Il faro Mangiabarche: un faro da salvare


Il faro Mangiabarche sorge solitario su uno scoglio a circa quattrocento metri dalla costa, proprio di fronte al borgo di Calasetta, nel Sud Sardegna nella regione del Sulcis. Il suo nome può sembrare inquietante, ma a incutere vero timore sono gli scogli affioranti su cui è stato costruito e che per secoli hanno rappresentato un pericolo per i naviganti causando con tutta probabilità diversi naufragi.

Osservato dall’alto, il faro appare come piantato sulla spina dorsale di una creatura colossale: la forma degli scogli ricorda quella di un gigantesco dinosauro, o persino quella di un antico mostro marino. Non è difficile immaginare che il nome “Mangiabarche” possa essere nato da qualche leggenda che aveva come protagonista proprio questo essere terrificante. Qui storia e immaginazione si fondono, dando vita a uno dei luoghi più enigmatici e affascinanti della Sardegna.

Quest’anno il faro ha festeggiato i suoi novant’anni. Acceso per la prima volta nel 1935, appariva molto diverso da come è oggi: la torre in muratura era più bassa e sulla sommità era installato un fanale di tipo FTM-375 con all’interno un lampeggiatore AGA funzionante a gas. Nella figura 6 si distingue, vicino al fanale, la valvola di Dalen. Questa valvola solare rappresentò un primo sistema di automazione: regolava il flusso del gas e quindi l’accensione o lo spegnimento della luce in base all’alternarsi del giorno e della notte, sfruttando la diversa dilatazione di sottili barrette metalliche — identiche, ma una annerita — racchiuse in un tubo di vetro.
Nel 1937 il lampeggiatore AGA venne sostituito con un modello Pintsch.



Lampeggiatori e valvole solari permettevano il funzionamento senza necessità di elettricità e manutenzione quotidiana.
Un grande cambiamento arrivò nel febbraio del 1968, quando la torre fu sopraelevata fino all’attuale altezza di m. 12,70 ( m. 13,20 piano focale sul livello del mare) e rivestita con eleganti tesserine di gres. In quell’occasione l’FTM-375 lasciò spazio a una nuova lanterna L1.

Per decenni il faro ha funzionato grazie al gas propano — o, secondo alcune testimonianze, anche ad acetilene — , fino al luglio del 1987, quando fu installato il moderno impianto a pannelli fotovoltaici. L’apparato illuminante era costituito da un tamburo diottrico TD-375 in cristallo, al cui interno era alloggiata una lampada LABI da 100 W. Come sistema di riserva, continuò a rimanere operativo l’impianto a GPL e il relativo fanale in acrilico fu posto sul cupolino della lanterna, sempre pronto nel caso ce ne fosse stato bisogno.


Sebbene sia comunemente chiamato faro, tecnicamente si tratta di un fanale, poiché la sua portata luminosa è di 11 miglia nautiche, mentre per essere classificato come faro occorrerebbe superare le 15. La sua caratteristica luminosa è di un periodo di 6 secondi: 1 secondo di luce (lampi bianchi) e 5 secondi di eclissi, un ritmo costante e inconfondibile che lo contraddistingue dagli altri fari.
Questa struttura non è mai stata presidiata, non ha mai avuto un guardiano che vi abitasse: il suo funzionamento e la sua manutenzione sono sempre stati affidati al personale della Reggenza di Carloforte, che ne ha garantito nel tempo l’efficienza.

Da molti decenni, quindi, che il faro Mangiabarche veglia sulle acque, segnalando ai naviganti un punto insidioso. La sua luce, un tempo potente e rassicurante, si sta affievolendo. E con essa rischia di spegnersi un pezzo della nostra identità.
Il faro, oggi, versa in condizioni critiche. Le strutture sono compromesse e il rischio di crollo è concreto. Per ragioni di sicurezza, non è più possibile intervenire per la manutenzione della lanterna: ogni passo falso potrebbe causare il cedimento definitivo dell’edificio. Così, giorno dopo giorno, il fascio luminoso che per generazioni ha guidato marinai e sognatori potrebbe ridursi a un ricordo.



Eppure, per la comunità di Calasetta, questo faro non è solo un segnalamento marittimo, é un simbolo, un punto fermo nel paesaggio e nel cuore degli abitanti. Rappresenta la forza di chi vive in riva al mare, la tenacia di chi resiste alle intemperie, la bellezza di una storia condivisa.
È anche uno dei fari più amati e fotografati d’Italia: sul web circolano migliaia di immagini che lo ritraggono in ogni stagione, dorato dal sole o fiero contro le onde in burrasca.


Lasciarlo crollare sarebbe una perdita irreparabile, non solo per il comune e gli abitanti di Calasetta, ma per l’intero patrimonio costiero nazionale.
Servono attenzione, fondi e volontà. È necessario un intervento urgente di messa in sicurezza e restauro, affinché il faro possa tornare a illuminare le notti e a raccontare la sua storia alle generazioni future.
La luce del faro non deve spegnersi, perché quando si spegne una luce così, non si spegne solo una lanterna: si spegne un pezzo della nostra anima collettiva.

Da questo desiderio di protezione e memoria nasce la tessera socio 2026 del Mondo dei Fari che è stata dedicata al faro Mangiabarche, riportandone l’immagine e la scritta “Salviamo la sua luce”. Un’iniziativa dal forte valore simbolico, un invito a farsi portavoce di questo problema, a diffondere consapevolezza e a unire le voci per chiedere un intervento concreto e urgente. Un piccolo segno di attenzione e appartenenza, per ricordare che quella luce riguarda tutti noi.

© Felicetta Santomauro
© Foto Luciano Manconi di Calasetta
Per le foto storiche e le informazioni tecniche si ringrazia l’Ufficio Tecnico Fari di La Spezia

Il faro Mangiabarche sorge solitario su uno scoglio a circa quattrocento metri dalla costa, proprio di fronte al borgo di Calasetta, nel Sud Sardegna nella regione del Sulcis. Il suo nome può sembrare inquietante, ma a incutere vero timore sono gli scogli affioranti su cui è stato costruito e che per secoli hanno rappresentato un pericolo per i naviganti causando con tutta probabilità diversi naufragi.

Osservato dall’alto, il faro appare come piantato sulla spina dorsale di una creatura colossale: la forma degli scogli ricorda quella di un gigantesco dinosauro, o persino quella di un antico mostro marino. Non è difficile immaginare che il nome “Mangiabarche” possa essere nato da qualche leggenda che aveva come protagonista proprio questo essere terrificante. Qui storia e immaginazione si fondono, dando vita a uno dei luoghi più enigmatici e affascinanti della Sardegna.

Quest’anno il faro ha festeggiato i suoi novant’anni. Acceso per la prima volta nel 1935, appariva molto diverso da come è oggi: la torre in muratura era più bassa e sulla sommità era installato un fanale di tipo FTM-375 con all’interno un lampeggiatore AGA funzionante a gas. Nella figura 6 si distingue, vicino al fanale, la valvola di Dalen. Questa valvola solare rappresentò un primo sistema di automazione: regolava il flusso del gas e quindi l’accensione o lo spegnimento della luce in base all’alternarsi del giorno e della notte, sfruttando la diversa dilatazione di sottili barrette metalliche — identiche, ma una annerita — racchiuse in un tubo di vetro.
Nel 1937 il lampeggiatore AGA venne sostituito con un modello Pintsch.



Lampeggiatori e valvole solari permettevano il funzionamento senza necessità di elettricità e manutenzione quotidiana.
Un grande cambiamento arrivò nel febbraio del 1968, quando la torre fu sopraelevata fino all’attuale altezza di m. 12,70 ( m. 13,20 piano focale sul livello del mare) e rivestita con eleganti tesserine di gres. In quell’occasione l’FTM-375 lasciò spazio a una nuova lanterna L1.

Per decenni il faro ha funzionato grazie al gas propano — o, secondo alcune testimonianze, anche ad acetilene — , fino al luglio del 1987, quando fu installato il moderno impianto a pannelli fotovoltaici. L’apparato illuminante era costituito da un tamburo diottrico TD-375 in cristallo, al cui interno era alloggiata una lampada LABI da 100 W. Come sistema di riserva, continuò a rimanere operativo l’impianto a GPL e il relativo fanale in acrilico fu posto sul cupolino della lanterna, sempre pronto nel caso ce ne fosse stato bisogno.


Sebbene sia comunemente chiamato faro, tecnicamente si tratta di un fanale, poiché la sua portata luminosa è di 11 miglia nautiche, mentre per essere classificato come faro occorrerebbe superare le 15. La sua caratteristica luminosa è di un periodo di 6 secondi: 1 secondo di luce (lampi bianchi) e 5 secondi di eclissi, un ritmo costante e inconfondibile che lo contraddistingue dagli altri fari.
Questa struttura non è mai stata presidiata, non ha mai avuto un guardiano che vi abitasse: il suo funzionamento e la sua manutenzione sono sempre stati affidati al personale della Reggenza di Carloforte, che ne ha garantito nel tempo l’efficienza.

Da molti decenni, quindi, che il faro Mangiabarche veglia sulle acque, segnalando ai naviganti un punto insidioso. La sua luce, un tempo potente e rassicurante, si sta affievolendo. E con essa rischia di spegnersi un pezzo della nostra identità.
Il faro, oggi, versa in condizioni critiche. Le strutture sono compromesse e il rischio di crollo è concreto. Per ragioni di sicurezza, non è più possibile intervenire per la manutenzione della lanterna: ogni passo falso potrebbe causare il cedimento definitivo dell’edificio. Così, giorno dopo giorno, il fascio luminoso che per generazioni ha guidato marinai e sognatori potrebbe ridursi a un ricordo.



Eppure, per la comunità di Calasetta, questo faro non è solo un segnalamento marittimo, é un simbolo, un punto fermo nel paesaggio e nel cuore degli abitanti. Rappresenta la forza di chi vive in riva al mare, la tenacia di chi resiste alle intemperie, la bellezza di una storia condivisa.
È anche uno dei fari più amati e fotografati d’Italia: sul web circolano migliaia di immagini che lo ritraggono in ogni stagione, dorato dal sole o fiero contro le onde in burrasca.


Lasciarlo crollare sarebbe una perdita irreparabile, non solo per il comune e gli abitanti di Calasetta, ma per l’intero patrimonio costiero nazionale.
Servono attenzione, fondi e volontà. È necessario un intervento urgente di messa in sicurezza e restauro, affinché il faro possa tornare a illuminare le notti e a raccontare la sua storia alle generazioni future.
La luce del faro non deve spegnersi, perché quando si spegne una luce così, non si spegne solo una lanterna: si spegne un pezzo della nostra anima collettiva.

Da questo desiderio di protezione e memoria nasce la tessera socio 2026 del Mondo dei Fari che è stata dedicata al faro Mangiabarche, riportandone l’immagine e la scritta “Salviamo la sua luce”. Un’iniziativa dal forte valore simbolico, un invito a farsi portavoce di questo problema, a diffondere consapevolezza e a unire le voci per chiedere un intervento concreto e urgente. Un piccolo segno di attenzione e appartenenza, per ricordare che quella luce riguarda tutti noi.

© Felicetta Santomauro
© Foto Luciano Manconi di Calasetta
Per le foto storiche e le informazioni tecniche si ringrazia l’Ufficio Tecnico Fari di La Spezia


