Una luce nel buio

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |7 Novembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CABO MAYOR

Santader, Cantabria, Spagna

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat 43°29’ Nord – Long 3°47’ Ovest

Santader è una grande città fino dal 1755, quando ha ottenuto il titolo, è capitale regionale della Cantabria, è, ed è sempre stata  un porto molto importante con il suo traffico di merci e persone, soprattutto nel XVI secolo, per il commercio della lana con le Fiandre.  La città si trova all’interno della stretta baia omonima che forma un porto naturale,  situata sulla costa Nord della Spagna, che si apre sul Golfo di Biscaglia e sull’Oceano Atlantico.  L’accesso a questa baia è molto pericoloso a causa di alcune piccole isole e  di una lingua di sabbia che restringono il suo ingresso, inoltre i venti dominanti da Ovest e, specialmente durante l’inverno, le tempeste molto frequenti sulle coste Nord della Spagna, rendono ancora più pericolose e difficoltose le manovre per entrare nella baia.

Fino dai tempi più antichi a Cabo Mayor, un piccolo promontorio che si trova a destra dell’ingresso della baia,  si trovava una torre di segnalazione sulla quale veniva acceso un fuoco durante le notti tempestose per guidare il ritorno delle molte barche dei pescatori, mentre di giorno le segnalazioni erano fatte per mezzo di bandiere colorate.  Ma tutto questo non era più sufficiente per il traffico marittimo, che andava aumentando negli anni, così nel 1776 un locale uomo d’affari chiese l’autorizzazione per costruire un faro a Cabo Mayor, chiedendone anche la gestione con la quale avrebbe ottenuto il pagamento dei diritti pagati dalle navi in arrivo.   Il permesso non gli fu accordato e il capo e la baia rimasero ancora al buio.

Il progetto fu ripreso due anni dopo, nel 1778, quando le autorità proposero un sistema per illuminare la baia e il porto di Santader, e fu deciso che l’opera sarebbe  stata realizzata a spese del Tesoro Reale.   La zona di Cabo Mayor fu subito esclusa a causa della sua lontananza dal porto, vennero quindi presi in considerazione due progetti : il primo prevedeva la costruzione di un faro all’ingresso  della baia proprio sulla lingua di sabbia che ne restringeva l’entrata, abbastanza alto da essere visto dal mare al di là di Cabo Mayor;  il secondo, invece, proponeva la costruzione di una fortezza sulla cui sommità sarebbe stato posto il faro, in modo da raggiungere due obiettivi, quello di proteggere la città e di illuminare il mare.   Per motivi che non sono giunti ai posteri, entrambi i progetti furono abbandonati.

Dovevano passare ancora molti anni prima che fosse presa una decisione. Si era arrivati al XIX secolo, i commerci con le Americhe avevano apportato grandi cambiamenti alla città, la popolazione era cresciuta,  il porto e i cantieri navali si erano espansi, non era più possibile dilazionare la costruzione di un faro, ormai divenuta indispensabile.

Nel 1833 le Autorità Portuali decisero quindi di costruire il faro, che sarebbe stato pagato con i tributi delle navi in arrivo, esattamente a Cabo Mayor, nello stesso posto scelto nel lontano 1776 e che era stato in seguito scartato, dove il faro si trova ancora oggi.   Il faro fu acceso solennemente per la prima volta  il 15 Agosto 1839, mentre ai suoi piedi la gente ballava e cantava. Per l’occasione la torre era stata ricoperta di piccole bandierine di carta, forse per ricordare l’antico faro che, di giorno, indicava la strada ai pescatori proprio con le bandiere.  La lanterna era illuminata da tre stoppini circolari funzionanti ad olio, la cui luce era aumentata da un sistema di riflettori. L’apparato ottico aveva otto lenti e cento specchi nella parte superiore e sessanta specchi in quella inferiore per riflettere la luce.  A quel tempo la lanterna consumava circa 200 grammi di olio all’ora.

Il faro ha subito molti cambiamenti nel corso del tempo, ma non nella sua struttura, che é rimasta quella originale. Nel 1893 fu anche testimone di una grande tragedia del mare, il mercantile Cabo Machichaco esplose nel porto, con la perdita di più di 500 vite umane e molti danni alle strutture a terra.

Con la tecnologia che avanzava, solo la lanterna ha subito modifiche, la più importante delle quali è stata l’elettrificazione nel 1920 e poi, nel 1954 l’installazione di un moderno segnale da nebbia e nel 1958 è diventata anche un radiofaro.

La torre è imponente, bianca, alta 30 metri, con una larga base circolare situata su un grande piazzale a picco sul mare e la sua luce spazza il mare con una portata di 21 miglia.  Vicino si trovano due basse costruzioni che servivano una volta per gli alloggi dei guardiani e per il combustibile e che oggi vengono usati come magazzini per i macchinari.

Il faro è di proprietà del Governo Spagnolo ed è gestito dall’Autorità Portuale di Santander. All’interno del faro si trova una targa posta dal Dipartimento del Commercio di Santander :

“Questo faro fu costruito con molti tormenti

guida sicura su coste incerte

utile nei giorni di bel tempo

necessario in quelli tempestosi

e onorabile in altri più quieti

Anno 1838”

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |31 Ottobre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

 

 IL FARO DI  LA CORUÑA, GALIZIA, SPAGNA

E LE SUE LEGGENDE

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat. 43° 23′ 13″ N – Long.  8° 24′ 17″ O

 

Molte sono le suggestive leggende legate al faro di La Coruña  che ancora oggi si raccontano e che riguardano anche il mitico eroe Ercole e il capo celtico Lord Breogan che fondò la città di Brigantium, in Galizia,  in realtà la torre originale fu costruita al tempo dell’Imperatore Traiano, alla fine del I° secolo D.C. da Caio Sevio Lupo, un architetto proveniente da Aemium, una città allora situata vicino a quella che oggi è Coimbra, in Portogallo e fu dedicata  al Dio Marte, con l’intento di usarla sia come faro che come torre di avvistamento per proteggere il vicino porto di Brigantium.

Alla base della torre, dove è conservata, si trova tutt’ora una pietra con la seguente iscrizione :

 

MARTI – AUG. SACR.

C. SEVIVS LUPUS

ARCHITECTUS  AEMINIENSIS

LUSITANUS EX.VO

Che tradotta significa :  ” Consacrato a Marte.  Gaio Sevio Lupo, architetto di Aemium, in Lusitania, a compimento di una promessa”

La torre fu costruita su una pianta quadrata, con i lati di 18 metri e un’altezza di 36 metri, aveva tre piani a su ogni piano si affacciavano quattro stanze comunicanti tra loro.   In alto terminava con un pinnacolo cilindrico di circa 4 metri e intorno ad esso erano collocati i contenitori per il fuoco.   La scala si trovava all’esterno e saliva  tutto intorno alla torre.

La storia e le vicissitudini di questo faro si snodano  attraverso i secoli,  le prime tracce si trovano in un trattato di Paolo Orosio scritto tra il 415 e il 417 nel quale, per la prima volta, la torre viene chiamata “Faro”.   L’uso della torre per questo scopo venne in seguito associato alla città e all’intera regione, tanto che nel 572 venne dato il nome di “Faro” ad una delle divisioni territoriali donata al Vescovato di Iria  e nell’830 la regione viene chiamata “Contea del Faro” .    Anche quando la popolazione costiera fu costretta a fuggire all’interno  a seguito dell’invasione Normanna, a partire dall’846,  la città fondata dai rifugiati fu chiamata “Burgo de Faro“.   Nell’870 San Sebastiano, nelle sua cronache, racconta che i Normanni arrivarono “fino ad un posto conosciuto come Faro di Brigantium”.    Nel 915 la proprietà della città di “Farum Brigantium”  passò all’arcivescovado di Santiago di Compostela.   Negli anni seguenti i territori limitrofi vengono sempre identificati con il nome del Faro mentre passano di mano in mano tra  vari monasteri e chiese, finché nel 991 il Re Bermudo II dona “la Contea del Faro” alla Chiesa di Santiago.    Durante il Medio Evo un Re, Alfonso V, conferma la donazione della Contea alla chiesa, con l’esclusione della torre, che viene però contesa tra vari nobili,  a causa della sua posizione  e della solidità della sua costruzione, infatti veniva usata anche come fortezza. Diventò di nuovo proprietà della corona, e poi ancora dell’arcivescovado di Santiago di Compostela, ma tutti questi cambiamenti portarono solamente alla rovina della torre che, a causa della  mancanza di un’adeguata manutenzione, cominciava ad andare  in  rovina.

Alla fine del XII Secolo la città di Brigantium prende il nome di “Las Cruña”  (dal latino “ad columnam” cioè vicino alle colonne) e nel secolo seguente divenne la città principale della regione.     Intanto la torre continuava a decadere,  la rampa delle scale esterne fu demolita e le sue pietre vennero usate per costruire una fortezza all’interno della città.    A  partire dal XVI Secolo la torre divenne proprietà della città, ma il fatto che mancava la scala per raggiungere i piani superiori la rese inservibile e così la sua rovina aumentò e nel 1589, durante l’assedio degli inglesi, fu definita “un nido per uccelli”.     Fu solo nel 1682 che furono iniziati dei lavori per riattivarla come faro e per poter raggiungere la sommità furono creati dei passaggi nelle volte delle stanze, fu costruita una scala interna e in cima, sul lato Nord, furono costruite due piccole torri per contenere due lanterne.   Le spese per la riparazione, la riattivazione e la manutenzione del faro furono pagate per 10 anni dai Consoli di Inghilterra, Olanda e Fiandra che erano interessati alla sicurezza della navigazione commerciale tra i loro paesi.    In seguito questo onere passò alle Autorità Cittadine, ma ancora una volta  la torre venne trascurata e questo provocò l’inizio di un altro declino con la caduta di una delle due piccole torri e danni alla scala interna.

Dobbiamo arrivare al 1785, quando la torre passò nelle mani del Reale Consolato Marittimo della Galizia, per vedere rinascere questo monumento.    In quello stesso anno fu decisa la sua ricostruzione e l’incarico fu affidato a Eustaqui Gianini, un ufficiale di marina e ingegnere.   Il vecchio nucleo della torre fu rivestito con pietre di granito dello spessore di 60 cm., sulla cima fu costruita una volta ottagonale e all’interno una nuova scala, e nello stesso tempo furono effettuati altri lavori di ristrutturazione generale.   I lavori finirono nel 1791 e con questo intervento il Faro prese l’aspetto con cui oggi lo conosciamo.    La lanterna aveva sette riflettori alimentati a olio e l’eclisse era ottenuta da lastre d’acciaio mosse da un meccanismo ad orologeria.

A partire dal 1833 molti sono stati i cambiamenti che la lanterna del Faro ha subito e gli avvenimenti che lo hanno accompagnato.    Una cosa interessante è che tra il 1849 e il 1854 fu istituita nel Faro una scuola per Guardiani del Faro, che attirava giovani  che volevano imparare il mestiere.    Nel 1921 arrivò l’elettricità  e furono quindi abbandonati i vecchi sistemi di illuminazione e nel 1956 sul lato Sud Ovest della base fu costruito un nuovo quartiere per il Guardiano.  Infine nel 1974 fu installato il corno da nebbia e nel 1977 il radiofaro.

Oggi la Torre di Ercole è diventata il simbolo della città di La Coruña ed è comune identificare l’una con l’altra.   Il Faro per secoli è apparso sugli stemmi della città e attraverso queste rappresentazioni si possono anche vedere i vari cambiamenti a cui la torre è stata sottoposta.  Oggi essa continua la sua funzione di Faro, la sua caratteristica sono quattro lampi di luce bianca con un periodo di 20 secondi che possono essere visti ad una distanza di 23 miglia.   Ha un radiofaro e il segnale per la nebbia.     La sua posizione geografica è : 43° 23′ 9″ Nord, 8° 24′ 24″ Ovest e la sua altezza sul livello del mare è di 57 metri.

 

E’ aperta al pubblico fino ai piani superiori,  l’unica stanza non visitabile è quella della lanterna.  Durante la salita su possono  vedere i resti dell’antica costruzione romana ed i segni dei seguenti rimaneggiamenti.   Alla base della torre si trova una piccola costruzione che protegge la pietra con l’iscrizione originale latina di cui si è parlato all’inizio.

Tra storia e leggenda si snodano le vicissitudini di questa torre che ha incrociato la sua storia con eroi del passato, ma che in realtà  è stata costruita dai Romani per proteggere un porto importante per i loro commerci, un faro che ha vissuto momenti di declino e momenti di gloria, ma che, saldo come una roccia, ha attraversato i secoli, le bufere, gli imperi e gli imperatori.  Ha subito molti cambiamenti, ma è rimasto lì, proteso verso l’Oceano Atlantico, come una testimonianza della lunga storia di questi monumenti luminosi che rischiano di andare perduti ancora una volta per l’incuria dell’uomo.

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |24 Ottobre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI LA JUMENT,

Nord Finistére, Bretagna – Francia

di Annamaria “Lilla” Mariotti

 Lat.  :  48° 25’ Nord    Long.  :    5° 08’ Ovest

 

Il 9 Gennaio del 1904 il Signor Charles-Eugène Patron, dopo essere sfuggito a un naufragio, fece un testamento con il quale lasciava 400.000 franchi per la costruzione di un faro, con due condizioni.  Una era chiaramente scritta :“Questo faro dovrà innalzarsi su una roccia in uno dei paraggi più pericolosi del litorale Atlantico, come quello dell’Isola di Ouessant”, mentre l’altra condizione era che il faro doveva essere costruito entro sette anni, pena il decadimento della donazione.  Il Signor Patron morì nel Marzo dello stesso anno.

Le autorità di Parigi erano restie a costruire un altro faro in quella zona : il faro di Créac’h copriva già quel tratto di mare e quello di Ar-Men era appena stato completato, ma alla fine fu deciso che un altro faro nel canale di Fromveur, che conduce direttamente a Brest, sarebbe stato utile.   La scelta cadde sullo scoglio di La Jument dove anni prima, nel Febbraio 1855, si era già verificato un tragico naufragio, una roccia a Sud Ovest dell’isola di Ouessant, zona di difficile accesso, di forti correnti e di violente mareggiate.  Tra i naviganti corrono doversi proverbi che riguardano questo tratto di mare, uno di questi dice :  “Qui voit Ouessant voit son sang” (“Chi vede Ouessant vede il suo sangue”).

I lavori iniziarono nel 1904 e si presentarono subito difficili, come per tutti i fari in alto mare.  Nel primo anno, a causa delle condizioni sfavorevoli, gli operai poterono accostarsi allo scoglio solo 17 volte, per un totale di 52 ore di lavoro; l’anno seguente il mare fu ancor più inclemente e gli uomini dovettero lavorare nell’acqua sotto la minaccia delle onde,  ma grazie all’organizzazione rigorosa, il cantiere proseguì e il faro in granito, alto 47 metri, fu inaugurato il 5 ottobre del 1911.

I fondi si stavano esaurendo e nella fretta di finire gli ingegneri non si erano resi conto che al disotto della roccia si trovava una cavità, che l’isolotto non era abbastanza alto sul mare e che una vicina barriera di scogli convogliava contro la base del faro ondate pericolose.  I conseguenti lavori di rinforzo e di consolidamento, ripresi in tempi diversi, durarono fino al 1940.

Fu durante la prima forte tempesta che i cinque guardiani che si trovavano nel faro si resero conto che la torre non era stabile.  Le onde che arrivavano da sud-ovest si infilavano nella cavità sotto la roccia  e facevano tremare pericolosamente tutta la struttura: i vetri della lanterna si spaccarono, l’acqua entrò dalle finestre e il mercurio della vasca su cui galleggiavano le lenti si sparse dappertutto, intossicando alcuni degli uomini.

Questo incubo durò cinque giorni e cinque notti, finché una nave di soccorso raggiunse il faro per portare a terra gli uomini intossicati.  Da un controllo che seguì gli ingegneri si resero conto che il faro non era ben ancorato alla roccia e che stava in piedi solo grazie al suo peso. La situazione era talmente grave che nel 1918 la Marina fece evacuare il faro e venne addirittura presa in considerazione l’idea di metterlo fuori servizio. Tuttavia prevalse l’ipotesi di  effettuare ulteriori lavori di consolidamento, che iniziarono immediatamente, con il riempimento della cavità sottostante il faro. Seguirono opere di rinforzo della base con una camicia di cemento armato. Anche in questo caso il cantiere procedette lentamente e con grandi difficoltà, tra l’alta e la bassa marea, tra un’onda e l’altra.   L’ultimo lavoro, il più difficile, fu quello di ancorare la torre alla roccia con dei cavi d’acciaio in tensione, con una trazione di 2.500 tonnellate.  Charles-Eugène Patron non avrebbe mai immaginato quanto sarebbero lievitati i costi del faro da lui voluto per testamento.

I guardiani tornarono quindi a La Jument: il faro continuava a tremare, i vetri della lanterna si rompevano e si aprivano crepe nelle pareti, ma ormai nessuno ci faceva più caso.

La prova defintiva si ebbe nel 1989, quando una tempesta più terribile delle altre vide il faro sommerso dalle onde, fatto reso famoso dal fotografo Jean Guichard, allora si ci fu la conferma che,  nonostante tutto,  la torre resisteva.

 

 

Il faro di La Jument è il più esposto e il più pericoloso dei fari francesi: sembra sorgere dal mare, con la sua torre esagonale che si eleva su una base a terrazza circondata da una ringhiera e termina con una terrazza sporgente su cui è posata la lanterna dipinta di rosso.  Dal luglio 1991 il faro è stato automatizzato ed è telecomandato dal faro di Créac’h, sull’isola di Ouessant: i suoi tre lampi bianchi ogni 15 secondi continuano ad illuminare quel pericoloso tratto di mare.

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |17 Ottobre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI CREAC’H

ILE D’OUESSANT – BRETAGNA, FRANCIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.   48° 27’ Nord – Long.  5° 07’ Ovest

Sebbene la Francia  sia stata in ritardo rispetto al resto dell’Europa nella costruzione dei fari ora le coste francesi sono tra le più illuminate di tutto il vecchio continente.  Quando alla fine del 1800 la costruzione di queste strutture aumentò, la filosofia seguita è stata quella di costruire ogni faro a una distanza tale dal seguente, in modo che le navi potessero avvistare la luce di un faro appena se ne erano lasciato alle spalle un altro.

Sono migliaia i fari installati lungo le coste francesi e 120 di questi si trovano nella zona di Finistère.  La penisola di Finistère, in Bretagna, è la prima che avvistano le navi in arrivo dalle coste atlantiche  e sull’estremità Nord Occidentale dell’Isola di Ouessant, situato in alto su una roccia che si eleva sull’Oceano Atlantico, si trova il faro più potente d’Europa, il più importante per il traffico marittimo  tra il Canale della Manica e l’Atlantico.   Si tratta di Créac’h (il suo nome significa “promontorio” in dialetto bretone), conosciuto anche come il faro di Ouessant.

Questo faro imponente, alto 55 metri, è stato costruito nel 1863 per proteggere l’aumentato traffico marittimo in quella zona, dovuto anche allo sviluppo delle colonie oltre oceano, traffico che entrava e usciva dal  Canale della Manica da e verso le rotte oceaniche.   Il vecchio faro di Le Stiff, costruito nel 1695 e alto solo 32 metri, che si trovava già sull’isola e veniva acceso solo durante l’inverno, non era sufficiente a prevenire i naufragi su quella costa frastagliata, la sua luce era troppo scarsa.  Créac’h ha di fronte a sé, alla base dell’altura su cui si trova, una distesa di scogli frastagliati che possono tagliare come coltelli, sui quali si frange la forza delle onde dell’oceano.  E’ stato calcolato che all’inizio del XX° Secolo almeno 30.000 navi sono passate vicino all’isola di Ouessant, spesso avvolta dalla nebbia che è sempre la maggiore causa di sinistri.

Come tutti i fari  anche questo ha una lunga storia, durante gli anni sono state apportate molte modifiche che lo hanno reso quello che è oggi.

Nel 1888  è stato elettrificato ed è stato dotato di una nuova ottica, più luminosa, poi, nel giro di 40 anni è stato ancora modernizzato a diverse riprese, con tre ottiche diverse, che hanno raddoppiato la sua portata luminosa fino a 34 miglia.   Un corno da nebbia era anche indispensabile e nel 1900 è stata installata una moderna sirena, sostituita nel 1912 da una campana e nel 1985 con un segnale a vibrazione situato sulla terrazza del faro.  Nel 1987 è stato anche installato sulla lanterna un sistema di segnalazione per impedire agli uccelli migratori di urtarla durante il loro volo.

Il faro funziona con un bulbo a gas di xeno, che ha una durata di 5.000 ore e quando i faristi devono sostituirlo sono obbligati ad indossare maschera e guanti protettivi.   Lo xeno (il cui nome deriva dal greco “xenox”, – straniero) è un gas nobile, inerte, inodore e incolore  scoperto nel 1898 dagli inglesi  Sir William Ramsey e Morris W. Travers e che viene usato come gas per lampade ad arco, nelle lampadine flash e nelle lampade a fluorescenza. La sollecitazione elettrica dello xeno produce un’esplosione di brillante luce bianca.   Questo fa sì che i due lampi bianchi ogni dieci secondi che lancia il faro di Créac’h siano i più potenti d’Europa.

Nel faro di Créac’h, inoltre, dopo l’automatizzazione dei fari di Stiff, Nividic, La Jumentr, Kéréon e Les Pierres Noires, è  stato installato il computer che regola e controlla l’attività di tutti questi fari.

 

Nell’antica centrale elettrica alla base del faro, sostituita con una più moderna, fino dal 1988 è stato aperto il Museo ufficiale des Phares et Balise, l’Ente che gestisce i fari in Francia,  in cui sono esposte le più belle lenti di Fresnel di tutta Europa, tra cui le prime lenti del faro di Le Cordouan, insieme a reperti che raccontato la storia e l’evoluzione dei fari.  Non c’era posto più adatto al mondo per un simile museo, nel primo faro elettrificato in Francia.

Il faro di Créac’h è una torre cilindrica, a bande bianche e nere che sostiene un’alta lanterna di ferro e la cui base è circondata da una serie di edifici a ferro di cavallo.  Ma l’esterno semplice e lineare è niente in confronto all’interno, le cui pareti sono interamente ricoperte da pannelli e intarsi  in legno, dando al faro un’ aspetto lussuoso e caldo, da club inglese.  Il soffitto in cima alla scala a chiocciola è decorato con una rosa dei venti in legni di colore diverso.

La fantasia degli architetti dei fari francesi non ha limite, non si accontentano di costruire una torre luminosa, il gusto del bello in Francia si estende all’interno di un faro che, nell’immaginario collettivo, dovrebbe essere quanto di più spoglio e di più spartano si possa immaginare.

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |10 Ottobre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

MACQURE – IL FARO DEL GOVERNATORE

SIDNEY, AUSTRALIA

di Annamria “Lilla” Mariotti

Lat. :  33° 51′ Sud – Long. :  151° 17′ Est

 

Il faro di MacQuaire, conosciuto anche come  South Head Upper Light, è stato il primo e quello che è rimasto in uso più a lungo in tutta l’Australia e si trova in una località chiamata Dunbar Head, all’ingresso del porto di Sidney.

Bisogna cominciare con degli eventi storici perché la storia di questo faro si intreccia con quella di alcuni personaggi, che oggi fanno parte della storia, che per un motivo o per un altro, ebbero a che fare con il faro.

Nella prima metà del 1800 l’Australia era ancora in gran parte territorio inesplorato.  Il famoso esploratore Capitano Cook l’aveva reclamata per l’Inghilterra nel 1770, e a quel tempo la popolazione locale era costituita da aborigeni che sicuramente, almeno in parte avranno subito la sorte di tutte le popolazioni indigene all’arrivo dei bianchi conquistatori.

Nel 1788 venne fondata nella parte Sud Orientale dell’Australia una colonia inglese chiamata Nuova Galles del Sud, in omaggio alla madrepatria, che, come altri territori inglesi del nuovo mondo, fu quasi subito adibita a colonia penale, un ottimo sistema per rendere abitabile un pezzo di terra in fondo al mondo e avere della mano d’opera a buon prezzo, se non gratis.  Naturalmente la Corona favoriva anche l’espatrio di cittadini liberi che volessero trovare in quella terra nuove possibilità di lavoro.

Nel 1809 arrivò in quel territorio il nuovo Governatore, Lachlan MacQuarie (1761-1824), un ufficiale scozzese che aveva già servito la corona in diverse parti del mondo.  Era arrivato con la seconda moglie Elisabeth per sostituire il Governatore William Blight (1754-1817),  il quale, dopo il famoso ammutinamento della sua nave, il Bounty, benché fosse stato prosciolto da qualsiasi addebito per quell’avvenimento, non aveva più avuto molta credibilità come comandante di una nave e alla fine era stato nominato Governatore di quella nuova terra, dove però incappò di nuovo in una brutta avventura, perché la sua carriera questa volta finì con “la rivolta del rum”.

Blight fu deposto e arrestato il 26 Gennaio  1808, nel ventesimo anniversario della fondazione della colonia,  da un ufficiale della guardia, su istigazione di quella che era la parte benestante dei cittadini, trovandosi così ad affrontare il secondo ammutinamento della sua vita, questa volta a terra.  Non si sa molto di questa storia, pare che il rum non c’entrasse per niente con questo arresto, il regolamento sul commercio di alcolici era stato solo un pretesto, pare che tutto fosse dovuto al fatto che era stato violato un codice d’onore, più antico delle leggi scritte. Comunque Blight fu liberato dopo un anno, tornò in patria e diventò Ammiraglio.  Casi della vita.

Il nuovo Governatore era uno scozzese duro come una roccia,  era nato in una delle isole Ebridi il 31 Gennaio 1761, figlio di un carpentiere, ma parente stretto di un Capo Clan, il che gli permise di fare una rapida carriera nell’esercito, dove entrò a 15 anni. L’anno seguente si trovava già in Canada,  ad Halifax in  Nuova Scozia. A 20 anni era già tenente e si trovò a New York e Charleston durante le fasi finali della guerra d’Indipendenza Americana.

Dopo un breve ritorno a casa ripartì per l’India, dove divenne segretario militare del Governatore di Bombay. Mentre si trovava ad Antigua sposò Jane, la sua prima moglie, ma il matrimonio durò poco perché la giovane donna morì appena tre anni dopo in Cina senza avergli dato un figlio. Nel 1801 si trovò promosso ad assistente del Generale e inviato in Egitto.  Nel 1802 fu promosso maggiore e rientrò in Inghilterra, a Londra, dove ebbe anche l’occasione di essere ricevuto da Re Giorgio III e dalla Regina Carlotta e di fare vita di società.  Nel 1805 ottenne il grado di tenente colonnello e tornò in India. Nel 1806, dopo un viaggio avventuroso via Bagdad, Mosca e San Pietroburgo, rientrò a Londra dove nel 1807, a 46 anni, una bella età per quell’epoca, sposò la sua seconda moglie Elisabeth dalla quale ebbe il tanto sospirato figlio maschio.  Ed ecco che due anni dopo arrivò la nomina a Governatore della Nuova Galles del Sud,  in Australia, primo governatore appartenente all’esercito, dato che i precedenti erano stato tutti ufficiali di marina e dove rimase fino al 1821.

C’era molto da fare in quel territorio e MacQuarie per primo vide le possibilità di utilizzare la forza lavoro dei deportati, che erano nel frattempo  aumentati di numero, offrendo in cambio la libertà.  Fu così che realizzò molte opere civili che ancora esistono ed é qui che la storia del Governatore si intreccia con quella del primo faro australiano che porta il suo nome.

Anticamente Sidney si chiamava Port Jackson e già nel 1791, ad appena un anno dall’arrivo della prima flotta di coloni,  un’asta con una bandiera indicava l’entrata del porto, ma questo non era sufficiente e nel 1793 venne innalzato un semplice traliccio che sosteneva un braciere nel quale veniva bruciata legna, e questo fu, per 25 anni, l’unico segnale che illuminava l’ingresso  della rada. Fu proprio MacQuarie che decise di costruire un faro in pietra e per questo diede l’incarico a Francis Greenway (1777-1837), un architetto deportato per motivi politici, che già aveva collaborato con il Governatore per realizzare alcune delle più belle costruzioni pubbliche di Sidney e che in seguito fu emancipato.

Come succede spesso per molti i fari anche la costruzione di questo richiese tempo e fatica.   I lavori iniziarono nel 1816 e per la torre e per l’edificio venne impiegata pietra arenaria. La torre era centrale, appoggiata su una bassa struttura vagamente orientaleggiante, con due cupole ai lati.   I lavori terminarono nel 1818 e la lanterna era illuminata da un certo numero di lampade ad olio, la cui luce veniva amplificata da riflettori parabolici e girava grazie ad un apparato ad orologeria.

La lanterna lanciava un lampo bianco ogni minuto e la luce era visibile fino a 22 miglia.  In realtà l’architetto avev messo subito in guardia il Governatore : il materiale usato per la costruzione era di scarsa qualità e prevedeva che avrebbe presto subito dei danni, infatti, già nel 1823 delle pietre si staccarono dalla struttura, che venne subito rinforzata con delle bande di ferro, ma con scarsi risultati.   A quel tempo però il nostro Governatore era già tornato in Inghilterra, dove doveva difendersi dalla accuse che gli erano state mosse per il fatto che la sua politica portava a  garantire agli ex deportati gli stessi diritti che avevano i coloni, fino al punto che aveva elevato alla carica di magistrato due emancipati e ne aveva invitati altri a cenare alla sua tavola.

Questo non era piaciuto né ai militari, né tanto meno a coloro che facevano parte della cosiddetta buona società locale, al punto che il Governatore fu messo sotto inchiesta e quando terminò il suo mandato e tornò a Londra, nel 1821, dovette discolparsi di un’accusa di abuso d’ufficio, di qualcosa che in realtà non aveva commesso, in quanto la sua era stata solo una visione moderna di un mondo nuovo.  Sotto il suo governatorato la colonia era arrivata a battere moneta e MacQuarie aveva anche fondato la prima banca locale. Non è ben documentato l’esito dell’inchiesta, ma si sa che Macquarie nel 1822-1823 intraprese un viaggio in Europa con tutta la famiglia e che nel 1824 si recò a Londra ancora per questioni inerenti l’inchiesta e lì morì per un’infezione renale, a 63 anni, senza avere ottenuto la pensione che gli era stata promessa.

Il ricordo che lasciò nella Nuova Galles del Sud era, ed è, tale che la sua tomba è tutt’ora gestita dal National Trust of Australia, ed il suo nome è ricordato in molti posti : gli sono state dedicate delle strade, un lago,  un porto, un’università, un’isola, un francobollo e non solo sul continente australiano.

Comunque il suo faro gli sopravvisse, ma in tali condizioni che  nel 1878 il Governo della nuova Galles del Sud decise di costruirne uno nuovo.  La costruzione iniziò nel 1881 e terminò nel 1883.  I lavori erano stati affidati all’architetto James Carnet il quale costruì una copia esatta del vecchio faro, utilizzando però  del materiale di migliore qualità ed apportando delle modifiche solo alla lanterna che era più grande della precedente per alloggiare un apparato di illuminazione più moderno, infatti vi furono installate della lenti di due metri di diametro, le lenti di Fresnel, costruite dalla ditta Chance Brothers di Birmingham, in Inghilterra,  e considerato a quale tempo l’impianto di illuminazione più moderno al mondo.  Altre modifiche riguardarono le decorazioni, si era a quel tempo in epoca vittoriana e al faro furono aggiunte alcune sculture che ritraevano la regina.
La nuova apparecchiatura funzionava con l’elettricità fornita da due giganteschi magneti da due tonnellate e mezzo mossi da un silenzioso motore orizzontale da otto cavalli alimentato a carbone.  Con questo sistema il faro lanciava un lampo di otto secondi ogni minuto e poteva essere visto alla distanza di 25 miglia.  I magneti funzionavano uno alla volta, il secondo veniva messo in funzione solo quando le condizioni atmosferiche erano pessime e questo permetteva allora di ottenere una potenza di luce che era considerata l’unica al mondo.  Uno di questi due magneti, ristrutturato,  è ora in mostra  all’interno del faro.  Comunque, con il bel tempo e la visibilità buona, l’illuminazione del faro era affidata solo a un bruciatore a gas.

I due fari, il vecchio e il nuovo, convissero per molto, molto tempo, nessuno voleva abbattere il faro del Governatore, anche se il nuovo portava sempre il suo nome.  Venne rimosso l’apparato di illuminazione dal vecchio faro, ma la struttura sopravvisse fino ai primi del 1900.

Intanto la gestione dei due motori a gas era risultata troppo costosa, così nel 1912 la lanterna venne alimentata con vapori di kerosene, fino al 1933, quando fu finalmente elettrificata.  Dal 1976 il faro è automatizzato e l’ultimo guardiano ha lasciato la struttura nel 1989.

Chissà cose avrebbero pensato di tutte queste innovazioni il Governatore e il primo guardiano del primo faro MacQuarie, un certo Robert Watson,  già avanti negli anni, che venne esonerato dal suo lavoro di Comandante del porto, dopo una vita da marinaio, e gli venne affidato l’incarico di occuparsi di questo importante ed unico faro australiano a partire dal 28 Novembre 1818 e che morì meno di un anno dopo.   Anche lui è stato ricordato dagli abitanti della nuova colonia e dalla storia : la vicina Baia Watson ha preso il suo nome.

Oggi i discendenti di quei primi galeotti sono fieri dei loro antenati, non tutti erano dei veri malfattori, a quell’epoca si mandava la gente in colonia penale anche per poco, e molti di questi uomini, e donne, hanno saputo a prezzo di grandi sacrifici e lavoro ottenere la libertà e dare inizio alla vita in un continente immenso anche grazie alla visione di un lungimirante Governatore che sapeva riconoscere il valore dell’uomo al di là delle sue azioni e che aveva saputo dare a quei primi coloni una possibilità di riscatto.

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |3 Ottobre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI PORTLAND HEAD

PORTLAND, MAINE – U.S.A.

Testo e foto di Annamaria “Lilla” Mariotti e archivio del faro

Lat.   :  43° 37’ Nord – Long. :  70° 13’ Ovest

 

Il faro di Portland Head si trova a Cape Elisabeth  su una testa di terra all’ingresso del principale canale di navigazione nel porto di Portland,  all’interno della Casco Bay nel Golfo del Maine. Completato nel 1791, è uno dei fari più antichi degli USA

Nel 1700 lo stato del Maine faceva ancor parte del Massachusetts  e fu solo nel 1786 che venne fatta la prima richiesta per la costruzione di un faro all’ingresso del porto di Portland, che allora si chiamava Falmouth, nella zona di Cape Elisabeth,  che era uno dei più trafficati d’America.

La costruzione iniziò solo nel 1787 subito dopo che una nave naufragò su quelle rocce infide,  ma il lavoro fu presto interrotto per mancanza di fondi.

Nel 1789, divenne presidente degli Stati Uniti George Washington e su sua istanza il Congresso autorizzò la ripresa della costruzione con uno stanziamento di $1.500.  George Washington in  persona ingaggiò due costruttori locali , Jonathan Bryant and John Nichols, e li incaricò di occuparsi della costruzione.

I  fondi stanziati non erano ancora  sufficienti e i lavori furono eseguiti con una certa economia e con matriale locale per cui e la torre originale era alta solo 17 metri, ma ben presto fu chiaro che la sua luce non sarebbe stata abbastanza visibile, così fu alzata e a  lavori finiti la portata del faro raggiungeva i 22 metri.

Il faro fu completato nel 1790 e acceso per la prima volta il 10 Gennaio 1791  illuminato  da da 16 lampade alimentate con olio di balena.

Il primo Guardiano del Faro di Portland, un veterano della Rivoluzione Americana di cui non si conosce il nome,  fu incaricato dal Presidente in persona.  Quest’uomo  non percepiva uno stipendio, ma aveva il permesso di abitare nella casa adiacente, di pescare e di piantare ortaggi.

Un faro così antico ha una lunga storia da raccontare, già nel 1810 si trovava in cattive condizioni, così furono fatte riparazioni e apportate modifiche.  Nel 1813 furono in installate nella lanterna le lenti di  Winslow Lewis (1770-1850), un discusso capitano marittimo molto attivo nella costruzione di fari in America durante la prima metà del XIX secolo. Questo capitano  applicava ai fari americani un  suo sistema di illuminazione che praticamente si basava su  uno già in uso  nei fari europei, quello delle Lampade di Argan.  La sua pratica nel campo dell’ingegneria non era molta e le torri da lui costruite non duravano a lungo e quasi nessuna sopravvive oggi. Questo è tutto quello che si sa sulla sua carriera.

In questi anni un frequente visitatore del faro era il poeta  Henry Wadsworth Longfellow, nativo di Portland e amico del guardiano, che scrisse la sua poesia “The Lighthouse” seduto su una roccia alla base della costruzione.   Una targa ricorda ancora oggi questo avvenimento.

Sembrava che questo faro non avesse pace, altre lanterne furono installate nel 1850 e nel 1855, la torre fu ricoperta con mattoni e venne installata una scala a chiocciola di ghisa traforata all’interno.

Il naufragio della nave inglese “Bohemia” che trasportava emigranti in Inghilterra, avvenuto nel 1864 e la guerra Civile Americana che rendeva necessario poter vedere il faro del porto di Portland al più presto fece decidere l’anno dopo di alzare la torre di altri 6 metri  e inoltre vennero installate lenti di Fresnel di quarto ordine.   Ma anche questa luce non era sufficiente e nel 1885 la torre fu ancora rialzata e le lenti furono sostituite con lenti di Fresnel di secondo ordine.  La casa del guardiano che si vede attualmente fu costruita nel 1891.

Nel 1869 divenne Guardiano del faro Joshua Strout, già capitano marittimo e  nativo di Cape Elisabeth  che diede inizio ad una dinastia di guardiani del faro che sarebbe durata per 59 anni, fino al 1928.

Durante questo periodo avvenne uno dei più strani naufragi della storia della marineria :  la vigilia di Natale del 1886 il tre alberi “Annie C. Macguire” si schiantò contro le rocce sotto Portland Head.  Joshua, suo figlio e la moglie, con l’aiuto di alcuni volontari,  posarono  una semplice scala  tra la riva e l’imbarcazione, riuscendo così a salvare il capitano, sua moglie, gli ufficiali e tutti i membri dell’equipaggio.  Nessuno seppe mai spiegarsi cosa fosse successo perché, nonostante la stagione invernale, la visibilità era ottima e il mare calmo.   Il giorno di Capodanno del 1887 una tempesta distrusse completamente il veliero, dopo che tutti gli oggetti di valore erano stati salvati.    Anche di questo avvenimento rimane un ricordo ai giorni nostri :  una scritta sulla roccia alla base del faro “In memory of the ship Annie C. Maguire, wrecked here, December  24, 1886.”

La torre subì molte altre modifiche, i 6 metri aggiunti alla torre nel 1865, furono rimossi nel 1882, poi fu di nuovo rialzata di 6 metri entro un anno, comunque oggi la sua altezza si è fermata a 24 metri.   L’elettricità è arrivata al faro nel 1929 e la sua luce fu spenta per tre anni durante la seconda guerra mondiale

Dopo questi ultimi cambiamenti poco è cambiato fino al 1989 quando il faro è stato automatizzato.    Nel 1990 la proprietà è passata in affitto alla città di Cape Elisabeth, alla quale fu donata tre anni dopo grazie al Senatore  George Mitchell.  Oggi la Guardia Costiera gestisce ancora il faro e il segnale da nebbia, ma tutto il resto è gestito dalla città di Cape Elisabeth e iscritto nel registro dei luoghi storici.

Il luogo dove il poeta Longfellow scrisse un giorno la sua poesia è oggi uno dei luoghi più frequentati e fotografati d’America.  Il faro si trova all’interno del Fort Williams Park e arrivando si ha la vista di uno dei più vecchi fari  esistenti nel Nuovo Continente, con la sua torre conica bianca, come la casa del guardiano a due piani, posta di fianco, i tetti sono rossi e la lanterna in ferro è dipinta di nero, una vista indimenticabile.

Si può salire lungo la bellissima scala di ghisa traforata fino alla terrazza, non si può però entrare nella lanterna che è chiusa al pubblico, ma la sue lenti  sono messe in bella vista per la gioia dei visitatori.

 

 

Dal 1992 la casa del guardiano è stata adibita a museo e negozio di souvenirs  i cui proventi sono utilizzati per la conservazione del faro che rimane testimone silenzioso da più di 200 anni di tutto quello che è avvenuto ai suoi piedi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |26 Settembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL MISTERO DEL FARO DI EILEAN MOOR

ISOLE FLANNAN, SCOZIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Ay, though we hunted high and low
And hunted everywhere
Of the three men’s fate we found no trace
Of any kind in any place
But a door ajar and an untouched meal
And an overtoppled chair……

Tratto da “ Flannan Isle” di Wilfrid Gibson, 1912

 

La prima volta che sono venuta a conoscenza per puro caso del fatto che sto per raccontarvi non l’ho preso per vero.   Ho pensato a una leggenda locale o all’’invenzione di qualche fantasioso scrittore, così ho deciso di documentarmi e, seguendo gli indizi, sono arrivata ai National Archives of Scotland,  ed ecco, davanti a me, i documenti originali, i telegrammi, la corrispondenza, i rapporti, tutto quello che concerneva questo giallo, un caso misterioso accaduto più di cento anni fa e mai risolto.  Il faro e l’Oceano Atlantico hanno mantenuto e manterranno per sempre il loro segreto.

 

Tutto è accaduto a Eilean Mor,“Grande Isola” in Gaelico, una delle isole Flannan, una manciata di sette scogli buttati quasi per caso nell’’ Atlantico del Nord Ovest, chiamate anche “I sette cacciatori”, situate a 33 Km dalle Isole Ebridi, al largo della Scozia.

Queste isole prendono il loro nome da un vescovo, Flannan o Flann, che nel 1600 aveva fatto erigere una cappella proprio su Eilean Mor. Il motivo che può aver spinto quel pio uomo a costruire una cappella in quell’angolo di mondo sperduto in quell’epoca e soprattutto le difficoltà che può avere incontrato per portare a termine il suo compito sono del tutto sconosciute, comunque tutto l’arcipelago è sempre rimasto disabitato.

In tempi antichi i pastori delle Ebridi solevano portare le loro pecore a pascolare su alcune di quelle isole, ricche di pascoli durante l’’estate, ma mai vi passavano la notte.  Quegli scogli avevano la fama di essere abitati da presenze misteriose, inquietanti e nessuno aveva la volontà di fermarsi a controllare se era vero. Meglio tornare con la rassicurante luce del sole.

La “Grande Isola”  ha una superficie di circa 150 metri quadrati e il suo punto più alto raggiunge appena gli 80 metri.  Anche se durante l’estate l’isola ha una lussureggiante fioritura e pullula di uccelli marini, non potrebbe esserci posto più desolato in tutto il mondo e mare più pericoloso intorno, infatti durante gli anni, con l’aumentare della navigazione in quella zona, aumentò il numero dei naufragi. Per questo nel 1895  venne presa la decisione di illuminare quel tratto di costa tra le Flannan e l’’isola di Lewis e la scelta cadde sull’’isola di Eilean Moor.  I lavori durarono a lungo, tra mille difficoltà, con  il mare sempre in tempesta, come sempre succede per la costruzione di un faro in mezzo al nulla, e i due anni preventivati diventarono cinque.  il 7 Dicembre 1899 fu inaugurato sull’isola un faro costruito da uno dei famosi architetti di fari della dinastia Stevenson, una piccola costruzione affiancata da una torre alta 22 metri, la cui lanterna lanciava due lampi in rapida successione ogni 30 secondi visibili a 24 miglia di distanza.  Al di sotto del faro si trovava ancora la piccola, antica  cappella in pietra, costruita duecento anni prima.

Il 7 Dicembre 1900, nel primo anniversario della sua inaugurazione, arrivarono sull’’isola i guardiani in carica per il turno quindicinale  : James Ducat, Capo Guardiano, Thomas Marshall secondo assistente e Donald Mc Arthur, definito “guardiano occasionale”, in quanto veniva ingaggiato quando c’’era da sostituire qualcuno, in questo caso era arrivato al posto di William Ross, il primo Assistente, che si era ammalato.   Tutto procedette bene fino alla notte del 15 Dicembre 1900, quando il comandante della la nave “Archtor”, passando nelle vicinanze notò che la luce del faro era spenta.  Dalle informazioni che si hanno sembra che questa notizia sia stata inviata dal comandante alle autorità competenti, ma che  per qualche motivo non venne presa in considerazione o rimase in qualche cassetto.   Il 21 Dicembre era previsto l’’arrivo all’’isola della nave “Hesperus”, nave appoggio ai fari, che veniva  inviata dal Northern Lighthouse Board per una visita di routine al faro, ma anche  per l’avvicendamento degli uomini e per l’’approvvigionamento.  Una terribile tempesta che infuriava nella zona ne dilazionò l’’arrivo fino al 26, il giorno dopo Natale.   Il tempo si era schiarito, ma comunque gli uomini dovettero effettuare diversi tentativi per poter attraccare ad uno dei due pontili del faro, situati uno a oriente ed uno ad occidente dell’’sola in modo da offrire possibilità di sbarco in condizioni di mare e di vento diversi, perché il mare era ancora agitato e l’approdo difficile.

Con grande sorpresa dell’’equipaggio nessuno dei guardiani del faro era in attesa, come di solito avveniva, per aiutare gli uomini che si sarebbero avvicinati su una piccola barca, così il comandante Harvie fece sparare un razzo e suonare la sirena, senza ottenere alcuna risposta, allora due dei componenti dell’’equipaggio, con molta difficoltà, riuscirono a scendere a terra con una barca, la tirarono in secco e andarono al faro per vedere cosa fosse successo.  Il cancello d’ingresso e la porta del faro erano entrambi chiusi a chiave, e gli uomini dovettero entrare usando quelle  di riserva, ma non c’era nessuna traccia dei tre guardiani.   L’orologio nella stanza principale era fermo, il fuoco nel camino era spento, i letti erano in ordine, sul tavolo della cucina un piatto di stufato era stato lasciato a metà e c’era una sedia rovesciata sul pavimento,  come se qualcuno fosse uscito molto in fretta. Nell’’armadio trovarono una sola cerata e un solo paio di stivali, segno che due degli uomini dovevano essere usciti durante il maltempo vestiti in modo appropriato, ma il terzo ?  Era plausibile che fosse uscito in maniche di camicia mentre infuriava una tempesta ?  Il libro di servizio del faro era in ordine fino al 13 Dicembre,  e le istruzioni per i giorni 14 e 15  erano state scritte su una lavagna da Ducat, il Capo Guardiano.  Un appunto era stato cancellato.  Risultava che la lanterna era stata accesa il 14 notte, poi era stata ripulita e  messa in  ordine per essere riaccesa il 15 sera, era persino stato aggiunto l’olio di balena nella lanterna, ma perché era rimasta spenta ?  Tutto faceva pensare che gli uomini fossero scomparsi in qualche momento dopo l’’ora di pranzo e prima che calasse la sera del giorno 15 e che il faro fosse abbandonato da diversi giorni.

Furono fatte ricerche accurate per tutta l’’isola, in tutti gli anfratti, in tutti gli angoli possibili, ma non portarono ad alcun risultato, nessuna traccia dei guardiani.  Una prima impressione faceva pensare che potesse essere scoppiata una lite, forse dovuta al prolungato isolamento, tutti sanno che può anche portare alla pazzia, ma se pure si fossero picchiati a sangue, come era possibile che fossero spariti tutti e tre ?

Alcuni uomini dell’”Hesperus”, tra i quali un certo J. Moore, si fermarono provvisoriamente sull’isola per riattivare il faro che era stato spento dal 15 al 26 Dicembre,  e, prima di poter pensare ad investigare a fondo, la Commissione Scozzese per i fari prese rapide misure per rimetterlo in funzione.  Il 27 Dicembre  inviò un telegramma al guardiano del faro di Tiumpan Head sull’isola di Lewis : “Incidente alle Isola Flannan.  Recatevi là a prendere servizio per circa due settimane. Incontrerete la nave postale “Stornway” domani notte.  Jack, Assistente guardiano, arriverà con la nave. Recatevi insieme a Breascleit a raggiungere l’’Hesperus”.  Ferrie, di Stornway arriverà stanotte per prendere servizio a Tiumpan Head. Risposta per telegramma”.   Questa la parte burocratica e la prima, urgente soluzione al problema di poter tenere acceso un faro così importante, ma benché in seguito venissero fatte altre accurate indagini, nessuno riuscì e venire a capo del mistero.

Dove erano finiti i tre uomini ?  A tutti sembrava impossibile che tre esperti guardiani di un faro in una zona disagiata come quella fossero usciti insieme all’aperto durante una tempesta, come risulta dal lungo rapporto scritto dal Sovrintendente Robert Muirhead l’8 Gennaio 1901.   Quest’uomo era andato sull’isola il 29 Dicembre per investigare, e il suo dettagliato rapporto è conservato negli Archivi Nazionali di Scozia.  Da questo risulta che ogni possibile ricerca era stata fatta sia all’interno del faro sia per tutta l’isola e che niente mancava. Tutta via qualche stranezza venne notata  :  vicino all’imbarcadero occidentale mancava un salvagente che si trovava alloggiato in quel posto per i casi di emergenza e una gru che sovrastava le rocce era mezzo divelta, con  le funi tutte aggrovigliate.   La conclusione fu che, anche se il 15 Dicembre era stata una giornata di mare abbastanza calmo, un’ondata anomala di particolare violenza e dimensioni doveva avere investito all’improvviso quella zona, strappando il salvagente dalla sua posizione e danneggiando la gru e che gli uomini, forse accorsi per riparare i danni, dovevano essere stati travolti da quell’ondata improvvisa e miseramente annegati o forse uno era caduto  in mare e gli altri, nel tentativo di salvarlo, avevano subito la stessa sorte.  Però le imbragature di sicurezza erano al loro posto,  come era pensabile che tre uomini con la loro esperienza non avessero usato quegli attrezzi così utili per la salvezza ?   Restava comunque il mistero della cerata non indossata.

Al Sovrintendente toccò anche il triste compito  di avvisare personalmente le tre vedove.  Nel frattempo era giunta voce che il faro era rimasto non visibile dalla terraferma, se non spento, per alcune notti, tra il 7 ed il 26 Dicembre, notte in cui fu riacceso dai marinai dell’”Hesperus” e questo creò un altro mistero.   Il Sovrintendente   aveva avuto una conversazione con il Capo Guardiano Ducat proprio il 7 Dicembre quando lo aveva accompagnato sull’isola e, in quell’occasione, era stato presa in considerazione l’opportunità che i guardiani esponessero un segnale anche di giorno per comunicare che tutto andava bene.   Tutto questo era comunque di poca utilità, perché le condizioni atmosferiche della zona non consentivano mai una buona visibilità del faro da terra.  La relazione si conclude  con parole di rincrescimento per la perdita di tre uomini così validi, selezionati personalmente dal Sovrintendente stesso per lavorare in un faro dell’importanza di quello delle Isole Flannan e con  la consapevolezza che con la sua visita a Eilean Moor, il 7 Dicembre, lui era stato l’ultima persona a  stringere la mano a quegli uomini.

Queste le conclusioni ufficiali, anche se il caso non venne mai ufficialmente chiuso, seguite da anni di ulteriori indagini, che però non hanno mai portato a niente.  Nel 1947 un giornalista, Valentine Dyal, si era recato sull’isola per scrivere un ulteriore resoconto degli avvenimenti, e pensò di avere messo  la parola fine ad anni di speculazioni.   Si riferiva all’esperienza vissuta da uno scrittore scozzese, Ian Campbell, che aveva visitato Eilean Moor un po’ di tempo prima e che aveva raccontato che mentre si trovava all’imbarcadero occidentale in una giornata di mare assolutamente calmo e senza vento un’ondata improvvisa di oltre 20 metri si era improvvisamente alzata dal nulla,  si era rovesciata sul molo, dopodichè tutto era tornato calmo e tranquillo   Campbell si informò dai pescatori delle isole vicine e sentì raccontare storie di onde anomale che avevano inghiottito interi pescherecci, e che spesso di riversavano su quell’isola maledetta, ma di più non riuscì a sapere.

Ma ci sono state altre ipotesi, mai suffragate da fatti.  Voci cominciarono a correre,  si diceva che la cucina era in realtà tutta in disordine, che il dramma doveva essersi svolto all’interno del faro e non all’esterno e che i tre uomini dovevano essersi uccisi a vicenda, finendo poi in mare in qualche modo.  Poi si accese anche la fantasia, qualcuno raccontò che un enorme serpente marino, chiamato “krake” avesse la sua dimora al di sotto di Eilean Moor e che fosse uscito dal mare per divorare i tre guardiani e che avesse distrutto la gru con un colpo di coda mentre tornava nella sua tana. Un’altra storia raccontava che tre bellissime sirene si erano affacciate all’imbarcadero mentre gli uomini erano intenti al loro lavoro e che li avevano portati in fondo al mare con le loro lusinghe.  Non è mancato anche chi ha vagliato la possibilità che fossero stati rapiti dagli alieni.  Nel 1912 Wilfrid Gibson scrisse anche una poesia dedicata al fatto.

Nel 1971 il faro è stato automatizzato e ora è stato anche elettrificato per mezzo di cellule solari poste sul lato sud della torre, la modernità è arrivata anche in quello sperduto angolo di mare, così non c’è più nessun  guardiano a prendersi cura della lanterna, ad accenderla ogni sera.  Ed il  mistero ?  Non è mai stato risolto e qualunque sia stata la sorte di quei tre uomini ormai sono entrati nella storia e nella leggenda e nessuno li scorderà mai.

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |19 Settembre 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI HECETA HEAD,
FLORENCE, OREGON – USA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

Lat.: 44° 1’ Nord – Long.: 124° 8‘ Ovest

Heceta Head, un picco roccioso che si innalza dalla costa Nord Occidentale degli Stati Uniti, vicino a Florence, in Oregon, affacciata sul Pacifico, deve il suo nome all’esploratore e navigatore spagnolo Don Bruno de Heceta che navigò lungo questa parte dell’America nel 1775 mente si dirigeva verso Nord in missione segreta per conto dei reali di Spagna. Il suo compito era quello di risalire le coste del Pacifico per arrivare fino al Circolo Polare Artico, fermandosi lungo le coste per erigere croci e reclamare il territorio in nome della Spagna. Quello sperone roccioso fu il punto più a Nord che riuscì a raggiungere, prima di tornare indietro per poter curare i suoi uomini colpiti dallo scorbuto. Fu però solo nel 1862 che quel punto ebbe ufficialmente il nome di Heceta Head.

Già Don Bruno de Heceta aveva annotato sulle sue carte che i fondali in quella zona erano pericolosamente bassi e cosparsi di piccole isole rocciose e di pericolosi scogli affioranti, ma si doveva aspettare il XIX secolo e dovevano verificarsi innumerevoli naufragi prima che venisse presa la decisione di costruire un faro in quella località.

La costa rocciosa di Heceta Head continua sott’acqua verso Ovest, creando una grande minaccia per la navigazione, ma fino alla seconda metà del 1800 nel tratto di mare in quella zona il traffico marittimo era ancora scarso, finché, cominciò la corsa verso la colonizzazione dei terreni dell’Ovest degli Stati Uniti che iniziò a metà del 1800, dopo la fine della Guerra Civile (1861-1865).

Lungo la costa nacquero nuove città e si ampliarono quelle esistenti, si ingrandirono i porti e la navigazione divenne più intensa, con conseguenze talvolta disastrose. Nonostante questo fu solo nel 1888 che il sito fu scelto per la costruzione di un faro, ma al momento sarebbe stato solo per riempire il vuoto tra i fari già esistenti di Capo Arago e Yaquina Head. Sulla costa del Pacifico i fari sono stati costruiti in ritardo rispetto a quelli della costa Atlantica e nel 1858 c’erano solo 16 fari funzionanti lungo la costa dell’Oceano Pacifico.

Il terreno fu finalmente acquistato nel 1889 e la costruzione di questo manufatto iniziò nei primi anni del 1890 dimostrandosi subito un’impresa molto ardua : la roccia si elevava per quasi cinquanta metri sul livello del mare, era in una posizione molto isolata e gli ingegneri del Lighthouse Board dovettero studiare diverse soluzioni per poterlo realizzare.

Prima di tutto si rese necessario creare la base su cui appoggiare il faro e questo fu fatto anche con l’aiuto dell’esplosivo, parte del materiale fu portato via mare, scaricato lungo il fiume Suislaw e portato sulla roccia a dorso di mulo, poi fu costruita una strada sterrata che collegava la zona con Florence, ma questa non era praticabile durante l’inverno, così, di difficoltà in difficoltà, ci vollero più di due anni e una spesa enorme per completare la costruzione del faro, della cisterna per lo stoccaggio dell’olio e del casotto che alloggiava il segnale da nebbia. A una breve distanza dal faro erano state costruite due graziose casette di legno, in stile Regina Anna, una a un piano per il capo guardiano e l’altra a due piani per i suoi due aiutanti.

Il 30 Marzo 1894 la lampada a olio con cinque stoppini fu finalmente accesa dall’allora capo guardiano Andrew Hald, mostrando tutto lo splendore delle sue lenti di Fresnel di prima classe, costruite in Inghilterra, la cui luce era visibile per 21 miglia. Queste lenti sono ancora oggi in uso.

Il faro si trova su una specie di terrazza ricavata su un’alta roccia frastagliata a 45 metri sul mare, è una piccola costruzione bianca con il tetto rosso, a fianco della quale si trova la torre conica di mattoni alta 17 metri, sormontata dalla lanterna di ferro verniciata di verde, con il tetto rosso la cui altezza sul livello del mare raggiunge i 62 metri. E’ costruito in uno stile che veniva chiamato “Spanish Revival”, uno stile coloniale ripreso dai fari che si trovavano sulla costa Atlantica e che verrà poi ancora copiato in altri fari che saranno costruiti in seguito in California all’inizio del XX secolo.

L’interno è in mattoni e dall’ingresso si sale per una scala a semi-chiocciola fino alla lanterna, circondata da un piccolo terrazzino che consente la manutenzione dei vetri dall’esterno. Di lassù si gode una delle più belle viste sull’Oceano Pacifico.

La vita del guardiano del faro di Heceta Head e dei suoi assistenti non deve essere stata facile, si trovavano in un luogo isolato, lontano da tutto e da tutti, tanto che i bambini si radunavano in una stanza dove qualcuno faceva loro scuola, chi non si sa, forse gli stessi genitori. Nel terreno circostante il faro si trova la piccola tomba di una bambina, questo fa pensare ai sacrifici e alle sofferenze che dovettero sopportare quelle persone. Si dice che i primi guardiani non si siano fermati molto, mentre un certo Olaf Hansen rimase a Heceta Head dal 1896 al 1920, con un breve intervallo di due anni dal 1902 al 1904. Quest’uomo eclettico non solo si occupava del faro, ma gestiva anche un piccolo ufficio postale a disposizione degli abitanti della zona e, quando nel 1916 fu costruita una piccola scuola nelle vicinanze, si occupava anche dell’istruzione dei quattordici alunni che la frequentavano.

Nel 1932 le cose cambiarono, quando furono completati i lavori per la costruzione dell’Oregon Coast Highway, l’Autostrada 101, che collegava Florence con Yachats. L’autostrada passava vicino a Heceat Head, collegando finalmente quel luogo isolato alle vicine città. Nel 1934 arrivò anche l’elettricità e l’antico sistema d’ illuminazione fu sostituito con una lampadina, fu anche stabilito che non era più necessaria la presenza di tante persone, quindi il secondo assistente dovette andarsene, il capo guardiano andò ad abitare nella casa a due piani e, per un qualche motivo che non risulta molto chiaro, la casa del capo guardiano fu abbattuta.

Uno dei pochi avvenimenti che movimentarono la vita al faro fu forse quando, durante la seconda guerra mondiale, la Guardia Costiera distaccò 75 uomini per pattugliare quella zona di costa con il compito di avvistare eventuali sommergibili giapponesi. Questi uomini erano stati alloggiati in baracche costruite sul sito della casa abbattuta del capo guardiano.

Nel 1963 la stazione è stata automatizzata, così anche l’ultimo guardiano, Oswald Allik, lasciò il suo posto. La Guardia Costiera continuò a mantenere il faro, che è tuttora funzionante, ma il resto cominciò ad andare in rovina, così, come è già successo per altri terreni circostanti ai fari, anche questo venne preso in consegna dal Servizio Forestale, che ne ha tutt’ora la proprietà.

Nel 1970, però, la casa del guardiano stava andando in rovina e aveva urgente bisogno di un restauro dopo tanta incuria, così nacque il gruppo ”Amici di Heceta House” che si occupò di destinare la casa ad un uso appropriato. Finalmente la casa venne data in affitto al Lane Community College che la usò per ospitare corsi di studio e studenti e nel tempo ne curò il restauro.

Nel 1978 il faro di Heceta Head è stato nominato luogo storico e questo ha assicurato il buon mantenimento di tutta la zona. Da allora la casa a due piani è stata perfettamente restaurata all’esterno con il suo aspetto originale, mentre all’interno una parte è stata restaurata esattamente come era nell’anno della sua costruzione, il 1894, mentre un’altra parte è sta riportata all’aspetto che aveva negli anni intorno al 1930.

Oggi il faro è parte del “Heceta Head State Park” , tutto è stato perfettamente recuperato e la casa del guardiano è gestita da privati che l’hanno trasformata in un comodissimo Bed and Breakfast, molto frequentato, dove pare che servano delle magnifiche prime colazioni.

Questo faro, che non avrebbe dovuto essere mai costruito, nei suoi più di cento anni di vita ha fatto egregiamente il suo lavoro, illuminando un tratto di costa molto pericoloso, salvando migliaia di vite umane e un valore inestimabile in navi, che altrimenti sarebbero andate perdute.

 

 

 

 

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |29 Agosto 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI LIVORNO

Livorno – Italia

di Annamartia “Lilla” Mariotti

Lat.: 43° 32,6` N – Long.: 10° 17,7` E

Si dice abitualmente che il Medioevo è stato un periodo oscuro nella storia ma questo non è completamente vero. In questi secoli cominciarono a fiorire quelle arti che porteranno all’era del Rinascimento: la pittura, la poesia, l’architettura, le bellissime cattedrali gotiche ne sono un esempio. Anche molti fari furono eretti lungo le coste italiane in quell’epoca. Le torri erette dai Romani nelle terre conquistate lungo le coste italiane, francesi e nel sud dell’Inghilterra in quel tempo erano già tutte scomparse, con solo poche eccezioni.

L’Italia non era ancora una nazione unita, era divisa in molti piccoli stati e in ogni città che in cui ci fosse un porto c’era anche il suo faro.

Il faro di Livorno è uno di questi e ha una lunga storia.  Lungo le coste esistevano quattro Repubbliche Marinare  e Pisa era una di queste. Spesso queste potenze combattevano tra di loro, ma esse avevano anche delle potenti flotte commerciali con le quali si spostavano non solo nel bacino del Mediterraneo ma anche verso i lontani mari orientali da dove riportavano merci preziose.

Pisa non si trova sul mare, essa è costruita sul fiume Arno e per difendere la sua flotta nel XII  Secolo aveva costruito un faro a Porto Pisano, un porto chiuso da catene,  ma ben presto l’erosione marina e l’insabbiamento resero inutilizzabile sia il porto sia il faro.  A questa distruzione aveva contribuito anche la terribile battaglia che Pisa aveva combattuto nel 1284  contro i genovesi tra le secche della Meloria.  I Pisani nel frattempo, intorno al 1200, avevano eretto una nuova torre su una di queste pericolose secche, circa quattro miglia al largo della costa, come una sentinella notturna per prevenire i naufragi fra quelle pericolose rocce.

Nel XIV secolo, tra il 1303 e il 1305, la repubblica di Pisa decise di erigere una nuova e più grande torre vicino a quello che allora era solo un piccolo borgo medioevale prevalentemente di pescatori, chiamata prima “Labro”, poi “Liburnus” e alla fine “Livorno”, allora ancora possedimento pisano, su ordine dei Provveditori della Fabbrica Lando Eroli e Jacopo da Peccioli. La torre, chiamata in un primo tempo Fanale dei Pisani, fu costruita su una roccia sovrastante il mare sul lato ovest dell’ingresso di quello che allora era un porto naturale e all’epoca era completamente circondato dal mare.  Era un momento di pace tra Pisa, Genova e Firenze e quindi un momento propizio per l’erezione di un monumento che richiedeva tempo e denaro. Un geniale scultore e architetto, Giovanni di Nicola Pisano, venne chiamato per disegnare i piani della torre, che fu in un  primo tempo chiamato Fanale Maggiore,  e ne seguì la costruzione passo a passo

Rimane un mistero il costo di tale costruzione ma dopo tanti secoli e tante guerre, sia all’epoca che in tempi più recenti, gli antichi documenti non sono più rintracciabili.

Per prima cosa fu costruita una base poligonale con tredici lati e sulla quale  fu issata una prima torre che finiva con una terrazza merlata, sopra questa una seconda torre, leggermente più stretta, anch’essa con una terrazza merlata sulla quale poggiava la lanterna.  Al piano inferiore della torre più piccola erano sistemati gli alloggi per il guardiano e dei magazzini.

Visto dal basso il faro sembrava composto di due sezioni coniche ma in realtà era costituito da sette cilindri equamente sovrapposti uno sull’altro, con un diametro leggermente decrescente fino alla cima.  Questo faceva assumere a tutto  l’insieme l’impressione di un andamento curvilineo di grande effetto.  Le pietre Verruca utilizzate per tutta la costruzione erano state estratte dalla vicina cava di San Giuliano. Alla base della torre c’era solo una piccola porta d’ingresso sopra la quale era stata scolpita la croce, simbolo di Pisa, che fu in seguito cancellata a rimpiazzata dal giglio fiorentino quando Pisa, nel 1406, fu annessa al dominio dei Granduchi di Toscana, i De’ Medici.  All’interno del faro si trovava una scala di legno, per accedere ai vari piani, che in caso di pericolo poteva essere tolta, trasformando così il faro in una fortezza.  Solo in tempi più tardi una scala a chiocciola è stata ricavata dallo spessore delle mura. Alla base del faro furono accumulati grossi blocchi di pietra per proteggerlo dal mare in tempesta.

All’inizio la lanterna era illuminata con lampade a olio poi, con il passare del tempo, il combustibile cambiò e venne impiegato petrolio pressurizzato. Nel 1841 furono installate le prime lenti di Fresnel con gas di acetilene a incandescenza finché fu elettrificata alla fine del 1800. Una volta terminata la torre fu considerata una tale grande espressione del genio umano che venne persino ammirata dal grande poeta Dante Alighieri (1265-1321) che non poté fare a meno di descriverla nel V canto del Purgatorio della Divina Commedia con queste parole: “ Sta come torre ferma che non crolla – giammai la cima per soffiar di venti” . Infatti questa lanterna ha affrontato intatta sei tempestosi secoli finché gli uomini non l’hanno sconfitta, ma di questo parleremo più avanti.

Un altro poeta, Francesco Petrarca (130-1374) ha elogiato la grande lanterna nel suo poema “Itinerario Siriaco” come: “validissima, dal cui vertice ogni notte la fiamma indica ai naviganti il più sicuro lido”. Un altro scrittore, Gregorio Dati (1362-1435) nelle sue “Cronache Fiorentine” si riferisce alla torre come :”uno dei migliori lavori mai eseguiti dall’intera Umanità” .  Il grande astronomo Galileo Galilei (1564- 1642) usava salire in cima alla torre per portare avanti I suoi esperimenti.  Il faro di Livorno è stato anche impresso in alcune monete d’oro ancora conservate al Museo Civico di Pisa.

Il Granduca Cosimo I° de’ Medici, un grande governante, realizzò che Livorno era nella posizione strategica per diventare un importante porto per il commercio nel Mediterraneo per Firenze, una città che stava espandendo i suoi commerci in tutto il mondo conosciuto. Il granduca ordinò allora molti lavori per rendere il porto di Livorno ancora più efficiente mentre il faro diventava un riferimento ancora più importante.

Nel 1583 il Granduca  di Toscana, Ferdinando I° de’ Medici – che, come abbiamo già visto, aveva fatto costruire un nuovo faro sulla secca della Meloria –  ordinò ulteriori cambiamenti nel porto di Livorno con la costruzione alla base del faro di un cantiere, il primo dell’epoca, e un  lazzaretto per i marinai che giungevano dalle coste sia del Mediterraneo, sia dai mari Orientali per evitare il diffondersi di eventuali epidemie.  Si dice che l’intero lavoro fu finito in soli cinque giorni,  perché vennero messi al lavoro cinquemila uomini tutti insieme.  Tutto questo cambiò drasticamente l’aspetto del faro la cui base era ora circondata dalle nuove costruzioni che ancora esistevano ai primi del 1900.

Lo sviluppo del porto andò di pari passo con una nuova pianificazione della città di Livorno il cui piano originale era stato disegnato dall’architetto Bernado Buontalenti (1536–1608) il quale circondò la città con mura di forma pentagonale.

Nel 1587 Ferdinando I° de’ Medici apportò ulteriori modifiche e tramutò il porto di Livorno in porto franco.  Con questa innovazione molto vascelli commerciali approdavano allo scalo labronico incrementando enormemente il traffico marittimo. Durante questi secoli Livorno era anche una base militare e dal faro si poteva assistere alla partenza delle galee Medicee che si inoltravano nel Mediterraneo per combattere i pericolosi pirati saraceni che in quei secoli attaccavano e depredavano le coste italiane.

Quando la famiglia  de’Medici si estinse nel 1736 in mancanza di un erede legittimo,   Livorno aveva già ottenuto  la qualifica di città,  aveva più di 30.000 abitanti, un grande porto e un grande faro, il più antico d’Italia, più vetusto anche del faro di Genova, costruito nel 1128, ma ricostruito nel 1543.

Nel 1737 il governo della Toscana passò nelle mani dei Duchi di Lorena, il primo dei quali fu il granduca  Francesco III  il quale creò una reggenza presieduta da Mac de Beauvau, Principe di Craon ,  compiendo una sola visita nella regione (1739) .  Nel 1765 il governo passò nelle mani di Pietro Leopoldo di Lorena (1765-1790)  un principe illuminato che apportò molti cambiamenti. Egli aumentò la portata dello scalo livornese, che attraeva navigli da ogni parte del globo conosciuto e divenne un sempre più potente  scalo commerciale sia per i beni in transito che per quelli in arrivo, dovuto alla sua sicurezza a cui contribuiva anche la presenza del faro.   La dinastia dei Lorena governò per più di un secolo durante il quale Livorno fu occupata dalle truppe francesi e dagli spagnole ma tuttavia città e faro sopravvissero.

Fu solo nel 1860, dopo le guerre di indipendenza, che la storia di Livorno entra a far parte della storia d’Italia, una nuova nazione, appena costituita, e anche il faro entra nell’elenco dei fari Italiani con il numero 1896.

Purtroppo non esistono elenchi degli antichi guardiani del faro, è andato tutto distrutto. Solo nel 1800 abbiamo delle registrazioni delle forniture che venivano effettuate da una ditta appaltatrice per il combustibile, gli stoppini e quant’altro poteva essere necessario per la gestione del faro.  Si tratta di fogli formato protocollo scritti a mano, come si usava allora, con una grafia antica, quasi illeggibile, ma che erano importanti per conoscere i costi di gestione che dovevano essere precisi perché andavano presentati alle Autorità che allora gestivano il Servizio Fari, il Genio Civile e il Ministero dei Lavori Pubblici.  Fu solo nel 1911 che il Servizio fari passò definitivamente alla Marina Militare.

Ora dobbiamo sorvolare molti secoli e arrivare a un triste momento della nostra storia d’Italia.  Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, le truppe Tedesche occupavano il nord d’Italia e le armate Americane stavano arrivando dal sud.  Roma era già stata liberata e Firenze lo sarebbe stata presto.  Il porto e la città di Livorno erano in mano ai Tedeschi e avevano subito diversi bombardamenti da parte degli Alleati, ma il faro non era stato danneggiato, tuttavia era già stato spento da diverso tempo in quanto poteva essere un importante punto di riferimento per chi volesse sbarcare in quella zona.

Arrivò il momento in cui i Tedeschi decisero di ritirarsi per sfuggire all’attacco della quinta e sesta armata americana che stavano risalendo la penisola ma prima di questo essi arrecarono all’antico faro il più terribile insulto che si potesse arrecare a un monumento così antico: il 19 luglio 1944 con una carica di dinamite distrussero il faro fino alle fondamenta. Il faro di Livorno aveva fronteggiato per secoli mareggiate, venti di tempesta,  ogni genere di offesa che poteva essere arrecata dalla natura ma in un attimo un gruppo di uomini aveva cancellato tutto questo.

C’è un episodio che riguarda questo fatto che vale la pena di ricordare, è stato raccontato da Saido Giordani, figlio di Giovanni Giordani, che  durante la guerra era guardiano del faro di Livorno. Quest’uomo era in sostanza prigioniero dentro il suo faro che era occupato dai tedeschi e doveva occuparsi delle sue usuali mansioni,  anche se non dell’accensione. Giordani sapeva che il faro era stato minato, lui ci dormiva dentro, ma non si sentiva molto tranquillo, non sapeva quando avrebbero dato fuoco alle micce e se lui avrebbe potuto salvarsi.  Uno dei militari tedeschi, un sergente di nome Walter, era entrato in amicizia con Gianni, e gli aveva detto che lo avrebbe avvisato quando avrebbero fatto saltare il faro. Un giorno Walter gli consegnò un sacchetto di caramelle per i suoi figli e delle sigarette per suo padre e gli disse che gli concedeva quarantotto ore di licenza per andare a trovare la sua famiglia che si trovava all’Isola d’Elba.  A Giovanni non sembrò vero e partì con il primo traghetto che riuscì a trovare e quando tornò due giorni dopo, il faro non c’era più, era un ammasso  di macerie e i tedeschi erano fuggiti. Saido racconta che suo padre non ricordava il cognome del sergente, lo aveva sempre chiamato Walter, comunque dopo la guerra fece di tutto per rintracciarlo, sentiva di dovergli la vita ma ogni ricerca fu vana.

La guerra finì, la città iniziò la ricostruzione, ma le rovine del faro non furono mai toccate, vennero lasciate lì dove si trovavano.  I Livornesi sapevano che se le avessero portate via non sarebbe più stato possibile ricostruirlo e loro volevano il loro faro, non uno qualsiasi.  Fu così che negli anni ’50,  nacque quasi un movimento popolare che chiedeva  a gran voce la ricostruzione del faro.

Il Presidente della locale Camera di Commercio e dell’Industria, Graziani, nel 1952 aprì una pubblica sottoscrizione che in breve tempo raggiunse i 2 milioni di lire, una gran somma per quei tempi, e in seguito venne raccolto altro denaro.  I lavori cominciarono nel giugno del 1954, dieci anni dopo la distruzione e il lavoro fu eseguito dall’Impresa Ghezzani che, mettendo una gran fede e buona volontà in quello che stavano facendo, seguirono i piani originali di Giovani Pisano del 1303, utilizzando il 90% del materiale originale ricavato dalle macerie e dove mancava usarono pietre verruca scavate dalla stessa cava di San Giuliano da cui erano state ricavate le pietre originali.

In due anni il faro di Livorno era terminato e aveva lo stesso aspetto del faro originale e per la sua apertura ci fu una grande manifestazine pubblica alla quale partecipò anche l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Una targa posta all’interno del faro ricorda questo evento.

Questo è quello che l’amore per un faro e la fede di un gruppo di cittadini può fare.

UNA LUCE NEL BUIO

by Lilla Mariotti |15 Agosto 2020 |0 Comments | Una luce nel buio

IL FARO DI SKERRYVORE

ISOLE EBRIDI – SCOZIA

di Annamaria “Lilla” Mariotti

 Lat.  :   56° 19’  Nord – Long. :   07° 06’  Ovest

 

Le coste a Ovest di Inghilterra, Scozia e Irlanda, sono esposte alle terribili tempeste dell’Oceano Atlantico e sono molto frastagliate, con profonde baie naturali e circondate da barriere di scogli che vengono sommersi dalle alte maree.  Il traffico marittimo è sempre molto intenso in questi mari e il pericolo rappresentato dagli scogli affioranti è grandissimo e molti sono stati i naufragi, di qui la necessità di costruire fari nelle zone  più esposte, spesso proprio su questi scogli in mezzo al mare.

A circa 18 chilometri a Sud Ovest dell’isola di Tiree, una delle Ebridi Esterne, lungo la costa a Nord Ovest della Scozia, si trova uno scoglio particolare che è stato scelto, intorno alla prima metà del 1800, per costruirvi un faro per evitare continui naufragi.  Questa impresa è stata affidata a uno dei più grandi costruttori di fari in Scozia, Alan Stevenson (1807-1865)  che faceva parte della seconda generazione di quella che sarebbe diventata una vera e propria dinastia di costruttori di fari : in tre generazioni questa famiglia ne costruì più di 80.  Alan, per suo conto, ne aveva realizzati 12 ed era anche noto per avere perfezionato le lenti di Fresnel.  Solo uno dei membri della famiglia non aveva seguito le orme dei suoi consanguinei, Rober Louis Stevenson che divenne uno scrittore, famoso per il suo romanzo “L’isola del tesoro” e molti altri.

Alan Stevenson sbarcò su questo scoglio, che si chiama Skerryvore dal gaelico An Sgeir Mhor (mh si pronuncia “v”) e che significa “grande roccia”,  nel Giugno del 1838 insieme ad  alcuni operai per organizzare gli alloggi in legno per gli uomini che avrebbero lavorato alla costruzione nella stagione estiva, perché durante l’inverno era impensabile di poter fare qualsiasi cosa su quello scoglio.  Gli uomini lavorarono duramente, quando le condizioni del mare lo permettevano, e finirono a Settembre, ma durante l’inverno le baracche furono spazzate via da una terribile tempesta.  Sebbene a questo punto sembrasse impossibile erigere un faro in quelle condizioni, Stevenson fu irremovibile nella sua idea che il progetto poteva andare avanti e il 6 maggio del 1839 sbarcò di nuovo sullo scoglio dove furono innalzate nuove baracche e anche scavate a mano le fondamenta per il faro. Non era stato possibile utilizzare degli esplosivi per la base per non danneggiare lo scoglio e il lavoro procedeva a rilento e in condizioni disastrose, il mare si portava via ogni cosa a ogni mareggiata e ogni volta gli uomini dovevano ricominciare da capo, ma alla fine dell’estate quella parte del lavoro era terminata.

Mentre circa due dozzine di uomini lavoravano a Skerryvore, un gruppo maggiore di uomini era impegnato  sull’isola di Mull a scavare il granito necessario per costruire la torre.  I blocchi di granito venivano poi spediti sull’Isola Tiree dove erano lavorati e intagliati a coda di rondine in modo che ogni blocco si inserisse perfettamente nell’altro per ottenere un blocco unico e via via venivano inviati  a Skerryvore.   Nonostante tutte le avversità le baracche furono terminate e a settembre gli uomini lasciarono l’isola.

Il 30 Aprile 1840 gli operai raggiunsero di nuovo lo scoglio dove scoprirono che le tempeste invernali avevano risparmiato le baracche, ripresero i lavori e il 4 Luglio fu posta la prima pietra.  Tre giorni più tardi il Duca e la Duchessa di Argyll furno accompagnati sullo scoglio e, dopo una cerimonia, fu posata la prima pietra della torre.  Durante quell’estate i lavori proseguirono più velocemente e furono messi in opera 85 blocchi di granito e alla fine della stagione la torre era già alta più di 2 metri.  Il 20 Maggio 1841 i lavori continuarono e furono messi in opera altri 37 blocchi.  Nel Maggio del 1842 ripresero i lavori e a Luglio venne posta l’ultima pietra in cima alla torre che era arrivata a 41 metri.  In tutto erano state usate 4.308 tonnellate di granito.

Nel 1843 Alan Stevenson diventò Capo Ingegnere della Northern Lights e passò al fratello più giovane Thomas l’incarico di terminare Skerryvore e questi, nell’estate del 1843, si occupò di sistemare l’interno del faro, composto da 11 stanze e di sistemare un segnale da nebbia.  La lanterna del faro fu accesa per la prima volta il 1° Febbraio 1844. C’erano voluti 6 anni e l’impegno di 150 uomini per realizzarlo. Il faro ha una forma conica, la sua base misura 12,80 metri di diametro, mentre le stanze in alto hanno un diametro di soli 3,60 metri, cosa che lo rendeva molto scomodo per i guardiani che, oltretutto, per passare da un piano all’altro dovevano usare delle scale e pioli.  Oggi una scala a chiocciola di 151 gradini sale fino alla lanterna.

I custodi del faro che dovevano affrontare terribili condizioni di vita ricevevano pagamenti supplementari in natura, forse tabacco, wiskey o provviste supplementari, non si sa, e per la posizione remota erano stati assunti alcuni veterani del mestiere. Due nomi si conoscno  Archibald McEachern, assistente custode per 14 anni dal 1870 1884 e John Nicol come guardiano  principale dal 1890 al 1903.  Quest’ultimo  effettuò anche un salvataggio nel 1899, quando il piroscafo Labrador si arenò su una vicina roccia, riuscendo a tenere in vita nel faro i naufraghi di una scialuppa  fino all’arrivo dei soccorsi.

Il 16 Marzo 1954 un incendio danneggiò la torre, che fu sostituita per un certo periodo da una nave faro. I lavori di ristrutturazione durarono dal 1956 al 1959 quando il faro fu elettrificato con l’installazione di tre generatori a motore diesel e da allora il suo fascio di luce bianca spazza il mare ogni 10 secondi con una portata di 26 miglia.  Nel 1972 alla base del faro del faro è stato costruito un eliporto per semplificare il cambio dei guardiani e per rendere più facili le operazioni di manutenzione, con annesso un deposito per il combustibile.  Il  faro è stato automatizzato nel 1994.

Il faro di Skerryvore rappresenta una delle più belle opere di ingegneria del 1800. Il faro è stato definito dall’Institute of Civil Engineers the finest combination of mass with elegance to be met within architectural or engineering structures”.  (La più bella combinazione di massa con eleganza che si incontra nelle strutture architettoniche o ingegneristiche”).