 15 Agosto 1845, che si rivelò subito inadatta ad illuminare quel largo tratto di mare.

 

Nel 1882 la autorità decisero di costruire un nuovo faro, senza abbattere il vecchio, ma i lavori iniziarono solo nel 1897 per terminare nel 1902.  Il risultato è grandioso : una torre cilindrica in granito scuro di Kersanton, con una base di 13,20 metri e alta 82 metri che diventa il più alto faro d’Europa, superando anche la Lanterna di Genova, che, con i suoi 77 metri, aveva detenuto il primato fino a quel momento.  Per salire in cima al faro si devono salire 365 gradini, più altri 35 per raggiungere la lanterna, per un totale di 400 scalini.   Una cosa che lascia senza fiato, tutta la parete che circonda la lunga scala a chiocciola, fino al soffitto, è ricoperta da 12.500 piastrelle di opalina azzurra di origine italiana, che dà a tutto l’insieme l’aspetto di un acquario.  In realtà pare che questa copertura abbia una funzione pratica : l’opalina è costituita da polvere d’osso e di vetro mescolate insieme e queste piastrelle proteggono le pareti dalla polvere e dall’umidità.  Un altro faro francese ha questa decorazione lungo la scala, il faro di Eckmühl, con la differenza che queste ultime provengono dalla manifattura francese di Saint-Gobin.

 

All’inizio il faro funzionava a petrolio, ed è stato elettrificato nel 1956.  L’energia è fornita da una batteria ad accumulatore alimentata da un  impianto eolico ed è illuminato da un bulbo alogeno da 650 Watt che emette un lampo bianco ogni 5 secondi con una portata di 27 miglia.  Il corno da nebbia che emette un suono di 3 secondi ogni 3 minuti è stato sistemato nel vecchio faro, dove si trovano anche gli alloggi dei guardiani.

 

 

 

 

Benché si trovi su un’isolotto ad un chilometro e mezzo dalla terraferma, questo faro è considerato a tutti gli effetti “un faro d’alto mare” .  Se la marea lo permette la torre è visitabile da Giugno a Settembre ed i guardiani, che vi si trovano ancora, guidano volentieri i visitatori su per la lunga scala per fare ammirare la superba vista dall’alto del faro.

 

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |18 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

Introduzione di Annamaria “Lilla”Mariotti

Pubblico qui una storia che si è svolta durante la seconda guerra mondale,  scritta da Cristina Palumbo Grandinetti, una cara amica e una persona che l’ha vissuta in prima persona, da bambina, la figlia di Enrico Mario Aristogitone Palumbo Grandinetti allora farista del  faro di Marettimo e che, diventata adulta, ha voluto scrivere un omaggio a  suo padre, che  ha compiuto  un’impresa coraggiosa e molto pericolosa per quei tempi, conservando il faro di Punta Libeccio, a Marettimo, per i posteri. Mi è giunta voce che il faro è in vendita, forse diventerà un altrto albergo di lusso, ma senza  il  coraggio e l’intraprendenza di quell’uomo oggi il faro non esiterebbe più

 

Come mio padre salvò il faro di Marettimo

durante la 2ª guerra mondiale

di Cristina Palumbo Grandinetti

Mio padre, ha trascorso 20 anni nella Regia Marina, asumendo anche la carica di guardiano dei fari. Cominciò a riflettere sui fari dopo un lungo imbarco sulla Cristoforo Colombo, allorché allo sbarco sul molo Beverello di Napoli, vide la reazione d’un bimbetto che per la lunga assenza del genitore, non volle accettare le carezze dello stesso, perché sconosciuto alla sua mente puerile. Quello episodio fu decisivo per mio padre e giurò che non doveva mai capitare a lui una cosa del genere, se un giorno avesse messo su famiglia, la sua vita doveva svolgersi a terra. Passò, quindi, ai sommergibili della base di Taranto e dopo al Corpo delle Capitanerie di Porto. Pertanto, allo scoppio della seconda guerra mondiale si trovò a prestare servizio, col grado di nostromo, presso il comando di Trapani.

 

Ritengo opportuno tornare un po’ indietro nel tempo e descrivere l’inizio della sua vita militare. Il suo grande amore per il mare sbocciò all’età d’otto anni, quando lasciò il suo paese natio in Sila: Paterno Calabro, in provincia di Cosenza, in cui era nato il 28.12.1914. Avendo perso il padre all’età di soli tre anni durante la prima guerra mondiale per un attentato a un treno, la sua esistenza subì una svolta determinante. Dal padre avrebbe avuto sicuramente una buona guida allo studio, essendo stato questi un insegnante di latino e greco a Roma. Ma a otto anni percepì il primo odore di salsedine a Napoli, dove dovette trasferirsi presso uno zio, generale e comandante della scuola militare “Statela “.

Il contatto con i militari forgiò e fortificò il suo corpo e la sua mente, fu così che decise di diventare marinaio e a sedici anni fuggì per arruolarsi in Marina. S’imbarcò sulla nave scuola “ Amerigo Vespucci”, passando poi a studiare presso la scuola navale “ Morosini “ di Venezia. Della sua vita, anche pericolosa, egli ne ha fatto delle storie, testimoniate anche dalle foto, e che noi figli da piccoli ascoltavamo in quei silenzi del faro, dove solo il vento e i rumori della notte ci riportavano all’ordine per andare a letto convinti di essere anche noi dentro quei fantastici racconti. Inizia così la vita militare di mio padre Enrico Mario Aristogitone Palumbo Grandinetti…..

Durante il periodo della guerra, con tutte le sue vicissitudini, ho detto già prima che prestava servizio col grado di nostromo alla Capitaneria di Porto di Trapani e subito dopo fu assegnato all’isola di Marettimo, il cui segnalamento marittimo: Punta Libeccio, era di vitale importanza per i naviganti. In occasione di questo trasferimento, conobbe mia madre, una bellissima isolana di cui si innamorò perdutamente e che sposò.  Senza dubbio, i meno giovani si ricorderanno di Caterina Campo, della famiglia intesa di Iacu Cristu, in via G. Pepe (u canaluni da pilusa ai lati della ex-chiusa).

Marettimo, 29 ottobre 1942

Nozze di Caterina ed Enrico Palumbo Grandinetti

Questo trasferimento quasi voluto dal destino, fu avvantaggiato dal fatto che certamente la vita non era tanto facile per il nostro protagonista, poiché proprio in quel periodo si avvicinava lo sbarco degli americani, ed essendo questi allora dichiarati nostri nemici, i tedeschi facevano di tutto per ostacolarli, facendo anche saltare le banchine del porto di Trapani per impedirne lo sbarco. Ma col senno del poi, con questa distruzione, anziché ostacolare, facilitarono lo sbarco dei mezzi anfibi statunitensi che trovarono tutto spianato.

Tali piani non erano condivisi da papà e perciò in mezzo a tutto quel grande caos, chiese apposta di passare ai fari e essendo un conoscitore del luogo non ebbe difficoltà a diventare guardiano del faro di Marettimo.

Fu a quel punto della guerra che mio padre ebbe l’ordine dall’Ammiraglio Manfredi di distruggere anche il faro, facendolo saltare con l’esplosivo, proprio come era stato fatto con le banchine di Trapani. Indubbiamente, il faro era un punto di riferimento molto importante e fondamentale per il nemico, ecco il motivo di tale scelta strategica militare.

In quel periodo il Comandante del Porto era un certo Di Leo, descritto da mio padre uomo capace, di grande valore e pregio. Per eseguire l’ordine, arrivarono da Trapani 250 kg di tritolo, trasportati addirittura da un mezzo privato, mettendo così a repentaglio la vita di un equipaggio formato da marinai e pescatori marettimari. Il comandante del natante in questione era zio Mario Torrente.

Venne sbarcato tutto sotto la costa del faro, zona impervia e rischiosa, non esistendo un approdo sicuro e l’esplosivo venne accuratamente sistemato nelle adiacenze del faro, affinché nulla restasse dopo la deflagrazione.

Il tenente Tarantino, allora capoposto, lasciò la postazione, tornando in paese per una strada scoscesa lunga 9 km. Capo Russo fece lo stesso con i marinai ai suoi ordini, intuendo il grave pericolo di vita che correvano.

Rimasero così solo mio padre e l’artificiere che gli disse: “Capo, io non me la sento, è troppo pericoloso perché la miccia è troppo corta e non c’è il tempo di mettersi in salvo, moriremo tutte e due senza pietà”. Comprendendo ciò, mio padre prese una decisione definitiva cambiando tattica. Quindi entrò nel faro, prese una tronchesina che mio padre poi conservò gelosamente per tutta la vita ed è tuttora esistente, e tranciò una parte della miccia per fermare la combustione.

Era però necessario fare qualcosa per non trasgredire agli ordini, altrimenti si sarebbe trattato di tradimento da corte marziale…. Allora mio padre lanciò una bomba a mano verso la zona minata lungo la scogliera. La tal cosa causò una forte esplosione che fece volare per lo spostamento d’aria i due uomini per un paio di metri. All’epoca, papà aveva 28 anni e pertanto i danni fisici furono limitati.

Il boato fu sentito distintamente in paese e tutti si chiesero se i due eroi fossero sopravvissuti, furono quindi accolti con grande esultanza quando ritornarono sani e salvi. Il faro di Punta Libeccio, tanto conteso oggi dai marettimari, esiste ancora per merito suo suo

.

Anni ’50, al faro con la famiglia i Palumbo Grandinetti al completo

La vita di mio padre cambiò un poco dopo questo episodio, ebbe parecchi problemi, ma la sua capacità di difendersi ebbe la meglio e divenne in paese l’amico di tutti. Rimase nell’isola fino a quando i figli non furono cresciuti e nacque la necessità di trasferirsi sulla terraferma per farli studiare.

Questo era mio padre, uomo di grande valore, padre eccezionale, eroico guardiano del faro, che terminò la sua carriera a Siracusa, da lui amata profondamente e dove oggi riposa. Non dimenticherò mai la luce dei suoi occhi cerulei, il giorno in cui nel porto di Siracusa entrò a vele spiegate il suo primo amore: l’Amerigo Vespucci.

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |12 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CAPE BYRON

NUOVA GALLES DEL SUD  – AUSTRALIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 28° 38’ Sud    Long 153° 38’ Est

 

 

Sulla costa orientale della Nuova Galles del Sud, in Australia, si trova una ridente cittadina turistica, Byron Bay, meta di vacanze per Australiani, ma anche per turisti da ogni parte del mondo, 800 chilometri a Nord di Sydney e 175 a Sud di Brisbane.

Sul lato est della città si trova un piccolo promontorio, Cape Byron, il punto più ad Est del Continente Australiano, che si dimostrò una località ideale per la costruzione di un faro.

L’Australia, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, stava diventando sempre più importante anno dopo anno e, secondo le parole dell’allora Governatore del Nuovo Galles del Sud, John See, “Il Governo aveva fatto quanto altri nel mondo per rendere le coste più sicure possibile perché era necessario mantenere la via aperta”   Si racconta che sia stato il capitano Cook a chiamare quella zona  Cape Byron in onore di John Byron, nonno del celebre poeta inglese.

Il 1° Dicembre 1901 a Cape Byron fu inaugurato un faro costruito in blocchi di cemento armato dall’architetto  Charles Harding,  nello stile del suo predecessore  James Barnet, per molti anni architetto della colonia, dove aveva costruito anche il faro di Macquire e al quale Cape Byron somiglia.  Le lenti di Fresnel di primo ordine installate nella lanterna erano state costruite dalla ditta francese Henry Lepante di Parigi, pesavano 8 tonnellate, erano formate da 760 pezzi di vetro prismatico e funzionavano con un sistema ad orologeria.  Il bruciatore concentrico a sei stoppini aveva una potenza di 145 candele.   Questo sistema è stato sostituito nel 1922 da un bruciatore a vapori di kerosene che sviluppava una potenza di 500 candele.   Nel 1956, quando il faro è stato elettrificato, la sua potenza è stata portata a 2.200 candele con una portata di 27 miglia, diventando così il faro più potente di tutta l’Australia e il meccanismo ad orologeria è stato sostituito da un motore elettrico.   Una luce rossa ausiliaria è stata installata per segnalare due pericolosi scogli a Nord Est.

Il giorno dell’inaugurazione venne preparato un grande banchetto per festeggiare l’evento e furono invitate tutte le più importanti personalità, tra le quali l’allora Governatore John See.

Il caso volle che il mal tempo e il mare in tempesta non consentissero alla nave che trasportava il Premier di arrivare in tempo.  Nonostante questo il banchetto fu tenuto ugualmente quel giorno, mentre nuovi festeggiamenti si tennero il giorno seguente all’arrivo dell’importante personaggio.

Il faro più antico dell’Australia (il Macquire) e i più potente (Cape Byron) sono molto simili nella struttura, un caseggiato bianco sormontato da un’alta torre massiccia che termina con una grande lanterna al di sopra di un terrazzino con la ringhiera di metallo, un omaggio dell’architetto che lo ha costruito al suo predecessore.

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |5 Dicembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

FARO DI ILE VIERGE

NORD FINISTERE, BRETAGNA – FRANCIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 48° 38’  Nord   Long. 04° 34’  Ovest

 

Vierge è una piccola isola che si trova lungo la costa Nord Occidentale della Francia, in quella Regione, Finistère (Finis Terrae, la fine del mondo) tristemente nota ai naviganti per le sue coste frastagliate e pericolose.  Vierge stessa non è altro che uno scoglio più grande in mezzo ad una barriera di scogli, bassi e disseminati in mare, un pericolo costante anche a causa delle alte maree.  Il governo francese acquistò l’isola nel 1840 per costruirvi un faro, una torre quadrata in granito alta 32 metri, con una portata di 14 miglia, inaugurata il 15 Agosto 1845, che si rivelò subito inadatta ad illuminare quel largo tratto di mare.

 

Nel 1882 la autorità decisero di costruire un nuovo faro, senza abbattere il vecchio, ma i lavori iniziarono solo nel 1897 per terminare nel 1902.  Il risultato è grandioso : una torre cilindrica in granito scuro di Kersanton, con una base di 13,20 metri e alta 82 metri che diventa il più alto faro d’Europa, superando anche la Lanterna di Genova, che, con i suoi 77 metri, aveva detenuto il primato fino a quel momento.  Per salire in cima al faro si devono salire 365 gradini, più altri 35 per raggiungere la lanterna, per un totale di 400 scalini.   Una cosa che lascia senza fiato, tutta la parete che circonda la lunga scala a chiocciola, fino al soffitto, è ricoperta da 12.500 piastrelle di opalina azzurra di origine italiana, che dà a tutto l’insieme l’aspetto di un acquario.  In realtà pare che questa copertura abbia una funzione pratica : l’opalina è costituita da polvere d’osso e di vetro mescolate insieme e queste piastrelle proteggono le pareti dalla polvere e dall’umidità.  Un altro faro francese ha questa decorazione lungo la scala, il faro di Eckmühl, con la differenza che queste ultime provengono dalla manifattura francese di Saint-Gobin.

 

All’inizio il faro funzionava a petrolio, ed è stato elettrificato nel 1956.  L’energia è fornita da una batteria ad accumulatore alimentata da un  impianto eolico ed è illuminato da un bulbo alogeno da 650 Watt che emette un lampo bianco ogni 5 secondi con una portata di 27 miglia.  Il corno da nebbia che emette un suono di 3 secondi ogni 3 minuti è stato sistemato nel vecchio faro, dove si trovano anche gli alloggi dei guardiani.

 

Benché si trovi su un’isolotto ad un chilometro e mezzo dalla terraferma, questo faro è considerato a tutti gli effetti “un faro d’alto mare” .  Se la marea lo permette la torre è visitabile da Giugno a Settembre ed i guardiani, che vi si trovano ancora, guidano volentieri i visitatori su per la lunga scala per fare ammirare la superba vista dall’alto del faro.

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |29 Novembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CABO MAYOR

Santader, Cantabria, Spagna

Lat 43°29’ Nord – Long 3°47’ Ovest

 

Santader è una grande città fino dal 1755, quando ha ottenuto il titolo, è capitale regionale della Cantabria, è, ed è sempre stata  un porto molto importante con il suo traffico di merci e persone, soprattutto nel XVI secolo, per il commercio della lana con le Fiandre.  La città si trova all’interno della stretta baia omonima che forma un porto naturale,  situata sulla costa Nord della Spagna, che si apre sul Golfo di Biscaglia e sull’Oceano Atlantico.  L’accesso a questa baia è molto pericoloso a causa di alcune piccole isole e  di una lingua di sabbia che restringono il suo ingresso, inoltre i venti dominanti da Ovest e, specialmente durante l’inverno, le tempeste molto frequenti sulle coste Nord della Spagna, rendono ancora più pericolose e difficoltose le manovre per entrare nella baia.

 

Fino dai tempi più antichi a Cabo Mayor, un piccolo promontorio che si trova a destra dell’ingresso della baia,  si trovava una torre di segnalazione sulla quale veniva acceso un fuoco durante le notti tempestose per guidare il ritorno delle molte barche dei pescatori, mentre di giorno le segnalazioni erano fatte per mezzo di bandiere colorate.  Ma tutto questo non era più sufficiente per il traffico marittimo, che andava aumentando negli anni, così nel 1776 un locale uomo d’affari chiese l’autorizzazione per costruire un faro a Cabo Mayor, chiedendone anche la gestione che avrebbe ottenuto con il pagamento dei diritti pagati dalle navi in arrivo.   Il permesso non gli fu accordato e il capo e la baia rimasero ancora al buio.

 

Il progetto fu ripreso due anni dopo, nel 1778, quando le autorità proposero un sistema per illuminare la baia e il porto di Santader, e fu deciso che l’opera sarebbe  stata realizzata a spese del Tesoro Reale.   La zona di Cabo Mayor fu subito esclusa a causa della sua lontananza dal porto, vennero quindi presi in considerazione due progetti : il primo prevedeva la costruzione di un faro all’ingresso  della baia proprio sulla lingua di sabbia che ne restringeva l’entrata, abbastanza alto da essere visto dal mare al di là di Cabo Mayor;  il secondo, invece, proponeva la costruzione di una fortezza sulla cui sommità sarebbe stato posto il faro, in modo da raggiungere due obiettivi, quello di proteggere la città e di illuminare il mare.   Per motivi che non sono giunti ai posteri, entrambi i progetti furono abbandonati.

 

Dovevano passare ancora molti anni prima che fosse presa una decisione. Si era arrivati al XIX secolo, i commerci con le Americhe avevano apportato grandi cambiamenti alla città, la popolazione era cresciuta,  il porto e i cantieri navali si erano espansi, non era più possibile dilazionare la costruzione di un faro, ormai divenuta indispensabile.

 

Nel 1833 le Autorità Portuali decisero quindi di costruire il faro, che sarebbe stato pagato con i tributi delle navi in arrivo, esattamente a Cabo Mayor, nello stesso posto scelto nel lontano 1776 e che era stato in seguito scartato, dove il faro si trova ancora oggi.   Il faro fu acceso solennemente per la prima volta  il 15 Agosto 1839, mentre ai suoi piedi la gente ballava e cantava. Per l’occasione la torre era stata ricoperta di piccole bandierine di carta, forse per ricordare l’antico faro che, di giorno, indicava la strada ai pescatori proprio con le bandiere.  La lanterna era illuminata da tre stoppini circolari funzionanti ad olio, la cui luce era aumentata da un sistema di riflettori. L’apparato ottico aveva otto lenti e cento specchi nella parte superiore e sessanta specchi in quella inferiore per riflettere la luce.  A quel tempo la lanterna consumava circa 200 grammi di olio all’ora.

 

Il faro ha subito molti cambiamenti nel corso del tempo, ma non nella sua struttura, che é rimasta quella originale. Nel 1893 fu anche testimone di una grande tragedia del mare, il mercantile Cabo Machichaco esplose nel porto, con la perdita di più di 500 vite umane e molti danni alle strutture a terra.

 

Con la tecnologia che avanzava, solo la lanterna ha subito modifiche, la più importante delle quali è stata l’elettrificazione nel 1920 e poi, nel 1954 l’installazione di un moderno segnale da nebbia e nel 1958 è diventata anche un radiofaro.

 

La torre è imponente, bianca, alta 30 metri, con una larga base circolare situata su un grande piazzale a picco sul mare e la sua luce spazza il mare con una portata di 21 miglia.  Vicino si trovano due basse costruzioni che servivano una volta per gli alloggi dei guardiani e per il combustibile e che oggi vengono usati come magazzini per i macchinari.

Il faro è di proprietà del Governo Spagnolo ed è gestito dall’Autorità Portuale di Santander. All’interno del faro si trova una targa posta dal Dipartimento del Commercio di Santander :

“Questo faro fu costruito con molti tormenti

guida sicura su coste incerte

utile nei giorni di bel tempo

necessario in quelli tempestosi

e onorabile in altri più quieti

Anno 1838”